01 marzo 2017

Quel professionismo sportivo che in Italia non c’è

Un valore della produzione, direttamente e indirettamente attivato, che supera i 50 miliardi di euro, un Pil stimato in 25 miliardi che equivale all’1,6% del prodotto interno lordo nazionale: le stime del Coni (Libro bianco dello sport italiano, 2012), aggiornate con l’adeguamento al rialzo del presidente Malagò che, a Confindustria nel 2014, ha parlato dell’1,7%, segnalano in maniera chiara e inequivocabile come lo sport rappresenti un’industria decisamente significativa del nostro Paese, dove addirittura ha un impatto che supera percentualmente anche quello che ha in una prospettiva internazionale se, come nota il quotidiano economica spagnolo Expansi ón , lo sport vale globalmente l’1% del Pil mondiale.

Eppure, a discapito della sua importanza, lo sport in Italia soffre ancora di normative spesso problematiche, datate sino alla vetustà e frequentemente rivelatesi poi tutt’altro che adatte a uno sviluppo lineare rispetto alle richieste ed esigenze del movimento stesso.

A definire i limiti di un mondo che si evolve in maniera rapida, ad esempio, è una legge di 36 anni fa, resasi allora necessaria dal momento che, sino agli anni Settanta, il legislatore si era limitato a disciplinarne gli organi di governo e, ristrettamente ad alcuni ambiti, determinate tutele previdenziali.

Ecco allora la Legge 91/81, entrata in vigore appunto il 23 marzo 1981, all’occaso del governo Forlani. Una legge che cancellò il vincolo sportivo, definì la natura del rapporto di lavoro sportivo di tipo subordinato, almeno per quanto concerne gli sportivi professionisti (salvo la presenza di requisiti quali l’occasionalità della prestazione, l’assenza di obblighi di partecipazione ad allenamenti e gare, o il limite delle otto ore settimanali, dei cinque giorni ogni mese o dei trenta giorni l’anno) e dà alle federazioni sportive la possibilità di aprirsi al professionismo.

Uno dei problemi, annoso, è proprio qui: oggi solo calcio, golf, pallacanestro e ciclismo (lo erano state, recedendo poi dallo status, anche motociclismo e boxe) sono sport professionistici, ma in nessun caso il professionismo è aperto alle donne, con tutto ciò che ne deriva in termini di contratti, comprese tutele e aspetti previdenziali e più generalmente fiscali.

Così non esistono donne professioniste dello sport de iure, per quanto magari lo siano de facto, e in tal proposito gli esempi non mancano. Ma proprio questa disciplina ha consentito in Italia la crescita – necessaria, almeno sino a quando non verranno rivoluzionate le normative – di quella che è un’anomalia tipicamente nostrana, vale a dire la presenza dei migliori atleti delle discipline olimpiche all’interno dei gruppi sportivi militari e delle Forze Armate, di fatto “atleti di Stato” con un regolare stipendio pubblico, ma non inseriti nei ranghi dei rispettivi corpi. La Legge 78 del 31 marzo 2000 ha visto un incremento del numero di atleti militari attraverso l'assunzione diretta tramite concorso; concorsi dai quali, peraltro, l’identikit del vincitore appare spesso abbastanza definito già nel bando.

Tutto questo accade anche perché gli interventi normativi successivi alla Legge 91/81 si sono trovati a essere, sostanzialmente, modellati soprattutto sul mondo del calcio che, pur essendo di gran lunga lo sport più praticato (oltre un milione di tesserati, contro i 266 mila della pallacanestro; dati Coni Servizi-I numeri dello sport 2015) è già di suo – proprio per il suo carattere di sport professionistico, per quanto concerne le prime tre divisioni (Serie A, B e Lega Pro) della piramide calcistica – qualcosa d’altro rispetto a gran parte degli altri sport, e così finisce spesso per fagocitare tutto il resto, anche nelle tempistiche di interventi legislativi ritenuti più urgenti.

Viene dalla spinta del calcio il Decreto Legge 435 del 1996, convertito nella Legge 586 del 19 novembre 1996, quello che riconobbe lo scopo di lucro per le società di calcio. Prima di quello che viene ricordato come decreto Veltroni, per le società era possibile conseguire un lucro soggettivo ma non era riconosciuto il lucro oggettivo, la possibilità di dividere tra i soci, perché gli utili dovevano essere reinvestiti nell’attività sportiva. Caduto quest’obbligo, si aprì la possibilità della quotazione dei club, divenuti società di capitali, in Borsa. Ne approfittarono Lazio, Roma e Juventus, ma di queste solo i bianconeri, e da poche settimane, sono entrati nel FTSE Italia Mid Cap, secondo paniere per importanza dopo il FTSE Mib, una “promozione” rispetto agli scambi nel FTSE Italia Small Cap, dove si trovano le azioni delle società capitoline. Per gli investitori, non è stato un grande affare: tutte hanno perso percentuali a doppia cifra rispetto al valore in sede di collocamento. Nessuna, però, sembra pensare al delisting. E, se è vero che la 585/96 comportò anche l’obbligo della nomina di un Collegio Sindacale che avrebbe vigilato sulla corretta gestione societaria per preservarne l’equilibrio finanziario, è vero anche che fallimenti e dissesti non sono mancati e, anzi, sono aumentati; si veda nel 2015 il clamoroso caso del Parma FC.

In tutto questo, ha fatto specie un cambiamento epocale come quello portato, nel 1995, dalla “Sentenza Bosman” emessa dalla Corte di Giustizia Europea. Ma, anche qui, si torna al punto di partenza, al professionismo, perché si applica al lavoro sportivo subordinato. Quello che, dopo il 1981, in Italia nessuno ha mai modificato, vedendo arenarsi a livello parlamentare tutti i tentativi messi in atto nel tempo per riaprire la discussione.

 


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