27 maggio 2021

Re-immaginare Roma: ombre e speranze della capitale secondo la psicologia dei luoghi

 

Su Roma si sono versati fiumi di inchiostro e fatte un’infinità di riflessioni in merito alla sua storia, al suo corredo immateriale e materiale sempre incredibilmente ingombrante. Eppure, più se ne parla e più la fotografia dell’immaginario che la città, le sue risorse e i suoi problemi ci restituiscono si fa complessa. La complessità che è propria di Roma – come luogo, entità storica e simbolica – richiede ulteriori approfondimenti, che abbiano come oggetto e obiettivo non solo le questioni relative alla produttività e alla qualità della vita espressa in funzione di benessere economico, sanità e sicurezza, ma anche eminentemente inerenti al vissuto psicologico che ad essa si accompagna e che la città stessa genera, continuamente esibendolo e mostrandone i tratti condivisi e comunitari.

In accordo con Stern e Gardner infatti, il compito principale della psicologia in relazione ai cambiamenti socio-ambientali non è tanto quello di analizzarne le organizzazioni, strutture sociali, tecnologie e modalità politico-economiche, quanto piuttosto quello di approfondire immaginari, attribuzioni, valori e significati propri di ognuna di esse.

Accanto alle descrizioni di Roma, dei suoi abitanti e dei vissuti, forniti da studiosi e ricerche che provengono dai campi della indagine tradizionale sulla città ‒ urbanistica, ricerca demografica, psicologia, sociologia, politica ecc. ‒ utilizzare una griglia interpretativa di tipo psicologico e psicodinamico potrebbe costituire un’ipotesi di lavoro che rimetta al centro l’abitante nel suo rapporto con i luoghi abitati vissuti affinché, nella fenomenologia dell’urbe, il “non detto”, i desideri e i bisogni che i cittadini manifestano nel vivere il quotidiano non rimangano offuscati dal trambusto caotico della metropoli e dalle luci scintillanti delle sue insegne, dalle modalità del consumo e della produzione che fanno riferimento alle sue configurazioni più superficiali.

Per questo l’abitare, in contrapposizione al semplice vivere la città, e l’alienazione come concausa di molti problemi psicosociali che affliggono la metropoli, sono due ambiti applicativi esemplari e privilegiati del costrutto dell’ambiente psicologico che permettono di delineare un perimetro che diminuisca l’estrema complessità di Roma e della sua fenomenologia. Essi verranno affrontati nella seconda parte di questa proposta di lavoro come casi studio.

 

Lo stato dell’arte della psicologia dell’abitare: un rinnovamento necessario

Cosa vuol dire abitare in un luogo? Cosa cambia il vivere in una città invece che in un’altra? Che risposte ci ha dato la psicologia fino ad ora?

Il concetto e l’esperienza di abitare in un luogo ci riconducono a vari costrutti come l’individualità, l’identità, i valori, l’estetica, la collettività, la società e a diversi campi di indagine come la politica, l’architettura, la topografia, l’urbanistica e l’economia, i quali, in queste righe, verranno osservati attraverso una lente psicologica [1].

Partendo da un breve esame dello stato dell’arte della psicologia in riferimento all’abitare, si nota come il tema fosse affrontato in larga misura già prima dell’avvento della psicologia come disciplina, da campi di studio come la sociologia e l’antropologia, materie che si approcciano al fenomeno dal punto di vista rispettivamente sociale e biologico-culturale.

La psicologia ha iniziato ad affrontare la tematica della collettività con Freud, ma non quella dell’abitare per la quale dobbiamo aspettare la nascita della psicologia sociale e più nello specifico della psicologia ambientale.

Tuttavia, l’abitare, anche in questi ambiti, non viene indagato dal punto di vista fenomenologico [2] (o lo è molto marginalmente), bensì dal punto di vista statistico, oppure deterministico. L’abitare cioè, spesso non è indagato da un punto di vista squisitamente psicologico, quanto piuttosto da un punto di vista ora sociologico, ora antropologico, ora economico, tutt'al più comportamentista.

Anche quando, più raramente, la psicologia ambientale nelle sue più recenti concezioni è passata da un paradigma di adattamento all’ambiente quasi esclusivamente comportamentista ad uno incentrato sulle interpretazioni cognitive dell’ambiente (Robert B. Bechtel, Arza Churchman, Handbook of Environmental Psychology, 2002), le riflessioni psicologiche restano applicate agli individui e non al luogo stesso.

Marino Bonaiuto, una delle massime autorità in tema di psicologia ambientale in Italia, ritiene che: «la psicologia ambientale può sinteticamente essere definita come lo studio psicologico delle relazioni (...) tra le persone e l’ambiente fisico, anche se molto spesso si tratta di ambiente fisico-sociale» (M. Bonaiuto, La psicologia ambientale in Italia, 2017).

A un’attenta riflessione appare evidente come l’ambiente venga descritto come ente fisico o al massimo sociale: ciò che viene tralasciato da questo tipo di costrutto è la qualità psicologica dell’ambiente stesso, quella “dimensione” che rende l’ambiente dotato di qualità psicologiche e quindi soggettive, come l’identità. Questa, infatti, per come è descritta nel Dizionario italiano di psicologia (U. Galimberti, 2004), è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ripensare al futuro di Roma da questa prospettiva significa riflettere sulle sue qualità uniche ed irripetibili.

Ciò che si propone, è un nuovo costrutto, quello dell’ambiente psicologico: l’ambiente cioè non è un unico contenitore, ovvero l’insieme di tutte le cose che sono fuori dall’individuo, ma diventa luogo, e il luogo ha un’identità precisa che va oltre la somma delle singole variabili quantitative che essa mostra. Questo particolare tipo di prospettiva riprende in parte il concetto di Genius loci, rendendolo un costrutto psicologico moderno.

È proprio a Roma che nacquero una certa sensibilità ed una capacità di concezione del luogo ed è per ripensare Roma che questo tipo particolare di sensibilità portata dal Genius loci potrebbe rivelarsi fondante.

Il costrutto di ambiente psicologico consiste dunque in un campo di interazioni tra individuo e ambiente nel quale l’individuo è parte dell’ambiente stesso, laddove l’ambiente, però, non viene inteso come un mero oggetto, un ente passivo, qualcosa di esterno, separato rispetto all'individuo. L’ambiente, e più precisamente il luogo, è il campo psicologico nel quale si forma l’identità dell’individuo e della collettività, seguendo un moto circolare di reciproca influenza. Il luogo è il contenitore delle immagini [3] del singolo, e il contenitore non può non influire sulla forma del suo contenuto. Così il luogo inteso come preciso ambiente psicologico gioca un ruolo fondamentale nella creazione della realtà psichica degli individui [4].

A tal proposito, Carl G. Jung (Psicologia e religione,1938-40) ritiene che la realtà psichica sia più reale della realtà materiale non solo perché fantasie e immagini influenzano la percezione e ancor più le interpretazioni della percezione della realtà esterna, ma anche perché sia la realtà sensibile (ambiente fisico) sia quella intelligibile sono accessibili solo tramite le immagini prodotte dalla realtà psichica.

 

Fenomenologia del vivere a Roma

Roma è comunemente e metonimicamente denominata “la città eterna” e, in tal senso, Christian Norberg-Schulz si interroga: «Qual è l’idea che Roma immancabilmente rinnova? L’immagine più corrente di Roma è quella di grande capitale: la Caput Mundi dell’antichità è il centro della chiesa cattolica universale. Quest’immagine comunica monumentalità e grandezza (...) la grandiosità di Roma è comunque qualitativamente diversa da quella delle varie città, fondate dai Romani a capisaldi dell’impero con lo stesso sistema».

Pensare alle immagini che Roma genera consente di riflettere più approfonditamente il costrutto di luogo come ambiente psicologico, attraverso il concetto di Genius loci.

Il concetto di Genius loci è originario dell’antica Roma e designa che, relativamente a un luogo, «il carattere è determinato da come le cose sono, ed offre alla nostra indagine una base per lo studio dei fenomeni concreti della nostra vita quotidiana . Solo in questo modo possiamo afferrare completamente il Genius Loci, lo “spirito del luogo” che gli antichi riconobbero come quell’“opposto” con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare» (Ch. Norberg-Schulz, Genius Loci. Towards a Phenomenology of Architecture, 1992).

Ricercando un risvolto pratico, applicativo relativo al costrutto dell’ambiente psicologico, questo coincide proprio con l’abitare un luogo, in contrapposizione al semplice viverci.

Questo carattere del luogo di cui parla Norberg-Schulz ne determina l’atmosfera e investe sia l’aspetto spaziale (fisico), che di identificazione (psicologico). È l’identificazione attraverso il luogo che consente di diventare “amici” con il Genius loci, definizione con cui l’autore intende sottolineare il rapporto di intimità che l’individuo può stabilire con un particolare luogo, rapporto che dona all’identità individuale stabilità e senso. Al contrario le società contemporanee, nel descrivere un ambiente, si concentrano solo sull’aspetto “pratico” della configurazione spaziale, tralasciando quasi totalmente la questione dell’identificazione.

Il risultato di questa assenza è l’alienazione, sia del singolo che dell’intera comunità, fenomeno che, se non può spiegare da solo il complesso intreccio di concause relative alle problematiche psicologiche della metropoli, senza dubbio in ognuna di queste problematiche gioca un ruolo, più o meno consistente.

 

Il Genius loci di Roma, assente o misconosciuto?

Cercando di identificare il Genius loci romano, ovvero di rintracciarne le caratteristiche psicologiche ambientali desumendole dalla morfologia del territorio, dall’architettura e dall’urbanistica, Norberg-Schulz (1992) nota come questo sia costituzionalmente indefinibile, eppure molto presente. È a tal proposito più corretto parlare di una complessità di Genius loci. In questa complessità, due sono gli aspetti più rilevanti secondo l’autore: quello ctonio delle forre etrusche e quello classico (di Colli Albani) [5]. Leggendo psicodinamicamente la storia urbanistica di Roma come si farebbe analizzando la storia di un individuo, appare come il suo passato sia permeato dalla sotterraneità-inconscietà e dal disordine da una parte e dal classicismo-istituzionalità dall’altra.

Questa contraddizione in termini evidenzia un problema di Roma, strettamente legata alla sua identità, con il suo Genius loci: essa è contemporaneamente legata a un passato troppo poco immaginato nel presente, da una parte, e dall’altra si sviluppa e cresce come metropoli privata dell’identità del luogo, senza più avere una continuità storica e identitaria, né gode (in molte sue zone) di quell’essere peculiare rispetto alle altre città.

Roma cioè è ancora fortemente legata ad un suo passato storico, un passato che però viene recepito come distante e non recuperabile. Ciò che rimane del passato classico, nel suo aspetto istituzionale è rappresentato dalla sua centralità nell’amministrazione pubblica e nella politica (centralità che probabilmente ad oggi si va affievolendo), mentre ciò che rimane dell’aspetto “intimo” e sotterraneo delle forre etrusche che hanno definito la topografia dell’Urbe, sono le varie viette e piazze del centro, le quali hanno perso quel valore di “estensione di casa” [6] in favore di un estraniamento degli abitanti volto al turismo, al capitalizzare.

È quindi principalmente un immaginario capitalistico e utilitaristico quello che viene consacrato dai cambi di assetto urbani e politici di Roma che, in estrema sintesi, ha portato al depauperamento dei valori identitari e di comunità portati dal centro storico da una parte e alla creazione nelle periferie di intere aree urbane costruite perseguendo scopi per lo più utilitaristici ed economici, quelli che l’antropologo Marc Augè ha ribattezzato non luoghi, dei luoghi destinati ad essere utilizzati in assenza di ogni “appropriazione” psicologica.

 

Politica, città e bellezza

L’aspetto storico-simbolico di Roma, letto attraverso la lente analitica consentita dal costrutto di ambiente psicologico rivela quanto possa essere utile intervenire sulle derive delle periferie (nel senso di come l’urbanistica e l’architettura di queste rispecchi un immaginario di sviluppo e politica) e più in generale delle recenti politiche, recuperando dove possibile i tratti salienti delle varie personalità di Roma portate dai suoi molteplici Genius loci e delle sue risorse, deflazionando la modalità efficientista e pragmaticista che ha portato al raggelante arredo urbano razionalista, all’anonimato di intere zone e quindi intere collettività, e infine alla repressione della bellezza.

La bellezza per James Hillman è un fattore psicologico nel suo significato etimologico: è qualcosa che agisce, che genera dei fenomeni psicologici.

La coniugazione tra politica, cittadinanza ed estetica (idea comune e fondamentale nell’antica Grecia) ad oggi sembra un’idea quantomeno bizzarra e romantica, impressione in parte fondata se la si osserva nello sfondo storico del XIX e XX secolo.

«Le opere estetiche guadagnavano al sistema politico l’orgoglio e il consenso della gente, e questo sia nella Mosca comunista che nella Pietroburgo zarista, sia nella Roma fascista che a Washington, con templi di marmo bianco per i suoi eroi secolari. Questo modo di coniugare estetica e città lascia però la psiche insoddisfatta. L’estetica è ridotta a politica (…) mentre io credo invece che la relazione tra politica e estetica sia più personale e psicologica. Sta nelle nostre reazioni nei confronti del mondo in cui viviamo. (…) Ed è in questi aggiustamenti, proprio perché subliminali, che oggi è nascosto “l’inconscio”. Siamo inconsci nelle nostre risposte estetiche» (James Hillman, 2002).

Secondo l’autore il nostro senso del bello e del brutto ci porta fuori, nella polis, attivandoci politicamente. Una cittadinanza attiva che conduce in primo luogo alla cura, del proprio ambiente e di sé.

Questa perdita è perpetrata da una politica che si rivela poco efficace ed efficiente nel raggiungere attraverso la produttività lo scopo di un maggior benessere tout court, e con ciò che ne deriva (tra cui i costi sociali), nel raggiungere il suo di scopo, il profitto economico.

 

[1] Per lente psicologica qui si fa riferimento a una modalità di osservare i fenomeni che renda conto, appunto, di ciò che è psichico. In tal senso, quel che si intende analizzare non sono i fatti in sé, quanto piuttosto i processi psichici che generano, si accompagnano e derivano da tali fatti. Lo psichico è quindi inteso sia a livello individuale che collettivo e sia intrapsichico che interpersonale.

[2] «Nel passato recente ci sono state più iniziative di campo fenomenologico in sociologia e geografia sociale che in psicologia» (Robert B. Bechtel, Arza Churchman, Handbook of Environmental Psychology, 2002, p. 97)

[3] Qui si fa riferimento alle immagini psichiche per come sono intese dalla psicologia analitica ovvero, semplificando, i costituenti primi della psiche individuale e collettività (C.G. Jung, Tipi psicologici, 1921)

[4] A tal proposito, C.G. Jung ritiene che la realtà psichica sia più reale della realtà materiale non solo perché fantasie e immagini influenzano la percezione e ancor più le interpretazioni della percezione della realtà esterna, ma anche perché sia la realtà sensibile (ambiente fisico) sia quella intelligibile.

[5] L’autore qui fa riferimento a quanto l’aspetto morfologico del territorio romano abbia influito su quello architettonico, urbanistico e psicologico.

[6] Roma è l’unica capitale e metropoli ad avere questa caratteristica di intimità architettonica, che Norberg-Schulz definisce “idilliaca”.

 

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Crediti immagine: Maria Marzano

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