1 aprile 2020

Perché non si può parlare di guerra

 

«Guerra, sola igiene del mondo». L’assurda analogia medica di Marinetti, motto supremo del bellicismo, ha raggiunto oggi la sua apoteosi rovesciata: «epidemia, sola guerra del mondo» – si potrebbe dire. Perché la parola guerra e il gergo bellicista sono penetrati così in profondità nel nostro linguaggio? Sentiamo parlare ossessivamente di una guerra che non c’è: la «guerra al virus», «guerra globale» al «nemico invisibile», con «medici al fronte» e una «lunga battaglia» da vincere con «tutte le armi disponibili». Per Marinetti la guerra avrebbe ripulito il mondo. Per i cultori del gergo bellicista, l’igiene ripulirà il mondo dalla guerra? Quando il virus sarà vinto, la guerra sarà sconfitta?

 

Questo paradosso grottesco porta all’apice logico la sequenza d’insensatezze semantiche e distorsioni cognitive generate dal gergo bellicista, tanto diffuso quanto esiziale. Si sa che è invalso in tutti i campi e certo non da oggi: «guerra commerciale», «battaglia parlamentare», sono esempi d’uso figurato e pernicioso. Oggi, in questa emergenza epidemica, travisa malamente un fatto: la malattia ha origine in natura, la guerra ha origine nella volontà umana. La guerra è un atto di forza mirato a piegare il nemico alla propria volontà. In quale senso, accolto nel lessico sociale, cioè quello in cui va realmente collocata la guerra, un virus ha volontà? Cosa vuole dalla sua vita parassitaria endocellulare obbligata? Perché è contro di noi? La guerra è un conflitto tra gruppi politici la cui soluzione è affidata alla violenza organizzata. In quale luogo accade la violenza che non vediamo e non sentiamo, chiusi in casa nel silenzio surreale delle nostre città? Quale “gruppo” davvero possiamo costituire da separati, “distanziati sociali”? Chi sarebbero i combattenti e i non combattenti? Chi i neutrali? E chi ha ragione tra noi e il virus? Se la guerra è la nostra realtà, quest’idea di realtà non ci comprende.

 

È vero che la guerra è un camaleonte e la parola, anch’essa camaleontica, può cambiar colore per adattarsi all’occorrenza. Resta il fatto che la guerra è fatta di tre elementi in eterna dialettica – violenza, caso e politica. La loro combinazione è sempre cangiante, dipende sempre da circostanze e condizioni diverse. Le sembianze della guerra cambiano alla stregua del camaleonte, come elementi vecchi e nuovi interagiscono; eppure, malgrado il mutamento di colore, il camaleonte resta tale, come la guerra.

 

Il linguaggio bellicista, tanto amaro quanto bizzarro, non è incomprensibile. Guerra è un termine forte che s’impone sul linguaggio della pace, quello civile, perché indica lo stato di fatto esistenzialmente più rilevante. L’esistenza di una grande filosofia della guerra e l’inesistenza di una grande filosofia della pace ne sono una prova. Quando il linguaggio bellicista è adottato dai politici, il suo significato è più semplice. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, evocare la guerra politicizza l’epidemia. Si sfrutta il capitale ideologico di una parola guerra e il suo presunto uso figurato rivela una funzione. Il suo lugubre peso, impiegato con banalità incosciente, schiaccia la percezione della realtà. Occlude il fatto epidemico, anzi pandemico, cioè la malattia prima trascurata e poi incontrollata, diventata insicurezza cronica collettiva. Guerra diventa parola formidabile, dotata di un’imbattibile gamma retorica per l’esercizio del potere e l’occultamento della verità che gli è tipico. La guerra è costrizione nella mobilitazione, subordinazione con esaltazione, sublimazione dell’omologazione; è pura utilità per la politica che non sa parlare, o non vuole parlare, ma solo dire senza sapere cosa. Guerra genera immagini d’ansia indistinta, ma diventa balsamo per chi manca di parole adeguate a lenire la mancanza di protezione collettiva causata dall’epidemia: protego ergo obligo; ma se non proteggo più?

 

L’esplodere e la diffusione dell’epidemia hanno una loro complessità miserevole, fatta anche di responsabilità tutte da spiegare. Sono responsabilità politiche, ma non c’entrano nulla con la dicotomia amico-nemico. Il nemico invisibile non esiste, tranne in chi se lo immagina e poi lo incarna pro domo sua: cinese, asiatico e via dicendo. L’umanizzazione del virus “nemico” è un’alterazione mentale, l’invenzione di un conflitto immaginario e, al massimo, funzionale ad altri, reali, conflitti politici. Resta almeno una verità, non solo concreta, ma anche vendicativa: non c’è un nemico da seguire nel suo elemento per fronteggiarlo, come si fa in guerra; non si combatte con organismi di dimensioni submicroscopiche e, nel “campo di battaglia”, il corpo umano, non vale l’arte della guerra, bensì la scienza. Soprattutto, col virus non si può negoziare nemmeno una resa: sopravvivere significa vincere.

 

Ciò che si può fare è trovare una cura, il che non richiede forza armata e violenza. Richiede tempo e scienza. Nel frattempo, umanizzare il virus non serve a compensare l’impotenza: essa è, semplicemente, frutto della debolezza, affatto casuale, delle nostre risorse pratiche e scientifiche, lungamente maltrattate e degradate tra l’indifferenza dei più. Naturalmente “dopo” saremo diversi e per l’ennesima volta nulla sarà come prima, salvo tutto il resto. In tal caso, cessata la finta guerra alla malattia, la vera malattia della guerra continuerà come prima, secondo l’antico lamento di Montesquieu: «Una nuova malattia si è diffusa in Europa: essa ha colpito i nostri principi, e fa sì che tengano in servizio un numero esagerato di truppe. Ha le sue crisi di aggravamento, e diviene necessariamente contagiosa; perché non appena uno Stato aumenta le proprie truppe, gli altri subito aumentano le loro, in modo da ottenere null’altro che la rovina comune. Ogni monarca tiene pronti i propri eserciti (...) e si suol chiamare pace questo stato di tensione di tutti verso tutti» (Esprit des lois, XIII, 17).

 

Oggi si vive con scalpore e sofferenza comprensibile l’età della guerra che non c’è, la “guerra al virus”. Ma è la stessa età delle guerre di Siria, dello Yemen, di Libia, d’Afghanistan, d’Ucraina: tutte guerre vissute senza scandalo da anni e anni, tra centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, epidemie tremende, distruzione incalcolabile e carestie letali. Quel poco di reale giunto a noi dai veri fronti di guerra non è bastato a salvarci dagli equivoci. D’altronde la guerra, quella vera, quasi non si pronuncia neppure, compressa dall’onnipresenza di quelle false. Resta dissimulata nel gergo dell’indistinguibilità teorica e pratica tra pace e guerra, occultata da una lingua schizofrenica che ormai traduce la guerra in “crisi”, “drammi”, “tragedie”. La parola guerra, cancellata dal nostro orizzonte, tolta dal suo contesto, ricompare però oggi ai nostri occhi, dominante ma fuori contesto. La cancellazione della guerra reale si riverbera nell’esaltazione della guerra inesistente. Il discorso prevalente ne eclissa così il significato in quello della malattia, perdendoli entrambi.

 

Rosa Luxemburg pare aver detto che il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose col proprio nome. Potrebbe essere questo un buon monito per l’invocata «rivoluzione di domani»; quando, per gli ingenui, dopo l’emergenza avremo capito molto di quel che prima non capivamo. Sia come sia, nel frattempo potremmo capire che non c’è niente di esaltante, tantomeno d’eroico, nell’evocare la guerra. Può darsi che l’epidemia si riveli peggiore della guerra. Continuando a chiamarla così, domani costruiremo delle molotov coi nostri avanzi.

 

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Immagine: Homs, Siria. Crediti: Fly_and_Dive /Shutterstock.com

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