29 novembre 2020

Sbarchi verso il futuro

 

Nel 1997 il filosofo francese Etiénne Balibar tenne un discorso in occasione di un evento organizzato dall’Unione dei Cineasti francesi, a Parigi, in solidarietà con i trecento migranti che nel giugno del 1996 avevano occupato la chiesa di Saint Bernard. Trecento sans-papiers, senza documenti, in lotta per la regolarizzazione, la residenza legale. Il discorso si intitolava: Cosa dobbiamo ai sans-papiers.

Balibar sosteneva che il loro atto di disobbedienza avesse svelato la contraddizione, l’ipocrisia anche, dei partiti politici che ‘hanno giocato due partite’, scriveva, che hanno cercato - cioè - da un lato di regolare i flussi migratori mantenendo l’ordine pubblico, dall’altro di creare capri espiatori, esprimendo la paura della povertà di massa nel lessico dei movimenti identitari.

Dietro la protesta dei trecento sans-papiers le responsabilità politiche: ‘dobbiamo loro di aver infranto le barriere comunicative, per essere visti e ascoltati per quello che sono: non spettri di delinquenza ma lavoratori e famiglie. Hanno fatto circolare nello spazio pubblico fatti, domande e persino opposizioni legate ai problemi reali dell’immigrazione’ scrisse.

Il filosofo, sostenendo la protesta degli occupanti di Saint Bernard, riconosceva ai sans-papiers di aver inscritto le loro istanze nello spazio pubblico, attraverso il corpo che tornava ad essere corpo politico e non solo stereotipo. ‘Sono esclusi tra gli esclusi’, tuttavia non si presentano come vittime, spiegava Balibar, ‘sono diventati attori della politica democratica’.

Sono passati più di vent’anni da quell’estate francese e molte cose sono cambiate in Europa e in Nord Africa. Soprattutto è cambiato il nostro sguardo sulle persone migranti. Prendiamo due fotografie, tornando ancora indietro nel tempo.

La prima è del 1991. La nave mercantile Vlora, di ritorno da Cuba con un carico di zucchero di canna, fa tappa al porto di Durazzo e viene assaltata da una folla di decine di migliaia di persone che costringono il capitano a salpare verso l’Italia. La nave attracca a Bari l’8 agosto del 1991, con ventimila persone. Il più grande sbarco mai giunto nel nostro paese. Tra il 1991 e il 1992 arrivarono in Italia dall’Albania 300 mila persone. L’enormità di questi numeri avrebbe dovuto indurre le autorità a studiare un sistema di accoglienza, fare previsioni sul fenomeno migratorio che si sarebbe verificato di lì a cinque, dieci, vent’anni. Non è accaduto. Gli anni sono passati, le navi sono diventate gommoni, non arrivano dall’Albania ma dal Mediterraneo centrale e le politiche migratorie anziché studiare modelli di integrazione hanno messo in pratica strategie di esternalizzazione.

La seconda fotografia è del 5 ottobre del 2013. Ritrae centoundici bare allineate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa. Sono bare senza nome, sul legno il numero dei morti. 18, 87, 93. Arriveranno a 368. È la strage del 3 ottobre. In prima fila, davanti alle altre, quattro piccole bare bianche. Erano i corpi delle persone migranti, donne, uomini, bambini, famiglie, che tentavano di raggiungere l’Europa e si sono fermate a 4 miglia da Lampedusa.

Cosa è cambiato dalla Vlora agli sbarchi di oggi? E cosa, ancora, dovrebbe suggerirci il discorso di Balibar sui sans-papier? Dal 1993 a oggi, secondo UNITED for Intercultural Action, 40 mila persone sono morte cercando di raggiungere l’Europa, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto, perché le cifre ufficiali non tengono conto dei dispersi e delle morti non registrate. Morti senza nome di vite senza testimoni.

L’Europa ha avuto il tempo di configurare il passato, chiedersi cosa fare e come dalle ondate migratorie dei primi anni Novanta preparare il futuro dei nuovi, inevitabili, flussi migratori. Eppure non l’ha fatto. Ha anzi trasformando in emergenza quello che, per essere compreso e gestito, dovrebbe essere descritto come un fenomeno: lo spostamento, il cammino, il diritto di movimento.

Ecco dunque che la fotografia delle bare di Lampedusa ci spinge ad un’ulteriore valutazione: mentre i decisori politici hanno risposto con politiche di contenimento, delegando a paesi terzi il controllo dei confini (è il caso della Turchia con l’accordo del 2016 per frenare il passaggio dalla Grecia verso la rotta balcanica, o della Libia con il Memorandum d’intesa stretto nel 2017 dal governo Gentiloni con l’omologo al Sarraj), le vite migranti sono rimaste senza testimoni. Delle persone in cammino si raccontano, e si contano, solo le morti.

Oggi, quando pensiamo a un migrante, pensiamo a una vittima. Pensiamo uno stereotipo. Prima di vederlo in vita, stimolati a chiedere quello che Edmon Jabés avrebbe chiesto allo straniero – non già il luogo di nascita ma il luogo di avvenire – siamo inclini a immaginarlo disperso nel Mediterraneo, stretto in una bara, raccolto inerme da una delle pochissime imbarcazioni di soccorso che ancora possono operare nel Mediterraneo. Ecco dunque che le vite migranti sono ingabbiate nella griglia vittimaria, le persone migranti sono soggetti passivi, cui la narrazione comune consegna non il riconoscimento della rivendicazione dei diritti, ma sono due sentimenti opposti: ostilità o commiserazione.

Ecco dunque che torniamo allo schema che i sans-papiers di Balibar volevano combattere. Né invasori né vittime, dicevano, piuttosto movimento collettivo, piuttosto azione politica.

È arrivato il tempo di ripensare la narrazione delle vite migranti, dal momento in cui lasciano il paese di origine al momento in cui arrivano in Europa, il momento dello sbarco. Chiedere loro ciò di cui hanno bisogno non più soltanto nei termini di cosa è stato loro negato (da cosa scappi? Cioè: di cosa sei vittima?) ma nei termini di cosa desiderano essere una volta arrivati. Solo questo atteggiamento riporterà le loro vite – e i loro corpi vivi - alla dignità dell’azione politica. E riporterà noi, forse, a ricordare da dove viene la nostra cultura.

Superare il racconto dell’Altro come sofferente, superare l’immaginario caritatevole e spostare la struttura del nostro discorso a una relazione tra soggetti pari.  Da un lato lo straniero che arriva, dall’altro lo straniero che ospita. Nel mezzo un’identità, nuova, e comune, da costruire. Ripartire cioè dalla xenia, il dovere dell’ospitalità.

Per prima cosa dar da mangiare, da bere all’ospite, e solo dopo chiedere lui: da dove vieni?

 

Immagine: Salerno, Italia - 29 giugno 2017: I migranti soccorsi in mare sono arrivati al porto di Salerno con la nave spagnola della guardia civile. Ci sono moltissimi bambini e donne. Crediti: Pasquale Senatore / Shutterstock.com

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