19 maggio 2017

Quella giustizia inefficiente che costa l’1% del PIL

L’inefficienza della giustizia genera una perdita dell’1% del prodotto interno lordo (PIL) perché rallenta la crescita, determina una contrazione degli investimenti italiani e stranieri, contribuisce al peggioramento delle condizioni di finanziamento delle famiglie e delle imprese, scoraggia l’occupazione e le relazioni commerciali e, infine, determina un effetto negativo sulle dimensioni stesse delle imprese. Sono i dati contenuti in una ricerca svolta dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne sul valore della giustizia tra piccole e medie imprese e pubblica amministrazione. Iniziativa svolta nell’ambito del Focus PMI 2017 (osservatorio sulle Piccole e medie imprese ideato e promosso da LS Lexjus Sinacta).

Il tempo medio per risolvere una causa giudiziaria (considerando l’intervallo di tempo tra l’inizio dell’azione legale e il pagamento del dovuto come accertato dall’autorità giudiziaria) è di 1120 giorni, di cui 840 dedicati alla funzione giurisdizionale di cognizione e 270 per l’azione esecutiva conseguente. Le procedure fallimentari o parafallimentari assicurano, in media, un recupero di 63,9 centesimi ogni 100 euro di credito. Secondo le più recenti statistiche diffuse dal Ministero della Giustizia il tempo medio del contenzioso civile e commerciale nell’anno 2014 era di 1044 giorni; nel 2015 di 1007 e nel 2016 di 981. A gennaio 2017 risultano, altresì, pendenti 3.803.336 cause - senza considerare i fascicoli del giudice tutelare e senza accertamenti tecnici preventivi (ATP) - e 570.208 esecuzioni individuali e concorsuali (fallimenti).

A giudizio delle imprese, poi, tra i settori privati che scontano maggiormente le inefficienze della giustizia troviamo il commercio (27,9%), per lo più secondo gli esponenti del Sud (35,2%), il manifatturiero (26,1%), soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro (entrambe 27,4%), l’artigianato (25,8%), con particolare riferimento alla macroarea settentrionale (29,2%) e l’edilizia privata (23,1%). Si tratta, anche in questo caso, di una distribuzione di risposte che risente dei settori di specializzazione territoriale, con conseguenti effetti negli ambiti produttivi traino delle economie locali. Per quanto riguarda i settori pubblici troviamo, in primis, la sanità (60,8%), per lo più nelle aree del Centro e del Sud (rispettivamente: 65,2% e 65,9%); in questo contesto si riscontrano le entità più rilevanti di risorse destinate alla spesa, come anche le difficoltà più marcate nell’osservare normative e regolamenti delle forniture. Seguono l’istruzione, con la metà delle risposte (30,8%) raccolte per la sanità, l’edilizia e i lavori pubblici (rispettivamente 16,3% e 14,4%), il settore della ricerca (12%), i trasporti (10,2%) e le infrastrutture (8,2%). A prescindere dalla rilevanza che assume ogni settore di committenza pubblica nel presente contesto, risulta chiaro come contenziosi troppo lunghi e onerosi sottraggano utili risorse ai bilanci delle amministrazioni, alimentando l’inefficienza della spesa pubblica.

 


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