15 novembre 2022

Quanto costa l’istruzione?

«La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». Queste parole non sono frutto di un’utopia, di un’aspirazione ideale inattuabile. O meglio, non dovrebbero esserlo, visto che sono scritte da quasi 75 anni nell’art. 34 della legge fondamentale del nostro Stato: la Costituzione, cui governo e Parlamento spetta uniformarsi. È quindi difficile capire perché istruire una bimba o un bimbo italiani dall’asilo nido alla laurea oggi debba costare alla famiglia come minimo 53.000 euro, in media 130.000.

Sono dati forniti in una ricerca svolta dal Centro studi italiano di Moneyfarm, società di gestione patrimoniale digitale in Europa. È stata divulgata pochi giorni fa. Esordisce così: «Educare un figlio richiede un notevole impegno economico, soprattutto se gli si vogliono fornire tutte le nuove competenze necessarie che andranno a facilitare il suo ingresso in un mercato del lavoro in continua evoluzione e sempre più competitivo». Fatto sta che, per riuscirci, occorre investire (e avere) decine di migliaia di euro, se non centinaia. Secondo la ricerca, l’itinerario dal nido fino all’università comporta una spesa stimata tra 53.000 e 700.000 euro (per gli studenti vip), con una media di 130.000. Somme assai rilevanti, che ultimamente si infrangono pure contro lo scoglio della crisi economica.

Risultato? Nell’ultimo anno accademico le iscrizioni di matricole alle università italiane sono calate del 3%, nonostante il nostro Paese fosse già in coda in Europa per quel che riguarda il numero di laureati. Lo dimostra l’ultimo report di Eurostat, che esamina l’avanzamento dell’istruzione terziaria (universitaria o equivalente) negli Stati membri dell’Unione Europea (UE): nel 2021 in media il 41% dei cittadini dell’Unione tra 24 e 34 anni aveva conseguito almeno una laurea, con punte del 63% in Lussemburgo e del 62% in Irlanda. L’Italia, col 28% di giovani laureati, si piazza al penultimo posto; va peggio solo la Romania. Gli italiani sono il fanalino di coda anche considerando che 13 Paesi (Lussemburgo, Irlanda, Cipro, Lituania, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Svezia, Danimarca, Spagna, Slovenia, Portogallo e Lettonia) hanno già tagliato, con 9 anni di anticipo, il traguardo fissato per il 2030: portare al 45% la quota della popolazione (con età compresa nella fascia di età citata) che abbia completato l’istruzione terziaria.

I ritardi dell’Italia non sono legati soltanto a una carenza nell’organizzazione dei percorsi didattici, evidentemente molto meno efficaci rispetto a quelli della stragrande maggioranza degli altri Paesi dell’UE. Pesa la carenza di risorse pubbliche, necessarie per sostenere gli studenti e il settore scolastico; ciò provoca un aggravio economico notevolissimo per le famiglie. Moneyfarm per rendere meglio l’idea della situazione individua quattro profili di studenti, con altrettanti nomi di fantasia, per valutare il costo della loro educazione fino alla conclusione degli studi universitari; sono inclusi libri e materiali scolastici, più alcune attività formative extra (come corsi di lingua straniera, informatica, musica), mentre non si tiene conto dell’effetto di eventuali (e scarse) borse di studio o di agevolazioni legate all’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente).

Il percorso più “economico” è quello di Andrea, «un ragazzo milanese con una laurea magistrale in Economia. Ha studiato nella sua città, restando a vivere con i genitori, per risparmiare sull’affitto». Quale spesa ha dovuto affrontare la famiglia? Intorno ai 53.000 euro per questo percorso educativo standard, considerando un ciclo completo di 5 anni in un’università pubblica (con retta piena). Però le spese quasi raddoppiano nel caso di Francesca: vive in un piccolo centro siciliano lontano dalle città universitarie, in cui deve trovare un alloggio. Dall’asilo all’ateneo, tutti pubblici, dove frequenta una facoltà scientifica (5 anni di frequenza), la spesa arriva, risparmiando il più possibile, intorno ai 98.000 euro. Riccardo ha una famiglia con reddito medio-alto, che punta a fornirgli una preparazione che comprenda la conoscenza di altre due lingue oltre l’italiano e varie trasferte per corsi all’estero, con la frequenza dell’università nella sua città, Padova. In totale l’investimento arriva a 170.000 euro. Per Erica, che studiato quasi completamente a Londra grazie a una famiglia facoltosa, il costo del ciclo di studi decolla: 700.000 euro; il suo caso però è molto circoscritto. In media in Italia «educare un figlio dal nido all’università costa intorno ai 130.000 euro, circa 6-7.000 euro all’anno», scrive Moneyfarm. Una somma che molte famiglie, anche volendo, non possono permettersi.

Pesa molto, com’è prevedibile, soprattutto il percorso universitario: da solo, il costo da pagare per mandare i propri figli all’università in Italia può superare i 100.000 euro (compresi libri di testo, vitto, alloggio e denaro per le spese generiche calcolati su 10 mesi, escludendo le pause estive). Per un corso di studi triennale, più due anni di magistrale, a Milano si spendono, scegliendo un ateneo pubblico, 77.900 euro in 5 anni, a Padova 60.200, a Napoli 60.000; se si frequentano gli atenei privati, a Roma, per esempio, se ne spendono 111.200. D’altra parte la mancanza di strutture pubbliche in grado di ospitare gli studenti fuori sede a prezzi decorosi ha portato a un boom dei prezzi delle locazioni destinate a questa fascia di utenti. Come ha sottolineato un recente studio di Immobiliare.it, in media nel 2022 «i prezzi delle singole sono aumentati di ben 11 punti percentuali rispetto al 2021 (si arriva a 439 euro), mentre un posto letto in doppia costa il 9% in meno ». Con record in alcune città: a Milano una singola costa mediamente 620 euro mensili (+20%), a Roma 465, a Padova e Firenze 450, 447 a Bologna, a Torino e Venezia 360, a Napoli 337. Sono rare le città con un’offerta di buon livello per quel che riguarda le strutture pubbliche destinate all’ospitalità degli studenti fuori sede; eppure devono fare i conti con la forte riduzione delle risorse: a Pavia, per esempio, chiamata la Oxford sul Ticino, il taglio drastico dei finanziamenti regionali  sta mandando in default i bilanci degli 11 collegi amministrati dall’EDiSU (Ente per il Diritto allo Studio Universitario), alcuni esistenti da più di 60 anni.

Dunque le famiglie devono fare enormi sacrifici per mantenere i figli fino all’università, tanto più che già le superiori sono molto care. Infatti, c’è chi fino a pochi anni fa poteva ancora permettersi di proseguire gli studi dopo gli esami di maturità, ora non può più. In un’inchiesta svolta a fine ottobre dal quotidiano la Repubblica si legge: «Non è certo un caso se dopo 5 anni di continua salita e dopo due anni di pandemia, il numero delle immatricolazioni all’università sia sceso del 3%. Il ritorno delle lezioni in presenza e l’aumento severo del prezzo degli affitti, delle bollette e dei trasporti, ha indotto migliaia di giovani a rinunciare ad iscriversi. E calano più sensibilmente i fuori sede. Dei circa 1,7 milioni di universitari italiani, coloro che si trasferiscono a studiare altrove sono adesso meno di 500.000, circa 100.000 in meno rispetto all’ultima rilevazione ufficiale del 2018. A rinunciare sono soprattutto le matricole. Troppo poche e troppo basse le borse di studio, assolutamente insufficienti (appena 40.000) i posti negli studentati pubblici». Insomma, ciò che prescrive l’art. 34 della Costituzione continua a restare un’utopia, nonostante sia stato scritto, ottimisticamente…, “appena” 75 anni fa.

 

Immagine: Studenti prima di entrare a scuola per gli esami finali della scuola secondaria di secondo grado, presso la scuola Artemisia Gentileschi di Milano (20 giugno 2012). Crediti: Paolo Bona / Shutterstock.com

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