06 novembre 2013

Schiavi usa e getta

U na recente inchiesta televisiva che accusava le più grandi e note catene di supermercati d'Europa di vendere prodotti raccolti sfruttando lavoro nero e migranti in condizioni di schiavitù, ha sconvolto i telespettatori francesi. Il reportage dei giornalisti del programma Cash investigation , trasmesso sul canale France2, è ambientato nelle campagne pugliesi di Foggia e di Nardò dove vivono in condizioni disperate migliaia di ragazzi africani che raccolgono pomodori. La puntata dal titolo “Les Récoltes de la honte” ha come tema lo schiavismo moderno nel settore alimentare. 

È l'orrore del caporalato: 2 euro e 40 centesimi l’ora, per raccogliere pomodori dall'alba al tramonto. O broccoli biologici, o arance. O le olive come ogni autunno a Campobello di Mazara, comune siciliano in provincia di Trapani, dove ammassati in una bidonville di teli di plastica e pezzi di legno vivono circa 600 migranti provenienti dal Sudan e dal Ghana. Lavoro massacrante per schiavi moderni.

Dal lavoro forzato nelle fattorie di canapa del Regno Unito, ai bambini lavoratori nel settore del cacao della Costa d'Avorio, 29,8 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni disumane la propria vita, come schiavi. Si tratta di persone di ogni età e sesso, private di ogni diritto, che subiscono pratiche di tipo schiavistico. È quanto emerge dal Global Slavery Index 2013, recentemente pubblicato dall'organizzazione australiana per i diritti umani Walk Free Foundation, il primo indice del suo genere a fornire una stima, paese per paese, del numero di persone che vivono oggi in condizione di schiavitù.

La ricerca condotta si basa su una definizione di schiavitù più ampia di quella finora adottata da altri organismi internazionali, ma indaga anche nel rischio di riduzione in schiavitù ed esamina e valuta le risposte dei governi a questo reato per i 162 paesi esaminati. Nel dossier, la schiavitù è intesa come “il possesso e il controllo di una persona in un modo che possa significatamene privare tale soggetto della sua libertà individuale, con l’intento di sfruttarla attraverso il suo utilizzo, la gestione, il profitto, il trasferimento o la cessione. Tale pratica è raggiunta attraverso diversi mezzi, come la violenza, la minaccia di violenza, l’inganno e/o la coercizione”. All'interno di questa definizione rientrano sfumature che comprendono i matrimoni forzati, il traffico e la vendita di esseri umani o la servitù per debiti, quelle “situazioni ingiuste” che non sempre vengono nominate come schiavitù.

Ma come si misura la schiavitù oggi che non si può, come in passato, comprare e possedere legalmente uno schiavo? Oggi gli schiavi non sono proprietà legale di nessuno. Sono schiavi usa e getta perché costano poco, perché ce ne sono in abbondanza, e quando non funzionano più si possono abbandonare e sostituirli con altri.

Che lo si chiami traffico di esseri umani, lavoro forzato, schiavitù o pratiche assimilabili alla schiavitù il risultato è che le persone colpite dalla schiavitù moderna non sono libere, sono utilizzate, controllate e sfruttate da altri. Le catene della schiavitù moderna non sono materiali. A volte i debiti crescenti, l'intimidazione, l'inganno, l'isolamento, la paura o anche un matrimonio a cui è costretta una giovane donna senza il suo consenso, possono essere le catene moderne. I fattori che predicono il rischio di riduzione in schiavitù variano considerevolmente e proprio combinati tra loro producono una immagine globale più dettagliata del numero complessivo di persone schiavizzate.

I l Global Slavery Index fornisce una classifica, redatta utilizzando 31 misure quantitative raggruppate in cinque categorie ( politiche contro la schiavitù, diritti umani, sviluppo economico e sociale, stabilità dello stato, discriminazione nei confronti delle donne) per esaminare il livello e il tipo di rischio di riduzione in schiavitù.

Se considerata come una percentuale della popolazione, la prevalenza di schiavitù moderna è più alta in Mauritania dove una persona ogni 25 è schiavizzata e dove è profondamente radicato un sistema di schiavitù ereditaria; ad Haiti è schiava una persona ogni 48. Seguono Pakistan, India, Nepal, Moldavia, Benin, Costa d'Avorio, Gambia e Gabon.

Se considerata in termini assoluti, i paesi con il più alto numero stimato di schiavi sono India, Cina, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Russia, Thailandia, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Bangladesh. Nel loro insieme, questi dieci paesi rappresentano più del 76% della stima totale di 29,8 milioni di schiavi. Assume forme diverse nei diversi paesi e settori, ma ogni paese ha una qualche forma di schiavitù moderna e, come affermano gli autori dello studio, non c'è un collegamento diretto con il tasso di povertà: piuttosto tra le cause principali ci sono la corruzione e l’impunità dei gruppi criminali che lucrano dalla tratta degli esseri umani.

Si stima che il 72,7% dei circa complessivi 29,8 milioni di persone in schiavitù moderna siano in Asia. Il paese con il maggior numero di persone schiavizzate è l'India, dove vivono 1,2 miliardi di persone, che si stima abbia tra 13,3 milioni e 14,7 milioni di persone schiave: qui prevale lo sfruttamento di cittadini indiani all’interno della nazione. L'India presenta ciò che l'indice descrive come spettro completo delle diverse forme di schiavitù moderna, dal lavoro coatto in vari settori alle peggiori forme di lavoro minorile, dallo sfruttamento commerciale del sesso al matrimonio forzato o servile. Il paese con il secondo più alto numero assoluto di schiavi è la Cina, con una stima che oscilla tra i 2,8 milioni ai 3,1 milioni. Poi c'è il Pakistan con una stima di oltre 2 milioni di persone in schiavitù.

Se Asia e Africa si caratterizzano per la maggior presenza di schiavi moderni, nessun continente ne è davvero libero. I primi 10 paesi ordinati per la loro bassa prevalenza sono: Irlanda, Islanda, Regno Unito, Nuova Zelanda, Svizzera, Svezia, Norvegia, Lussemburgo e Danimarca. Nella sola Gran Bretagna si è arrivati a stimarne 4.200-4.600, oltre 300 in Irlanda, oltre cento nella piccola e pochissimo abitata Islanda. L’Italia è al 132esimo posto di questa classifica e ha una stima di quasi 8.000 casi di schiavitù moderna su una popolazione di quasi 61 milioni di persone. Un esempio sono proprio i migranti costretti a lavorare nel settore agricolo, in condizioni fuori da ogni logica. Con questi dati l’Italia è il Paese dell’Europa centro-occidentale con il rischio più alto, dietro alla Bulgaria, Grecia, Croazia e a tutta l’Europa orientale.

La maggior parte dei paesi interessati dalla classifica del Global Slavery Index hanno già ratificato volontariamente accordi internazionali come la Convenzione sulla schiavitù, il protocollo relativo alla tratta delle Nazioni Unite e la Convenzione ILO sul lavoro forzato. Impegni giuridicamente vincolanti, ma finora scarsamente onorati.

Ma tutti possiamo contribuire per sradicare un po' di schiavitù moderna. Chi compra uno smartphone, un tablet, un computer, una semplice maglietta, un paio di scarpe da tennis, un chilo di arance, un pacco di caffè, al di là della marca, anche il più coscienzioso dei consumatori, potrebbe aver sostenuto la catena della schiavitù moderna.

L'organizzazione Slavery Footprint, una divisione della Fair Trade Fund, non profit statunitense, chiede sul proprio sito web "Quanti schiavi lavorano per te?". Basta rispondere al questionario articolato in undici schede, con domande che spaziano tra tutti gli aspetti della nostra vita, ipoteticamente slavery free. Dal tipo di abitazione al numero di figli, domande apparentemente innocue su cosa si mangia, cosa si indossa, quali medicine si assumono, quali accessori tecnologi si usano. Un algoritm o calcola in quale parte del mondo sono state prodotte le merci e fornisce per ognuno l' impronta che contribuisce alla schiavitù, una slavery footprint appunto, il numero di esseri umani che nel mondo vengono schiavizzati per garantire il nostro stile di vita. Un po’ complicato, ma ci si può provare.


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