9 febbraio 2020

Prescrizione, quello che c’è da sapere

Per incredibile che possa sembrare, da mesi il dibattito politico italiano ruota intorno alla prescrizione, fomentando discussioni e polemiche sia tra maggioranza e opposizione che tra gli stessi partiti che sostengono il governo. Nonostante non sia un argomento di primaria importanza per la vita dei cittadini o delle istituzioni, bensì una questione tecnico-giuridica perfino marginale rispetto al funzionamento della giustizia penale.

La diatriba viene ricondotta a quella atavica che divide garantisti e giustizialisti, mentre il merito della questione ha poco a che fare sia con il rispetto dei diritti di indagati e imputati, sia con le pretese (vere o presunte) di fare giustizia fuori dalle regole. Basti pensare che uno degli argomenti di chi osteggia la riforma che di fatto abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado (in vigore dal 1° gennaio 2020) è la ragionevole durata del processo garantita dalla Costituzione, che invece c’entra poco o nulla: quel principio serve ad assicurare tempi ragionevoli per la conclusione di un procedimento penale, non affinché si interrompa senza arrivare a una sentenza definitiva.

 

La prescrizione fissa il periodo di tempo entro il quale un reato non può più essere perseguito, a prescindere dal punto in cui è arrivato il processo. Che potrebbe anche non essere mai cominciato. La decorrenza, infatti, inizia dalla data il cui il reato è stato commesso, e sono certamente tantissimi (ma la cifra è ovviamente incalcolabile) i reati che si prescrivono senza essere stati nemmeno scoperti. Il tempo a disposizione per concludere i processi è tanto più lungo quanto più grave è considerato il reato: alcuni (quelli puniti con l’ergastolo) sono imprescrittibili. La sentenza definitiva di condanna per due responsabili della strage neofascista di Brescia (1974), per fare un esempio, è arrivata a 43 anni dai fatti, ma non si registrano lamentele per la durata dei processi; semmai per i depistaggi e altri eventi che hanno impedito di celebrarli prima.

La ratio della prescrizione sta nell’interesse dello Stato a esercitare l’azione penale per un reato commesso, che si affievolisce con il trascorrere del tempo, fino a scomparire; e nel fatto che una persona giudicata responsabile a troppi anni dai fatti è ormai diversa da quella che ha commesso il reato. Ecco perché per certi reati considerati particolarmente gravi questi due criteri non si applicano.

 

Ma il dibattito politico sulla prescrizione ha preso piede a partire da quando – nel periodo delle leggi ad personam introdotte dai governi Berlusconi, nei primi anni Duemila – quell’istituto è stato modificato e utilizzato ai fini processuali di alcuni imputati, compreso l’allora presidente del Consiglio. I termini di prescrizione di alcuni reati furono diminuiti per interrompere i processi ed evitare possibili condanne, creando con ciò più generali scompensi nel sistema. Con le nuove regole si sono toccate punte di oltre 150.000 processi prescritti ogni anno, e questa disfunzione figlia di interessi personali ha riacceso la polemica tra i partiti.

Nel 2017 la maggioranza che sosteneva il governo Renzi approvò una riforma che allungava di tre anni complessivi (18 mesi dopo la sentenza di primo grado e altri 18 dopo quella d’appello) il tempo a disposizione per concludere i processi prima della prescrizione del reato; una misura che, insieme all’innalzamento di alcune pene che porta con sé l’aumento dei tempi di prescrizione, ha ridotto la portata del fenomeno. Che però resta sempre imponente: proprio nel 2017 le prescrizioni sono state 125.000.

Tuttavia la “riforma Orlando” (dal nome del ministro della giustizia del governo Renzi, Andrea Orlando) non ha avuto tempo di mostrare i suoi effetti perché lo scorso anno, a gennaio 2019, la legge cosiddetta “spazzacorrotti” varata dalla maggioranza Cinque stelle-Lega l’ha a sua volta riformata: sospensione sine die (quindi definitiva) della prescrizione dopo il primo verdetto, sia esso di condanna o di assoluzione. Un taglio netto dalle molteplici e non tutte prevedibili conseguenze; tra le quali, certamente, il fatto che dopo la prima sentenza i tempi già lunghi del procedimento potrebbero ulteriormente dilatarsi. Con prospettive inquietanti riassunte nelle formule “ergastolo processuale” e “fine processo mai”.

Di certo si tratta di un rimedio drastico ma molto relativo, giacché la gran parte dei processi che si prescrivono – circa il 75% – “muoiono” prima del verdetto di primo grado, e dunque non vengono toccati dalla riforma. Il problema di indagini e dibattimenti che evaporano prima di identificare i responsabili di un reato non viene insomma risolto, se non in minima parte.

 

Si tratta di una riforma che ha più un valore politico da sbandierare che effetti benefici sul nodo da sciogliere. Peraltro con entrata in vigore rinviata di un anno (perciò gennaio 2020) in modo da avere il tempo di approvare ulteriori riforme che accelerassero i tempi della giustizia, così bilanciando l’abrogazione della prescrizione. Ma quelle riforme non sono arrivate.

Anche per questo – oltre che per il cambio di maggioranza, con l’ingresso del PD che a suo tempo votò contro la spazzacorrotti, e quindi contro questa riforma della prescrizione – lo scontro politico ha ripreso fiato. Fino a sfociare nel “lodo Conte bis” che limita l’interruzione della prescrizione a una doppia sentenza di condanna: dopo il primo verdetto la sospensione vale solo per i condannati e non più per gli assolti, e se in appello la condanna viene ribaltata in assoluzione la prescrizione si ricalcola con effetto retroattivo, come se non si fosse mai interrotta.

Un complicato meccanismo che, a parte la farraginosità e i paventati rischi di incostituzionalità nella differenziazione tra assolti e condannati prima della sentenza definitiva (su cui si dividono giuristi e costituzionalisti), diminuisce ulteriormente la portata della riforma; in attesa di quella più generale del processo penale, nuovamente annunciata ma sempre irrealizzata. Tuttavia le dispute proseguono. Anzi aumentano, tra gli stessi partiti di maggioranza. Forse proprio perché il merito della questione ha poco a che fare con il rimedio proposto, mentre resta buono per la polemica politica. Che in Italia sembra non prescriversi mai.

 

LE PAROLE

Condanna

Decadenza

Garantismo

Giustizialismo

Prescrizione

Processo di primo grado

Riforma della prescrizione del reato (“Riforma Orlando”)

Sentenza. Diritto processuale civile

Sentenza. Diritto processuale penale

 

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