25 aprile 2021

Ricordare, per cambiare

L’attraversamento dei luoghi della memoria (fisici e mentali) è un esercizio necessario e certamente salvifico. Ci permette di scandagliare gli errori, di onorare chi non c’è più, e getta quasi sempre una luce nuova sul presente che stiamo vivendo. Il passato da preservare, tuttavia, non è mai statico; è fatto di testimonianze, di ricordi, ma anche di documenti e soprattutto di un certosino lavoro di tessitura, i cui fili vengono intrecciati a più mani, in un divenire tutt’altro che indolore, che può durare anni, senza a volte sapere quale sarà il prodotto finale. Il recente passato della prima ondata pandemica nella bergamasca, che diventerà presto storia di questo Paese, me lo immagino un po’ così: un’opera collettiva, artigianale, fatta di migliaia di piccoli frammenti, raccolti e incastonati l’uno nell’altro, nelle forme più articolate ed espressive, che insieme stanno contribuendo alla costruzione di quello spazio della memoria, su cui le prossime generazioni potranno riflettere, da cui potranno attingere per imparare e - me lo auguro - progredire.

 

In questi ultimi mesi sono stata testimone di un imponente sforzo collettivo per costruire una sorta di archivio della memoria, attraverso la produzione di “tracce” lasciate sotto forma di raccolte fotografiche, libri, diari, podcast, persino sotto forma di boschi. Dopo il virus, quello che più fa paura da queste parti è il pericolo della rimozione. Il dubbio inconfessabile che la strage di Bergamo non sia servita a niente. Il timore che anche l’imponente inchiesta della magistratura sulle morti in Val Seriana si concluda con un una sorta di “tutti responsabili, nessuno responsabile”.

 

C’è un confine periodizzante nella storia dei bergamaschi: c’è un prima e c’è un dopo quel famoso 23 febbraio 2020, giorno in cui non si è isolato il focolaio di Alzano Lombardo. Qualcuno vorrebbe spostare l’asticella più in là, al 18 marzo, data simbolica in cui la fotografia sghemba e sfuocata di una lunga fila di camion militari - carichi di feretri di quei bergamaschi deceduti a causa del Covid e portati fuori regione per l’impossibilità del forno crematorio cittadino di farsene carico - viene messa in rete e fa il giro del mondo. Il 18 marzo 2020 il mondo si è accorto di Bergamo. Ma i bergamaschi sono stati lasciati soli al proprio destino per quasi quattro settimane. Nel mese di marzo di un anno fa, in provincia di Bergamo, la media di morti giornaliera è stata di cinquanta, con picchi di cento decessi al giorno. La sovramortalità, rispetto agli anni precedenti, è stata del 571%.

 

Serve coraggio, resilienza e spirito di comunità per rielaborare un lutto così diffuso, generazionale e a tratti carico di rabbia. Componenti spesso frenate - in questa terra abitata da gente schiva e laboriosa - da una latente depressione, ma soprattutto da un’abnegazione totale al senso del dovere, al lavoro prima di tutto. Un’inclinazione che invita a non guardare mai indietro, per recuperare il tempo perduto. Ma il tempo che verrà non è fatto solo di sviluppo e di crescita economica, il tempo che ora occorre recuperare è anche quello che giace “indietro” nei solchi della memoria. Senza retorica, senza drammatizzazione. Il tempo del noi, di una comunità ferita e sacrificata.

 

Faccio mie le parole di un anestesista bergamasco, che durante la seconda ondata Covid mi ha detto: “La strage di Bergamo ha salvato l’Italia, ha convinto chi doveva decidere a chiudere un intero Paese, ma poi non è servita a cambiare le cose”. Ed è su quel “poi” che dobbiamo concentrarci tutti, sforzandoci di tenere a mente il “prima”. Ma non come semplice esercizio commemorativo. Serve attivare un dibattito politico reale, a partire dalla società civile, un confronto onesto su quello che ci serve per soddisfare le nostre esigenze, per tutelare le fasce più fragili della popolazione, per rispondere ai grandi problemi del nostro tempo. Se nella bergamasca sono morte seimila persone in meno di due mesi, se tre su quattro sono morte in casa senza assistenza sanitaria, se un’intera generazione di anziani è stata spazzata via, non è colpa solo di un virus letale. C’è un intero sistema che va ripensato, regole del gioco che vanno cambiate, priorità che vanno ripristinate.

 

Ecco che allora, l’esercizio di tenere viva la memoria assume un senso profondo e salvifico. Ricordare e scavare negli errori - per arrivare alla verità dei fatti - deve servire a cambiare. A rivoluzionare il nostro presente.

C’è una lezione che l’ecatombe della Val Seriana ci ha insegnato: senza programmazione e senza un investimento reale sulla prevenzione non saremo mai all’altezza di nessuna tragedia.

 

 

 

Immagine: Bergamo, Italia. 22 novembre 2020. Cimitero monumentale. Persone morte durante la pandemia di Covid 19 o il Coronavirus. Viste delle diverse tombe e lapidi con le loro iscrizioni. Crediti: MC MEDIASTUDIO / Shutterstock.com
 

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