24 agosto 2020

Roma 1960, l’Olimpiade del boom

Alle 16.10 del 25 agosto 1960[1] il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi lascia il Palazzo del Quirinale a bordo della Fiat 2800. Pochi minuti dopo è allo Stadio Olimpico, dove alle 17.20 circa dichiara aperti i Giochi della XVII Olimpiade, trasmessi in diretta in 18 Paesi europei e, con solo poche ore di ritardo, negli Stati Uniti, in Canada e Giappone. L’indomani Indro Montanelli così scrive sulla prima pagina del Corriere della sera: «Non so quante medaglie d’oro totalizzeremo alla fine di questi Giochi olimpici. Non credo molte. Ma una, se fosse in palio, fin d’ora ci spetterebbe: quella per la regia dello spettacolo». Montanelli parla di una «perfetta riuscita» della cerimonia e di «organizzatori, che si sono mostrati attenti e precisi, scrupolosi del protocollo e intransigenti nell’applicarlo».

Inizia così l’avventura di Roma 1960, l’Olimpiade del boom economico, dell’Italia che riparte con tutte le sue contraddizioni. Solo poche settimane prima, il 7 luglio, a Reggio Emilia si consumano gli scontri tra le forze dell’ordine e i lavoratori in cui perdono la vita cinque operai. Il 30 giugno, a Genova, altri scontri tra manifestanti e reparti della celere durante un corteo antifascista in occasione del congresso dell’MSI. Il 20 maggio a Cannes Federico Fellini si aggiudica la Palma d’oro con La dolce vita, il 10 giugno Jacques Anquetil è il primo francese a vincere il Giro d’Italia e il 18 luglio Gastone Nencini trionfa al Tour de France.

Quella, però, è soprattutto l’estate delle Olimpiadi, le prime estive in Italia (nel 1956 Cortina aveva ospitato quelle invernali). Roma 1960 è la corsa di Livio Berruti, lo sguardo di Abebe Bikila che scalzo taglia il traguardo della maratona, l’oro di Livio Berruti, le sette medaglie del ginnasta Borys Shakhlin, la sfida dei fratelli Raimondo e Piero d’Inzeo, il debutto di Cassius Clay, la grazia e la velocità di Wilma Rudolph: 83 nazioni, 5.338 atleti, 150 gare. «Roma 1960 ‒ spiega lo storico dello sport Nicola Sbetti ‒ è il punto di arrivo di una strategia che Giulio Onesti e il CONI avevano portato avanti insieme al governo democristiano e con il sostegno del Vaticano.

Prima del 1960 l’Italia non aveva mai organizzato un’edizione dei Giochi estivi. L’Italia repubblicana riuscì dunque laddove sia l’Italia liberale che quella fascista avevano fallito, rinunciando alle Olimpiadi del 1908 per conflitti istituzionali interni e preoccupazioni economiche, e ritirando la candidatura per l’edizione del 1940 per mantenere buoni rapporti diplomatici con il Giappone». Quelle Olimpiadi «arrivarono ‒ aggiunge Sbetti ‒ in coincidenza del boom economico e furono un grandissimo successo. Rispetto all’edizione invernale di Cortina 1956, i Giochi di Roma coinvolsero davvero tutta l’Italia anche grazie alla televisione». Siamo ancora lontani dalle tensioni e dai drammi cui assisteremo in seguito, come ad esempio a Monaco 1972. «Fu una grande festa ‒ spiega ancora Nicola Sbetti ‒ un momento di crescita del movimento sportivo e di relativa tranquillità a livello internazionale. L’unica grana diplomatica fu quella di Taiwan che non potendo partecipare con il nome Repubblica di Cina sfilò con il cartello “Under protest”. Si inizia a percepire, poi, la decolonizzazione e in questo senso la vittoria dell’etiope Abebe Bikila è particolarmente simbolica».

Tra le immagini più significative di quei Giochi ci sono quelle che ritraggono il maratoneta etiope gareggiare scalzo nella notte romana, attraversando i luoghi simbolo dell’antichità. Bikila è il primo atleta dell’Africa subsahariana a vincere una medaglia d’oro olimpica. La sua partecipazione ai Giochi ha qualcosa di epico, come talvolta solo le storie legate alle Olimpiadi sanno essere. Al suo arrivo a Roma non si trovano scarpe adatte a lui, prova a correre con un paio che non era della misura giusta ma non è soddisfatto. Così, il giorno della maratona, torna a correre a piedi nudi. «Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo», dirà Bikila a proposito della sua gara a piedi nudi.

Se Bikila è l’eroe di Roma 1960, anche l’Italia ha il suo atleta simbolo. È Livio Berruti, che il 3 settembre vince l’oro nei 200 metri, primo atleta europeo a imporsi in quella gara. «Di questa emozionante giornata, ‒ scrive Gualtiero Zanetti nel commento sulla prima pagina della Gazzetta dello sport del 4 settembre 1960 ‒ con gli italiani impegnati in tutti gli sport ed in posizioni sempre di eccellenza, sarà lo strepitoso successo di Livio Berruti nei 200 metri a recarci il ricordo preferito. Soltanto da questa sera, nel nostro Paese, si avrà l’esatta sensazione di che cosa valga una medaglia d’oro nell’atletica leggera, un primato in una specialità di elevate tradizioni, che tutto il mondo pratica invariabilmente e che soltanto regolamentazioni di favore e anacronistiche valutano alla stregua della canoa o di altre discipline di primaria importanza».

L’Italia porta a casa ben 13 medaglie d’oro, 10 d’argento e 13 di bronzo.

Roma 1960, però, è anche l’Olimpiade delle donne con le vittorie di Wilma Rudolph, oro nei 100 e dei 200 e trascinatrice della squadra USA nella staffetta 4×100, e le sei medaglie della ginnasta russa Larisa Latynina, che ripete il successo dei Giochi di Melbourne quattro anni prima. Su 5.338 atleti le donne sono 611, pari all’11,4%, un po’ meno dei Giochi del 1956 (13,3%), ma dopo l’Olimpiade di Roma la percentuale di donne è sempre cresciuta.

 

[1] Lo riporta il portale storico della Presidenza della Repubblica: https://archivio.quirinale.it/aspr/diari;jsessionid=0CCED71FFAAB964F1D94CA329B93C950/EVENT-002-002987/presidente/giovanni-gronchi

 

Immagine: Abebe Bikila dopo aver vinto la medaglia d’oro olimpica nella maratona, Roma (10 settembre 1960). Crediti: Mondadori Portfolio / Sergio del Grande [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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