04 luglio 2014

Rodolfo II e l'elisir dei 120 anni

"Fai schifo, sei troppo giovane... Io ho qualcosa come trent'anni più di te, ma mi sento più giovane, quindi preparati a ringiovanire... Ora vi do una notizia in esclusiva, ho deciso di rimettere in piedi l'organizzazione che si era chiusa con la morte di Don Verzè, quella che tendeva a raggiungere per l'uomo 120 anni di vita”...

Facendo gli auguri a un candidato di Forza Italia per il suo 47esimo compleanno Silvio Berlusconi, novello Rodolfo II, pur avendo perduto la sua corte di alchimisti – il geriatra Umberto Scapagnini se ne è andato l'anno scorso – ha rilanciato l'idea non dico di fuggire alla morte ma comunque di superare il tetto del secolo, finora considerato il massimo della speranza di vita. Ma perché 120? Non è un numero a caso. Diverse sono le pubblicazioni e le pagine tematiche in Rete incentrate su questo nuovo obiettivo: generalmente grazie a uno stile di vita sano in particolare relativamente all'alimentazione e agli integratori alimentari. L'idea non è nuova: negli anni '30 un medico di orgine ucraina e presidente dell'Accademia delle scienze sovietica, Aleksander Aleksandrovič Bogomolec, sosteneva che la vita di un mammifero possa protrarsi per cinque o sei volte la durata della crescita, dello sviluppo. Tenendo conto che questo nell'uomo dura circa fino a venti anni.... Peccato che se ne sia andato a 65 anni, nel '46, se no avrebbe potuto collaborare, come geriatra, alla imbalsamazione in vita di leader incartapecoriti come Andropov e Černenko, alla cui morte è seguito l'avvento devastante del giovane Gorbačev.  Secondo il suo medico Scapagnini, Berlusconi sarebbe “tecnicamente immortale”, grazie a un fenomenale e inattaccabile “sistema immunitario”. Forse si riferiva all'immunità parlamentare che del resto ha protetto anche lui, oltre al suo paziente, per tutte le vicende relative al mandato di sindaco di Catania, tra immensi buchi di bilancio, ripianati dal governo col voto della Lega, alla faccia del federalismo, che hanno causato il blackout dell'illuminazione pubblica per le bollette non pagate dal comune. Scapagnini se n'è andato nel 2013 all'età di 72 anni, dopo un incidente stradale che avrebbe rivitalizzato un tumore, causato la recidiva, secondo confuse notizie necrologiche. L'immunità di Berlusconi è un ricordo, anche se il carcere non è una prospettiva, e così il cavaliere, rassegnato, torna al vecchio progetto di Don Verzè, che se n'è andato pure lui. Al netto delle facili ironie bisogna riconoscergli una certa dose di intuizione “politica”: sarebbe troppo parlare di conflitto d'interesse, perché teme la morte, perché ha quasi ottant'anni: anche se sono in gioco i soldi pubblici. Tutti devono affrontare l'avvicinarsi del giorno del “grand peut-être”, il “grande forse” come lo ha definito Stendhal nel Rosso e il nero. Ma possiamo scommettere che il tema del futuro prossimo venturo per le campagne elettorali (americane?) sarà la promessa di una speranza di vita un tempo impensabile, molto oltre il secolo. Magari l'immortalità, come programma elettorale già ventilato da Berlusconi stesso nei 120 anni. La vecchiaia non è una malattia, dicono quelli che cercano di accettare la morte, fa parte del ciclo naturale della vita, la specie si deve evolvere, anche fisicamente. Ma, eternità a parte, anche l'allungamento della speranza di vita rientra nel concetto di evoluzione. E forse un giorno sarà sconfitta la morte: anzi di sicuro. Prima solo una piccola élite potrà permettersi l'immortalità, poi la massa. In mezzo moriranno solo gli sfigati, i poveri, gli emarginati... Anche l'imperatore Rodolfo II, dicevo, come Berlusconi, era terrorizzato dalla morte e mentre si avvicinava ha chiamato intorno a sé, al castello di Praga, alchimisti di varia provenienza, secondo il mito dell'elisir di lunga vita: se esisteva materia incorruttibile, l'oro, anche la carne umana poteva diventarlo. Bastava trovare la formula per trasformare la vile materia in oro e applicarla all'uomo. Nella Zlatá ulička, la Viuzza d'oro del Castello di Praga, aleggia ancora la leggenda degli alchimisti che lo scrittore ceco Karel Čapek, visionario alla Orwell, se non proprio un autore di fantascienza stricto sensu, ha modernizzato calandola negli anni Venti, gli stessi del geriatra sovietico Aleksander Aleksandrovič Bogomolec. Siamo nel '22 e a Praga una fascinosa e leggendaria cantante, Emilia Marty, si inserisce in una secolare e complessa contesa ereditaria. Una causa durata proprio cent'anni, la più vecchia del tribunale, e sarebbe un grande peccato finisse. Atmosfere iniziali quasi da Processo di Kafka: burocrazia asburgica e post-asburgica. Carte e nomi, astratte formule legali e vicende di vita ben più viscerali. Kafka è ancora vivo e gli restano solo due anni.  Nella contesa ereditaria Emilia Marty irrompe con tutto il peso della fama e della bellezza, ma soprattutto: sa troppe cose di vicende sepolte sotto la polvere del tempo. A lei interessa rientrare in possesso dell'elisir di lunga vita, della formula inventata dal padre, l'alchimista Makropulos, vissuto al tempo di Rodolfo II, perché l'effetto su di lei sta per finire e segni di rigidità, lampi di vecchiaia, oscurano la sua figura ammiratissima, che potremmo paragonare a una versione belle époque di Madonna o Cher, pre-botox. Difatti Emilia Marty è solo uno dei tanti nomi assunto nel corso della lunga esistenza da Elina Makropulos, nata nel 1585. Questo è il suo vero nome: lei ha 337 anni e non 37. Proprio appena dopo il giorno dei morti, a Milano, nel '93, è andata in scena la piece di Čapek che si intitola L'affare Makropulos per la regia di Ronconi (la prèmiere nel '22 a Praga) e il Corriere intitolava “Com'è lunga questa eternità” la stroncatura di Giovanni Raboni: “Dopo un quarto d'ora si è già capito tutto quello che c'è da capire sul 'mistero' dell'identità plurima e diacronica della protagonista, ma bisogna aspettare più di tre ore perché esso ci venga ufficialmente svelato; dopo di che ci aspetta una mezz'oretta di considerazioni non proprio sorprendenti sul fatto che (per citare ancora una volta Ripellino) 'è necessaria la morte perché la vita sia bella'. Intendiamoci: a Ronconi va riconosciuto non solo il diritto, ma anche il merito di cimentarsi di tanto in tanto con autori e testi di qualità un po' incerta, quasi a voler sperimentare nel 'vuoto' le sue irresistibili alchimie o (la seconda ipotesi è un po' più maliziosa) a voler provare la propria onnipotenza. Resta tuttavia il fatto che neanche lui possiede, per restare in tema, la pietra filosofale, che neanche a lui riesce di trasformare in oro il piombo di un'opera mediocre”. Il giudizio appare troppo severo. Liquidare Čapek così è eccessivo, le tre ore di spettacolo (un'eternità?) dipendevano da Ronconi non dallo scrittore ceco. Più facile prendersela con lui, sparito da un pezzo dalla faccia della terra, che con Ronconi. L'affare Makropulos è un breve testo teatrale, una commedia brillante anche se filosofica. Certo le intuizioni di Čapek non sono supportate da una struttura narrativa corposa, diversamente che in un'altra pièce dello stesso autore, Rur, dove compare per la prima volta il termine “robot”, che deriva dal ceco “robota” e vuol dire, “lavoro duro, forzato”, diversamente che in russo dove vuol dire lavoro e basta. Qui, in una storia di contrapposizione tra umani e umanoidi, si anticipa Gli androidi sognano le pecore elettriche?, di Philip K. Dick, altrimenti noto, secondo il titolo del film, come Blade runner. O meglio: si anticipa molta fantascienza del '900, Asimov incluso. In realtà Čapek ha rivelato di avere inserito il termine, il neologismo, grazie a un suggerimento del fratello, che finirà i suoi giorni nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, lo stesso dove morirà la Milena Jesenská di Kafka. Lui invece morirà dopo il patto di Monaco, quando Praga viene consegnata ai nazisti, proprio a Natale. Le intuizioni di Čapek sono dunque troppo importanti, anche nell'Affare Makropulos, non solo in Rur, per liquidarlo così, come ha fatto Raboni... Ci sono momenti sublimi, come quando, per impossessarsi della formula, Emilia Marty si concede a Prus e lui resta sconvolto dal gelo morale e fisico di quell'affascinante mummia vivente, come le rivela la mattina dopo: “Mi ha derubato. Fredda come il ghiaccio. Come se avessi tenuto un cadavere fra le braccia... E per questo ho sottratto delle carte non mie!” Di più; come apprenderà di lì a poco suo figlio (di Prus), avendolo visto entrare in camera con Emilia, si è tolto la vita. La pièce è a tratti cinica e spumeggiante, benché esile e sbrigativa forse. Come dimenticare Mariangela Melato nei panni di Emilia Marty? Nella grande interpretazione balenava in anticipo una maturità artistica e anagrafica dove personaggio e interprete confondevano le loro vite. Emilia Marty è molte artiste che la seguiranno come molte è stata prima di prendere quel nome. Come diceva Raboni la decisione finale della Marty di morire, o meglio di rinunciare alla formula (verrà bruciata), può apparire un po' banale nelle motivazioni? Lei non vorrebbe vivere altri trecento anni. Vorrebbe rinascere: “Mio Dio, potessi ancora una volta... Stupidi voi siete tanto felici! Fa persino rabbia vedere come siete felici! E tutto ciò solo per la stupida circostanza che presto morirete! Siete tutti come delle scimmie, tutto v'interessa! Credete a tutto, all'amore, a voi stessi, all'onestà, all'umanità, e non so a cos'altro ancora! Tu Max credi alla voluttà, e tu, Kristinka, credi all'amore e alla fedeltà. Tu, Vítek, credi solo alle sciocchezze”. Così svanisce il sogno della vita eterna (rinnovabile a rate di trecento anni almeno), come lamenta Vítek: “Vien voglia di piangere, signori! Considerate soltanto: tutta l'anima umana, la sete di conoscenza, il cervello, il lavoro, l'amore, la creazione, tutto, tutto... Dio, cosa non fa l'uomo in quei sessant'anni di vita? Cosa gode? Che impara? Non fai in tempo ad attendere i frutti dell'albero che hai piantato; non fai in tempo a imparare tutto ciò che l'umanità già sapeva di te; non porti a termine la tua opera e non dài il tuo esempio; muori, e non sei neanche vissuto!” Se non avessero bruciato la formula, l'eternità avrebbe comunque posto problemi: pensionistici per esempio. Pensiamo a un baby pensionato che vada in congedo a quarant'anni e poi campi a multipli di tre secoli... Qualcosa del genere è puntualmente successo con l'allungamento della vita media in Italia e nel resto del mondo... I sistemi previdenziali sono in crisi. Čapek aveva previsto anche questo. Per chi volesse leggere L'affare Makropulos, c'è l'edizione Einaudi, con introduzione di Angelo Maria Ripellino.


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