23 settembre 2022

Perché tanti non leggono più le cattive notizie

Siamo travolti in continuazione da informazioni più o meno attendibili. Oggi il 90% di queste è “consumato” attraverso la TV e soprattutto, grazie al web, per mezzo di computer, tablet e smartphone; il resto proviene dalla “vecchia” stampa (sempre meno letta) e dalla radio. Le news sono talmente tante ‒ spesso pessime, soprattutto negli ultimi tempi, tra pandemia, guerre e crisi economiche ‒ che una minoranza autolesionista va in tilt, provando un insaziabile bisogno di avere sempre più cattive notizie. Mentre tantissimi (oltre un terzo del pubblico teorico) cercano di schivare la marea mediatica, come se fossero un esercito di allergici di fronte a una tempesta di polline. In mezzo, c’è chi non ha timori: perché ritiene di saper gestire il bombardamento mediatico oppure perché non si rende conto dei presunti rischi legati all’overdose di informazioni.

Degli “autolesionisti” Atlante Treccani si è occupato recentemente, citando una forma di dipendenza che nasce dal web: il doomscrolling, la tendenza patologica a far scorrere (scrolling) le notizie in cerca di informazioni su catastrofi e sventure (dooms). Della ben più vasta platea di allergici alle notizie si parla soprattutto dal 2020 in poi; cioè, da quando il Covid-19 ha sorpreso ‒ emotivamente e psicologicamente ‒ soprattutto le società dei Paesi più o meno benestanti, dato che non si sarebbero mai immaginate di finire, nel XXI secolo, in ostaggio di un’epidemia globale. La guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin, con l’invasione dell’Ucraina, ha contribuito a far aumentare la massa di chi detesta stressarsi a causa dei media logorroici, ufficiosi e ufficiali.

Si parla infatti di sovraccarico cognitivo e di information overload (surplus informativo). Una definizione, quest’ultima, creata negli anni Sessanta dal sociologo statunitense Bertram Gross (1912-1997); ha scritto nel suo libro The managing of organizations: the administrative struggle (1964): «Il sovraccarico di informazioni si verifica quando la quantità di input in un sistema supera la sua capacità di elaborazione». Un altro statunitense, il premio Nobel Herbert Alexander Simon (1916-2001; a suo tempo lanciò lo studio degli intrecci tra economia, mass media, psicologia e sociologia), è stato il primo a sostenere che «le informazioni consumano l’attenzione dei loro destinatari. Quindi una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione».

È un fenomeno che ovviamente si è sviluppato soprattutto nell’era digitale; quindi capita da un quarto di secolo a questa parte, con sempre maggiore virulenza man mano che la massa di notizie provenienti dal web è aumentata. Si parla, negli ambienti scientifici, di selective disconnection (disconnessione selettiva). Un termine usato anche in un recente rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism, il Digital News Report 2022. Come abbiamo già scritto, al giorno d’oggi, a causa del concatenarsi di eventi drammatici, c’è un boom di disconnessioni. Negli ultimi cinque anni è aumentata moltissimo la percentuale di chi schiva sempre o spesso le informazioni giudicate, a vario titolo, “pesanti”. In certi casi la percentuale è raddoppiata.

La ricerca, a questo proposito, si focalizza su 12 dei 46 Paesi (democratici o legati ad altri con regimi democratici) esaminati dalla società YouGov, per conto di Reuters, attraverso un questionario on-line inviato a fine gennaio/inizio febbraio 2022. Ebbene, la media delle persone “disconnesse” nel 2022 arriva al 38% (era il 29% nel 2017). In testa c’è il Brasile, col 54%; seguono il Regno Unito al 46%, gli Stati Uniti al 42%, l’Irlanda e l’Australia al 41%, la Francia al 36%, la Spagna al 35%. In Italia, dove oggi la penetrazione di Internet viene valutata al 93%, la percentuale di disconnessi è del 34% (era il 28% nel 2017): il dato è un po’ più basso della media, forse anche a causa del fatto che nel cosiddetto Bel Paese «la rivoluzione digitale è stata più lenta rispetto ad altri sistemi mediatici europei». Seguono, in coda, Germania (29%), Danimarca e Finlandia (20%), Giappone (14%).

Lo studio del Reuters Institute analizza in modo approfondito il sistema dell’informazione, inclusi social network come Instagram e TikTok: ormai sono la fonte prediletta di notizie da parte di giovani sotto i 30 anni, quelli che le testate giornalistiche spesso faticano a raggiungere. Ebbene, troppe informazioni su politica e Covid-19 rappresentano, nel mondo, la ragione per cui il 43% evita di informarsi; il 36% si giustifica sostenendo che le cattive notizie hanno un effetto negativo sull’umore; il 29% si definisce logorato dalla quantità di news che gli vengono proposte; un altro 29% ritiene che non ci si possa fidare delle news perché considerate “di parte”; il 17% risponde che preferisce evitare certi argomenti; il 16% dice che si sente impotente («non c’è niente che posso fare con quelle informazioni»). Viene riportata, per esempio, l’opinione di un ventisettenne britannico: «Evito attivamente le cose che scatenano la mia ansia e le cose che possono avere un impatto negativo sulla mia giornata. Sto cercando di evitare di leggere notizie su cose come morti e disastri».

«Questi dati suggeriscono due problemi diversi ma correlati», si legge, tra l’altro, nel rapporto. «In primo luogo, l’emergere di una minoranza di persone attive online, molte delle quali più giovani o meno istruite, ma che si sono largamente disconnesse dalla notizia, forse perché non la sentono rilevante per la loro vita. E poi, separatamente, troviamo un calo più generalizzato dell’interesse e del consumo di notizie che colpisce un gruppo molto più grande, che può essere correlato a cambiamenti strutturali nel modo in cui le notizie vengono distribuite, come il passaggio all’online, la natura del ciclo delle notizie stesso, o entrambi».

Ovviamente non è soltanto una questione di stress percepito da parecchi fruitori potenziali delle notizie. Questa situazione pone seri problemi al mondo (e all’industria) dei mass media professionali, per quel che riguarda il modo in cui propongono le informazioni. Nel report c’è una valutazione che fa emergere un paradosso: «Gli argomenti che i giornalisti considerano più importanti ‒ come le crisi politiche, i conflitti internazionali, le pandemie globali e le catastrofi climatiche ‒ sembrano essere proprio quelli che stanno allontanando alcune persone dalle notizie, soprattutto tra coloro che sono più giovani o più difficili da raggiungere». Inoltre, molti cittadini sostengono che le notizie sono difficili da comprendere; ciò suggerisce «che i media potrebbero fare molto di più per semplificare il linguaggio e spiegare o contestualizzare meglio storie complesse».

Che fare? Molte testate giornalistiche affrontano il problema, scrive il Reuters Institute, cercando di rendere le notizie maggiormente appetibili da parte delle persone; però occorre chiedersi quale sia il limite (etico e deontologico) fino al quale ci si può spingere per ottenere questo scopo senza ingannare il consumatore di news. Altre testate «stanno adottando approcci come il giornalismo risolutivo», per esempio su un tema come il cambiamento climatico; questo mira «a dare alle persone un senso di speranza» e/o a contrastare il senso di impotenza che certe informazioni negative provocano. Esiste, da quest’ultimo punto di vista, il Solutions Journalism Network: un’organizzazione internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, la cui missione «è trasformare il giornalismo in modo che tutte le persone abbiano accesso a notizie che le aiutino a immaginare e costruire un mondo più equo e sostenibile». È stato fondato nel 2013 dai giornalisti David Bornstein (Canada), Courtney E. Martin e Tina Rosenberg (USA) e ha già formato circa 20.000 giornalisti nel mondo.

Insomma, il report del Reuters Institute mostra quale sia la sfida, molto dura, che i media professionali sono chiamati ad affrontare: devono riuscire a connettersi con persone che hanno accesso a una quantità senza precedenti di contenuti on-line e convincerle che vale la pena di prestare attenzione alle notizie. Sembra banale, ma non lo è affatto. Tanto meno lo è nell’era delle fake news, le notizie false. Sono spesso propinate su Internet, in modo deliberato, anche da certe forze politiche e, soprattutto, da vari regimi autoritari o totalitari, che hanno creato apparati specializzati nel diffondere menzogne così ben congegnate da sembrare “vere”. L’assoluta necessità di garantire l’accesso a un’informazione libera, affidabile, corretta, trasparente, accessibile e comprensibile dovrebbe essere la parola d’ordine per i giornalisti, ma prima ancora per i sistemi democratici. Da quest’ultimo punto di vista, il disinteresse per tali questioni da parte dei partiti ‒ persino nei programmi elettorali, come è appena capitato in Italia ‒ non favorisce l’ottimismo. Ovviamente anche questa è cattiva notizia. Però sarebbe meglio non trascurarla.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata