15 febbraio 2021

La rivincita della tuta

Denigrata, snobbata, la tuta, caposaldo dell’abbigliamento sportivo nata da un’intuizione del pittore futurista Thayaht poco più di cento anni fa, ora vive il suo momento di gloria grazie alla nuova vita cucita su misura dalle case di moda. Il tecnico Maurizio Sarri, ad esempio, ne ha fatto una divisa quando allenava il Napoli per poi preferire uno stile meno informale quando è passato alla Juve. Il giornalista Luigi Garlando crede, ad esempio, che negli allenatori come Sarri che hanno fatto della tuta un simbolo «al di sotto delle ragioni più immediate (comodità, abitudine…), magari anche solo a livello inconscio, ci sia la volontà di non rompere il legame tra allenamenti e partita». «La tuta ‒ aggiunge ‒ è un ponte che collega le conoscenze educate in settimana a quelle, le stesse, da mettere in campo il sabato o la domenica. La tuta del mister in panchina stimola una specie di riflesso pavloviano nei giocatori che, in presenza di un preciso messaggio ricevuto, reagiscono con movimenti interiorizzati» [1].

Ora, dunque, in passerella sfilano pantaloni e felpe, un tempo ad uso e consumo di palestre e parchi, abbinati a tacchi a spillo. La moda prende in prestito tessuti e forme di look sportivi e viceversa in una osmosi che il lockdown ha accelerato. Ad esempio, nel calcio le grandi firme del made in Italy hanno stretto da tempo con le società sodalizi dettati dallo stile e anche dal fatturato. Quando, però, lo scorso marzo milioni di italiani hanno iniziato a lavorare da casa, giacche, camicie e abiti da ufficio sono finiti nell’armadio e hanno lasciato spazio ad un abbigliamento più comodo di ispirazione sportiva. Già a inizio 2020, quindi prima dell’emergenza sanitaria, il trend report Activewear 2020 di Lyst, piattaforma globale di ricerche moda, registrava un aumento di circa il 59% delle ricerche di questo genere di articoli. Lo smart working e il lockdown hanno poi modificato non soltanto il nostro rapporto con il guardaroba, ma anche le abitudini di acquisto, facendo registrare un vero e proprio boom dell’e-commerce.

Secondo i dati dell’Osservatorio eCommerce B2c, infatti, gli acquisti di prodotto segnano l’incremento annuo più alto di sempre (+5,5 miliardi di euro) e raggiungono quota 23,4 miliardi di euro. In valore assoluto i tre comparti che contribuiscono di più a questa crescita sono food&grocery (+1,1 miliardi di euro), informatica ed elettronica di consumo (+1 miliardo) e abbigliamento (+700 milioni), mentre calano i servizi.

«Gli acquisti online nel 2020 valgono 30,6 miliardi di euro, -3% rispetto al 2019 e, anche nel nostro Paese, questo risultato è frutto di dinamiche differenti», ha spiegato Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio. «Da un lato ‒ ha aggiunto ‒ gli acquisti di prodotto crescono di 5,5 miliardi di euro rispetto al 2019 – l’incremento annuo più alto di sempre – e raggiungono i 23,4 miliardi di euro. Dall’altro lato gli acquisti di servizi, in forte crisi per via dell’andamento del settore turismo e trasporti, scendono a 7,2 miliardi di euro (-47% rispetto al 2019)». Nel 2020 l’abbigliamento vale 3,9 miliardi (+22%). Dati che trovano conferma nei numeri di un colosso dell’e-commerce come Zalando. Secondo quanto riferisce l’azienda, il Gross Merchandise Volume (GMV) e il fatturato sono aumentati rispettivamente del 29,9% e del 21,6%, a 2,5 e 1,8 miliardi di euro. Durante i primi mesi di lockdown i clienti di Zalando hanno fatto registrare un incremento della domanda per il loungewear. Rispetto all’anno precedente, gli acquisti per felpe e pantaloni della tuta di alcuni brand sono duplicati. Al tempo stesso, Zalando ha assistito ad un forte aumento delle vendite nella categoria sportiva rispetto al 2019.

Fin qui i dati, ma la rivincita della tuta e dell’abbigliamento comodo passa anche attraverso il linguaggio. Oggi si parla di homewear, leisurewear, loungewear. L’abbigliamento sportivo in senso stretto è l’activewear o la athleisure. Fino allo sporty chic come insegnano le riviste di moda. «Ci sono diversi influencer che mescolano l’activewear e lo sportswear con l’abbigliamento chic. La mescolanza degli stili è tipica dei nostri tempi, forse anche la contaminazione delle attività che l’abbigliamento sportivo comporta, l’idea dello sport che entra nella nostra vita», spiega Giovanna Cosenza, semiologa e docente dell’Università di Bologna. Mescolare gli stili è «tipico di un certo marketing della moda di oggi». Per Cosenza siamo di fronte a una «tendenza spiccata» che fa i conti anche con nuovi materiali. «È cambiata la produzione, quindi anche l’opportunità di moltiplicare le possibilità».

Il mondo della moda ha intuito che per l’universo dello sport e della comodità è giunto il momento della consacrazione con collezioni ad hoc. Come quella di Dior dall’evocativo nome Chez moi, creata proprio nei giorni del lockdown per «vivere il focolare domestico con stile ed eleganza», come spiega la maison francese. Da Dior ai brand del low cost è stato un fiorire di felpe, pantaloni comodi e cardigan. Che moda e sport vivano una osmosi lo dimostra il fatto che Puma ha realizzato per l’AC Milan il terzo kit per la stagione 2020/2021 integrando nella maglia il motivo houndstooth, sinonimo di sartoria dell’alta moda.

 

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[1] Luigi Garlando, Sarri & Klopp vincenti in tuta (e non è casual), in Sportweek, 8 giugno 2019

 

Crediti immagine: EA March / Shutterstock.com

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