25 giugno 2021

Politica, geopolitica e diritti all’Europeo di calcio

Nella consueta liturgia di bandiere, inni e colori che riproducono sui campi di gioco identità nazionali magari sfumate nella realtà ma compatte nell’ostensione dei simboli e nel patriottismo generato sui media, gli Europei di calcio posticipati di un anno a causa dell’emergenza sanitaria ‒ non che ora la pandemia possa considerarsi alle spalle, invero ‒ sono attualmente in corso di svolgimento in undici città di altrettanti diversi Paesi e, come ogni rassegna sportiva nella quale si partecipa sotto le insegne nazionali, già nella prima fase hanno mostrato un carattere eminentemente politico in numerose situazioni delle quali il calcio ha rappresentato un pretesto.

Nasceva concettualmente politica, del resto, già l’idea di questo Europeo, quando nel 2012 il presidente dell’UEFA era Michel Platini: fu proprio lui a proporre il format al Comitato esecutivo della confederazione, che lo approvò nel dicembre dello stesso anno. «Euro for Europe» era lo slogan e, se oggi la competizione è effettivamente paneuropea e si gioca ad Amsterdam, Baku, Bucarest, Budapest, Copenaghen, Glasgow, Londra, Monaco, Roma, Siviglia e San Pietroburgo, lo si deve a quello spirito che aveva e ha anche il merito di non concentrare in un solo Paese i rischi correlati alla ristrutturazione degli impianti esistenti e alla costruzione di nuovi progetti (dal consumo di suolo all’affarismo più becero, si pensi agli sprechi di Italia ’90). Ora, l’Europeo con questa concezione sembra destinato a rimanere un unicum: a prescindere dal frapporsi della pandemia che ne ha sterilizzato l’impatto simbolico rendendo poi l’organizzazione più difficile ‒ alcune città scelte quali sedi originarie, Dublino e Bilbao, hanno rinunciato ‒ e incoerente in termini di precauzione sanitaria, l’UEFA guidata da Čeferin ha già scelto di riportare il format al passato, al punto che l’intero Euro 2024 è già stato assegnato alla Germania e l’Italia, secondo il presidente del CONI Giovanni Malagò, si candiderà per l’edizione del 2028. Un peccato sotto l’aspetto filosofico, soprattutto in un momento storico in cui l’Unione Europea non gode di grande favore nei cittadini del continente.

Proprio qui si innesta un altro aspetto politico della rassegna attuale e riguarda le differenti scelte che i diversi governi hanno attuato nel merito della presenza del pubblico sugli spalti. L’UEFA ha imposto ai Paesi organizzatori la conditio sine qua non relativa all’apertura degli impianti al pubblico almeno per il 25% della capienza, senza imporre un limite massimo. Un aspetto che, da un lato, ha di fatto costretto alcuni governi nazionali più cauti (quello italiano, ad esempio) ad accelerare i piani di riapertura generale per salvare il diritto di ospitare le partite e rendere accettabile nei confronti della popolazione un repentino cambio di paradigma in merito, dall’altro invece ha consentito a governi particolarmente spregiudicati ‒ come ha fatto quello sovranista ungherese guidato da Viktor Orbán ‒ di aprire gli stadi al 100%, una mossa altamente propagandistica che mira a dare la percezione di una pandemia sotto controllo e di un ritorno alla normalità ormai raggiunto, a prescindere dai numeri. Proprio a Budapest lo stadio pieno in occasione delle gare disputate alla Puskás Aréna è stato prevedibilmente raccontato dai media con toni entusiastici, al limite della commozione, fornendo chissà quanto ingenuamente un ottimo assist alla narrazione governativa, una costruzione (o meglio, conferma) di consenso peraltro sostenuta dai tifosi della nazionale ungherese, il gruppo filonazista chiamato “Carpathian Brigade”, che ha avuto una larga esposizione televisiva negli ultimi giorni, per la sua massiccia presenza all’interno dell’impianto e per le affollate manifestazioni di sostegno alla selezione a margine delle gare.

In tutto questo, l’UEFA è parsa in chiara difficoltà nella sua pretesa di neutralità ‒ e la neutralità finisce sempre per concedere un alibi all’oppressore, non supporta mai l’oppresso ‒ scivolando su diverse bucce di banana disseminate dalle iniziative di federazioni o di singoli nel corso di questa prima fase della manifestazione. Già pochi giorni prima dell’Europeo, ad esempio, la federazione ucraina aveva mostrato la propria maglia di gara sulla quale era disegnata la sagoma dei confini nazionali all’interno dei quali era compresa anche la penisola di Crimea, occupata dalla Russia e ad essa annessa dal 2014, e le regioni filorusse di Donetsk e Lugansk, di fatto rivendicandole. Sebbene la FIFA (al capitolo IV, sezione 2, punto 8.3 del suo manuale Equipment regulations) vieti espressamente la presenza della «shape of a country» sulle divise, l’UEFA aveva approvato preventivamente la maglia. Dopo le proteste della Russia ‒ anch’essa presente all’Europeo ‒ la confederazione se l’è cavata con una decisione cerchiobottista: citando una risoluzione ONU che riconosce i confini territoriali come rappresentati sulla divisa, ha permesso il mantenimento di questo decoro altamente simbolico, imponendo però di levare le scritte «gloria agli eroi» e «gloria all’Ucraina» (che comparivano sul colletto) in quanto considerate slogan politici. Una rivendicazione politica la si è trovata anche nel logo federale cucito sulle divise della Macedonia del Nord, dove spicca l’acronimo cirillico ФФM (FFM) che, appunto, sta per Fudbalska Federacija na Makedonija, ovvero federazione calcistica della Macedonia. Manca la “N” di Nord e qui si rientra nella disputa del nome della nazione e nella lettura della scelta come provocazione nei confronti della Grecia. Va tuttavia rilevato che la federazione non ha ancora cambiato logo né nome da quando, nel 2019, l’accordo di Prespa è stato approvato dal governo del Paese, pertanto è sbagliato sostenere che l’eventuale provocazione abbia voluto sfruttare in questa chiave appositamente il palcoscenico dell’Europeo.

Il maggiore imbarazzo, tuttavia, l’UEFA lo sta mostrando sul tema dei diritti civili. Due i fronti: il kneeling di supporto al movimento Black Lives Matter (BLM) attuato da nazionali e singoli atleti, e il sostegno anti-discriminatorio nei confronti delle persone LGBTQIA+, attraverso l’uso simbolico di elementi arcobaleno. Da un lato, quello del kneeling, la confederazione ‒ quella dello slogan “respect” di cui impone la presenza sulle divise, ma che è svuotato ormai di qualsiasi significato ‒ lascia libero arbitrio, al punto che il dibattito si è aperto principalmente all’interno delle varie nazioni, senza toccare l’UEFA. Per fare un esempio, tutti i giocatori delle nazionali britanniche si inginocchiano prima di ogni partita nonostante una parte del loro stesso pubblico disapprovi, e sui media locali si discute animosamente della scelta e delle sue conseguenze, anche perché, in aprile, un dossier governativo (il «race report») aveva escluso l’esistenza nel Regno Unito di un razzismo strutturale, e in questo senso l’impatto dell’azione dei calciatori alimenta un dibattito necessario. Come le nazionali britanniche, anche altre selezioni si inginocchiano sistematicamente (ad esempio il Belgio, non l’Italia), ma ciò che ora apre la discussione sul gesto non è tanto la decisione del singolo di non farlo, quanto piuttosto la risposta dagli spalti, sui quali è tornato un pubblico che in diverse occasioni contesta sonoramente, in un difficile equilibrio fra benaltrismo palese e razzismo latente.

Posto poi che l’UEFA sostiene da statuto «inclusion, diversity and accessibility in European football», grottesca e ipocrita appare la risposta alla battaglia contro le discriminazioni sessuali. Il fronte l’ha aperto il portiere tedesco Manuel Neuer, indossando all’Europeo una fascia da capitano color arcobaleno ‒ in realtà lo aveva fatto anche in precedenza, ma la confederazione evidentemente non era molto attenta ‒ che non rispetta le linee guida sul vestiario degli atleti in campo. Seguendo pedissequamente quel regolamento, prima l’UEFA ha aperto un’inchiesta per decidere se sanzionare la federazione tedesca e il portiere, quindi a distanza di pochi giorni e di una clamorosa figuraccia mediatica ha fatto retromarcia, ritirando l’inchiesta e concludendo che l’intento di Neuer fosse quello di promuovere una buona causa. Causa che però non appare sufficientemente buona per autorizzare la richiesta del sindaco di Monaco Dieter Reiter di illuminare l’esterno dello stadio con i colori dell’arcobaleno in occasione di Germania-Ungheria di mercoledì, per contestare la nuova legge del Parlamento magiaro che vieta la «promozione dell’omosessualità» ai minori. Il motivo del diniego è, appunto, l’oggetto del contendere: «Si tratta di una decisione nata in un contesto politico», ha sostenuto l’UEFA, che ha scioccamente proposto di illuminare lo stadio in quel modo in date nelle quali non si giocano partite. Certo tecnicamente la richiesta viene da un ambito politico (tutti i diritti si rivendicano proprio al cospetto di chi li nega), proprio in coincidenza della dichiarazione di condanna nei confronti della legge, definita discriminatoria, firmata da tredici Paesi europei compresa ‒ buon’ultima ‒ l’Italia. Nella filigrana di quanto accaduto, si legge abbastanza chiaramente come la confederazione abbia preferito evitare uno sgarbo a quell’Orbán che, nei mesi della pandemia, ha sempre assecondato le fughe in avanti dell’UEFA, già a partire dal pubblico sugli spalti della gara di Supercoppa europea lo scorso agosto a Budapest, e del resto per il suo stesso ruolo la confederazione è un attore politico a tutti gli effetti, con tutte le conseguenze del caso. E paradossalmente, negandolo, lo conferma.

 

Immagine: Campionato europeo di calcio 2020. Finlandia - Belgio. Crediti: Maksim Konstantinov / Shutterstock.com

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