02 agosto 2016

Rifiutare ogni guerra. Il messaggio del papa dalla Polonia

Chiarire ciò che pensa in materia di politica internazionale e lanciare un messaggio ai giovani cattolici su ciò che ha in mente per il futuro della Chiesa cattolica. Questo l’intento più importante, in una fase resa incandescente dalla drammatica serie di attentati terroristici in Europa, del viaggio di papa Francesco in Polonia per la Giornata mondiale della gioventù. Per quanto riguarda la risposta alla violenza terroristica, si trattava per certi aspetti di una scelta obbligata dopo l’assassinio a Rouen di padre Jacques Hamel. Ma il papa è andato ben oltre la condanna e la dissociazione della Chiesa cattolica dagli appelli alla guerra di religione. Come altre volte in passato, il linguaggio e il tono delle dichiarazioni – accompagnati da gesti dal carattere “profetico” – hanno sfondato il muro mediatico accentuando la radicalità del rifiuto della guerra, di quella tra le religioni, in primo luogo, ma anche della guerra in quanto tale, come aveva affermato con forza nel pieno dell’escalation del conflitto in Siria nel 2013 e ha ribadito in occasione dell’incontro con i giovani a Cracovia. Non meno radicale è stata l’analisi della crisi internazionale, come sempre (si vedano alcuni paragrafi dell’esortazione “programmatica” Evangelii gaudium del 2013) molto attento alle dinamiche economico-sociali che aprono spazi ai radicalismi ideologici. «Non voglio parlare di violenza islamica, perché allora dovrei parlare anche di violenza cattolica, a guardare i giornali e vedere quello che succede pure in Italia», ha risposto ai giornalisti durante il viaggio di ritorno. Inoltre – prosegue Bergoglio – «quando si mette al centro dell’economia mondiale il dio denaro e non l’uomo e la donna, questo è già un primo terrorismo. Hai cacciato via la meraviglia del creato e hai messo al centro il denaro. Questo è un primo terrorismo». Da questo e da altri interventi sembra dunque emergere l’idea di una sorta di spirale guerra-terrorismo, alimentata dagli squilibri della globalizzazione, che già Giovanni Paolo II aveva indicato come un pericolo condannando la guerra preventiva in Iraq nel 2003. Strettamente connessa ai caratteri della crisi mondiale, filo rosso dell’intero viaggio apostolico, è stata poi la denuncia della questione migratoria. In questo caso c’era chi, memore della recente visita di denuncia a Lesbo, si aspettava una presa di posizione più dura nei confronti di un governo di destra che si è distinto nella battaglia contro le politiche di accoglienza europea. Comunque non sono mancati appelli “spinosi” e chiari nella sostanza. Parlando con le autorità, per esempio, ha menzionato il sogno di Wojtyla di «un nuovo umanesimo europeo che trova nel cristianesimo le sue radici più solide» e ha sollevato il tema della storia comune come richiamo (pungente per il governo di Varsavia) «affinché i processi decisionali e operativi siano sempre rispettosi della dignità della persona. Ogni attività ne è coinvolta: anche il complesso fenomeno migratorio». Al termine della Via Crucis con i giovani, ha lanciato un nuovo appello : «Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati?». Sono espressioni consuete nella dialettica di Bergoglio, ma è interessante osservare come il palco della Gmg abbia offerto al papa la possibilità di esprimere in maniera (se è possibile) ancora più semplice e radicale i contenuti della sua pastorale sociale, esplicitata più sistematicamente nell’enciclica Laudato si'.

Nella terra di Wojtyla, l’ideatore degli incontri mondiali con la gioventù, papa Francesco non si è sottratto dal confronto con i movimenti e ha proposto l’“azione diretta” per la misericordia come chiave per rilanciare la presenza cristiana nelle società. Durante la veglia di preghiera ha esortato i giovani «ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali» a servizio di «un’economia più solidale». Il tema dell’identità cristiana, sul quale Giovanni Paolo II, e successivamente Benedetto XVI, avevano impostato il progetto di “riconquista” della società secolarizzata attorno alle campagne sulla bioetica e le «questioni non negoziabili» non è certo venuto meno, ma è interessante osservare come l’ordine delle priorità sia stato profondamente modificato. Coerentemente con la sua analisi geopolitica sulla crisi del tempo presente e con la sua impostazione religiosa latinoamericana, quella della «teologia del popolo», papa Francesco invita i giovani a riscoprirsi cristiani nella «lotta per il futuro», contro le guerre e per un sistema economico alternativo al credo neoliberista. Le giornate di Cracovia sembrano quindi aver confermato come nei piani di Bergoglio il presente ecclesiale e quello temporale siano strettamente intrecciati, ma in un discorso diverso, seppur in continuità, con quello dei suoi predecessori; un discorso che conserva un forte carattere confessionale e confessante (insidioso quando al centro dell’attenzione ci sono i grandi temi della laicità), ma che parla la lingua del tempo presente e risulta decisamente più fruibile alle orecchie di una società secolarizzate e multireligiosa.

 

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