9 giugno 2021

Abitare Roma come rimedio all’an-estesia del cittadino

 

Abitare, tra l’avere e l’essere

Nella prima parte di questo lavoro si è affermato che l’abitare rappresenta un possibile risvolto pratico del costrutto di ambiente psicologico. Ma cosa si intende in questa sede per abitare? Per rispondere a questa domanda dobbiamo ricorrere all’etimologia di abitare che ne rivela i collegamenti ed i tratti in comune con le parole abitudine, abito e habitat. Abitare un luogo infatti, contrapposto al semplice viverci, presuppone che il processo di identificazione e di relazione con il luogo sia contornato da abitudini significative e da un habitus, un ruolo che l’individuo svolge all’interno della comunità, l’abito psicologico e sociale che “indossiamo” nel mondo. L’abitare, psicologicamente, è il fondamento dell’essere al mondo, è ciò che definisce lo spazio e il tempo di un individuo e di una comunità: esso è innanzitutto un vissuto che perimetra uno spazio (vale a dire: è l’abitante che fa l’abitazione) e, in secondo luogo, scandisce cadenze e ritmi che si tramutano in abitudini.

Bisogna precisare, parlando di abitudini, che quelle che si confanno al concetto di abitare inteso come applicazione del costrutto di ambiente psicologico, sono quelle abitudini significative che consentono di stabilire una relazione con il luogo; si può dire quindi che si può avere delle abitudini senza abitare un luogo. L’abitare un luogo, un ambiente psicologico, genera determinate abitudini e le abitudini determinano una buona parte degli immaginari che (psicologicamente) abitiamo nel quotidiano.

 

Identità e centri commerciali: comprare un posto al mondo

Parlando dell’identificazione ‒ propria del passaggio dal vivere uno spazio all’abitare un luogo ‒ che il rapporto tra individuo e ambiente consente, se vi è un’età in cui questo processo identitario è particolarmente rilevante, questa è l’adolescenza.

A tal proposito, la Regione Lazio ha condotto un’indagine psico-sociale [1] realizzata all’interno dei centri commerciali del territorio romano e regionale, riguardante il vissuto, gli stati d’essere ed i comportamenti degli adolescenti all’interno di questi ambienti. Questa indagine sembra centrare appieno i due oggetti principali della riflessione circa l’abitare: il soggetto (l’adolescente come rappresentante per eccellenza della necessità di identificazione con il luogo) e l’immaginario dominante nella sua psiche come in quella collettiva (il consumismo intrinseco ai centri commerciali). Emerge così che la piazza come agorà, luogo d’incontro, di partecipazione alla vita della polis, è un luogo di partecipazione politica, di cittadinanza attiva, venuto meno a causa di quell’opera di svuotamento identitario al servizio dell’immaginario dominante: il consumo. Alla città come comunità naturale si sostituisce la città come comunità aziendale, gruppo di lavoro, nella quale lo spazio pubblico – parchi, strade, piazze, intesi come antiche agorà, luoghi di incontro e di scambio, e non come decorazioni scenografiche – va scomparendo. Tale fenomeno si evince anche dalla carenza, in molti quartieri di Roma, di luoghi preposti alla condivisione e alla cultura quali biblioteche, teatri e cinema. In un report condotto dalla Provincia di Roma si rileva come in molti quartieri non esista addirittura nessuna delle tre strutture considerate: si tratta di aree soprattutto a ridosso o esterne al GRA (Grande Raccordo Anulare) [2] ma anche di quartieri della periferia storica [3] e persino di aree benestanti come Medaglie d’Oro, Infernetto e Acquatraversa [4].

I centri commerciali vanno infatti sempre più sostituendo i luoghi di aggregazione di un tempo (oratori, centri sportivi, piazze ecc.), diventando quindi «punti d’incontro, di omologazione sociale, in cui ognuno trova una sua collocazione, ‘compra’ un pezzettino di società, sviluppando così un’identità consumistica. (...) I ragazzi si ritrovano quindi in non luoghi, posti non identificabili, contenitori di comitive, di modelli culturali, stili di vita, di ambizioni tutte uguali, quasi una rappresentazione di una vita virtuale che tanto poco somiglia alla vita reale» [5].

In tal senso il centro commerciale si pone come una realtà ideale alternativa, l’attuazione di tutti i sogni propri del cittadino come attore della società del consumo.

Del resto non è casuale che uno slogan pubblicitario a Parco Leonardo (a Fiumicino) reciti “i sogni si costruiscono” e si esibisca al visitatore con tono ammiccante di ‘luogo dei tuoi sogni’; anche il Fashion District di Valmontone e il Castel Romano Designer, propongono un’organizzazione degli spazi che a Castel Romano allude al villaggio fiabesco stile Disneyland e a Valmontone si ispira a un borgo della Roma antica.

Ma il valore attrattivo del moderno centro commerciale sta nel riprodurre le potenzialità socializzanti della città proprio quando nelle comunità cittadine delle società complesse sono entrate in crisi le tradizionali trame e connessioni sociali e lo spazio pubblico offre ormai minori opportunità d’incontro, di coesione e di mediazione sociale.

Paradossalmente, quello spazio pubblico che le città hanno ceduto alle attività commerciali viene poi restituito al cittadino all’interno degli stessi centri commerciali.

Grafico 1: Fonte, La casa dello specchio - Indagine sul rapporto tra gli adolescenti e i centri commerciali (http://www.regione.lazio.it/binary/prtl_statistica/statistica_normativa/casa_specchio.1182180722.pdf)

Nel centro commerciale gli adolescenti di Roma strutturano le proprie abitudini, con particolare riferimento a quelle comunitarie. Seppure la presenza dei centri commerciali fornisca agli individui in questione un’alternativa all’assenza dei luoghi che da sempre sono destinati alla condivisione e alla partecipazione sociale, rompendo inoltre la solitudine tipica delle aree periferiche di una grande città, ci si dovrebbe interrogare su che tipo di abitare si fonda l’esistenza di giovani che strutturano il proprio sé in questi non luoghi.

 

Il (parziale) superamento della dicotomia centro/periferia e l’an-estetizzazione del cittadino

Un dato molto interessante che emerge dall’indagine Mapparoma [6], sottolinea come sebbene la diade centro-periferia sia, con particolare riferimento a Roma, in parte superata, «permangono le differenze tra i Municipi “ricchi” e quelli “poveri”, emerse […] in particolare per l’istruzione e l’occupazione, ma con qualche sorpresa. Innanzitutto le maggiori differenze non sono di reddito come ci potremmo aspettare, ma piuttosto di istruzione e ancora di più nella dimensione della salute. Se il II e il VI Municipio rispettivamente aprono e chiudono le graduatorie in tutte e tre le dimensioni, nonché nell’indice finale, il rapporto tra di essi nella dimensione “vita lunga e sana” è addirittura quasi 1 a 3, nella conoscenza quasi 1 a 2, mentre risulta leggermente inferiore in termini di reddito»[7], dimostrando così, ancora una volta, come il benessere economico ricercato dalla società del consumo non sia di per sé promotore di un maggior benessere psicologico e tout court del cittadino.

In un’interessante indagine svolta sul territorio romano[8] si evince che la percezione di pulizia che il cittadino dei vari Municipi di Roma sperimenta relativamente al suo Municipio di appartenenza ne influenza significativamente il livello di sicurezza percepita.

Grafico 2: In questa mappa viene riportato la misurazione del “vivere in un ambiente salubre”, che tiene in considerazione l’accessibilità alle aree verdi e la pulizia del quartiere di riferimento. Fonte, Elaborazione dati in forma aggregata di Temperini Francesco, Analisi multidimensionale del benessere dei cittadini romani (2020)

Come già accennato, questo dato mostra come, citando Hillman, «siamo inconsci nelle nostre risposte estetiche» [9] e che dunque le nostre reazioni subliminali sono fortemente influenzate dall’estetica del luogo. Così il percepire il proprio quartiere come poco curato e poco pulito fa percepire al cittadino quel luogo come poco sicuro, inospitale; un luogo con il quale (riprendendo il concetto di identificazione di Norberg-Schulz) non è possibile diventare amici, con cui è meglio non relazionarsi.

Il termine estetica qui è utilizzato facendo riferimento alla sua origine, laddove «la parola per indicare la percezione o sensazione in greco era aisthesis, la cui radice rimanda a un inspirare, a un accogliere il mondo all’interno» [10]. In questo senso è la funzione estetica della psiche che rende possibile l’appropriazione del mondo a cui si faceva riferimento poco sopra, quella funzione che rende possibile l’abitare.

Vivere in quartieri non curati, in cui l’estetica è vista solo come un futile orpello ostacolo della produttività «significa ignorare il mondo. Eppure questo stato di ignoranza, questa an-estesia, è in larga misura la condizione umana attuale. Ed è sostenuta e favorita dalla nostra economia, dal nostro modo di impiegare il tempo libero e di curarci» [11].

 

Alienazione: evoluzione del concetto e il caso di Corviale

Il termine alienazione (alienatio) nasce sul terreno giuridico dove, già a partire dal diritto romano, sta a indicare la cessione di un bene o di un diritto. A partire da questo significato giuridico, si sviluppa poi il senso politico del termine, che troviamo per esempio in Rousseau, fino ad arrivare a Marx, per il quale un Sé che non si riconosce nella sua attività e nei suoi prodotti, giunge al punto estremo di essere dominato da essi come da una potenza estranea e minacciosa. Queste due prospettive sembrano non cogliere però la natura complessa del fenomeno dell’alienazione, tanto più se lo si osserva alla luce dell’abitare la metropoli postmoderna, quale è Roma ad esempio.

Una delle ultime revisioni del concetto di alienazione è stata proposta da Rahel Jaeggi, la quale sostiene che alienato è l’individuo che, senza esservi costretto, si dedica a pratiche che non vorrebbe realmente svolgere e che «vive la propria vita come una vita estranea» [12], che non riesce ad appropriarsi della vita che egli stesso conduce, un fenomeno che ricorda da vicino l’acquisizione dell’identità e del ruolo sociale come oggetti di consumo, che abbiamo visto nella ricerca condotta nei centri commerciali. Pertanto l’alienazione consiste in un mancante processo di appropriazione di noi stessi, del mondo e delle relazioni che abbiamo con esso.

Ma cosa significa “appropriazione”? Per Jaeggi: «Il concetto di ‘appropriazione’ fa riferimento a una concezione ampia dei rapporti pratici con se stessi e con il mondo. Non è un caso, infatti, che la radice etimologica condivisa tra abitare, abito, abitudine e habitat sia il verbo latino habere, avere, far proprio. In questo caso l’appropriazione psicologica. Questo concetto di avere un luogo per essere un abitante, che origina dall’etimologia e quindi dall’ontologia dell’abitare, se riportato nello sfondo della riflessione della psicologia complessa, supererebbe di fatto la dicotomia tra essere e avere, per cui alla domanda posta come titolo del famoso saggio di Fromm, Avere o essere?, si potrebbe rispondere: tutte e due [13].

 

Corviale è ormai un simbolo nazionale del fallimento di tentativi di costruzione e riqualificazione di spazi periferici. La sua progettazione va ricondotta a un’utopia urbanistica risalente agli anni Sessanta e Settanta ed è un esempio di come anche i migliori ideali (come combattere l’anonimato e la mancanza di iniziative sociali e di servizi) possano portare le stesse conseguenze deleterie a cui porta il consumismo, se seguono esclusivamente un immaginario efficientista: la critica alla società dei consumi non si fonda qui su un moralistico giudizio negativo riguardo al denaro, quanto piuttosto su un atteggiamento critico e consapevole circa la giusta misura degli immaginari che partecipano all’economia, psichica oltre che pratica, dei cittadini. L’esempio di Corviale tradisce un’inflazione dell’immaginario efficientista nel cercare di ammassare migliaia di persone in un luogo relativamente ristretto, nella pretesa di dare per scontata l’attuazione da parte del cittadino del processo che porta dal vivere all’abitare, come la transizione da spazio a luogo.

L’esperimento di Corviale dimostra come la progettazione, se guidata da pochi immaginari dominanti (efficienza, profitto, techne), si rivela fallimentare e potenzialmente distruttiva.

L’alienazione non è la perdita o la scissione rispetto a un Sé profondo, che non esiste, ma è la rottura dei nessi di continuità/trasformazione. Non alienazione dunque è la capacità di ricreare sempre di nuovo la propria identità in modo attivo e costruttivo, ma partendo sempre da un dato e mai dal nulla, perché l’identità non va né trovata, né inventata, ma articolata e trasformata. Prendendo l’esempio di Corviale, viene spontaneo chiedersi come possano, i cittadini che vivono lì, trovare una continuità storica su cui fondare il proprio abitare.

 

Speranze di Roma

«Guarda il sintomo del mondo e capisci cosa vuole il mondo» [14].

Quali sono dunque le speranze di Roma alla luce di queste riflessioni?

Dare risposte a una domanda del genere in questa sede, in riferimento a un contesto così complesso sarebbe un’enorme semplificazione. L’intento di questo lavoro è piuttosto quello di stimolare interrogativi riguardo il nostro abitare la città, che esulino dai percorsi già tracciati. Del resto è facendo le domande giuste che si arriva alle giuste risposte.

Per poter ripensare un luogo, in questo caso Roma, e le sue speranze, non è possibile prescindere dal luogo stesso inteso come ambiente, non solo fisico ma anche psicologico.

Riprendendo il tema dell’abitare il luogo, per cambiare le abitudini del cittadino e quindi come questo si comporta e si manifesta, non occasionalmente, ma quotidianamente, è necessario modificare il luogo in cui abita. Questo non per determinismo estrinseco, ma perché il concetto stesso di cittadino non si esaurisce nell’individualità, ma tradisce la sua appartenenza a una polis, che è psicologica prima che sociale o fisica. È dunque ponendo a fondamento dell’essere al mondo l’abitare, che si può trovare uno dei rimedi per combattere l’an-estesia dei cittadini.

Uscire dalla disillusione e dalla sfiducia che spesso regna sulla capitale non richiede solo un atto di impegno, una capacità di “rimboccarsi le maniche” ma l’acquisizione di una maggiore consapevolezza circa le fondamentali implicazioni psicologiche relative al valore di ciò che non è produttivo in termini esclusivamente materiali, come l’estetica, la cultura, i riti, il rapporto con il Genius loci, per citarne alcuni.

In sostanza, tutto ciò che produce un senso dell’essere al mondo. Non è forse il senso la causa e il fine ultimo (tra le molte altre cose) di ogni trattamento psicologico? Così come nell’ambito della psicoterapia, la mancanza di senso o la monolateralità di questo genera i problemi e i sintomi che proprio attraverso la creazione di un nuovo senso vengono curati, così nel re-immaginare terapeuticamente una città, è al senso che si deve mirare prioritariamente per agire una terapia non dell’individuo o di una moltitudine di singoli, ma della collettività stessa. Una terapia del Sé che Hillman colloca non nell’individuo ma nella collettività, nell’ethos [15].

Del resto, «tutti noi sappiamo come impegnarci nell’azione politica: partecipare a campagne, a marce, protestare, resistere. Sappiamo il coraggio che l’azione richiede e il rischio che comporta, ma non sappiamo di avere anche altri mezzi di azione, mezzi che richiedono anch’essi coraggio: il coraggio del cuore di battersi per le sue percezioni. E se non ci battiamo, se non ci esprimiamo in favore del nostro senso estetico, quel velo funebre che è la conformità ottundente finirà per togliere ogni forza al nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle strade delle nostre città» [16].

Grafico 3: In questo grafico vengono riportati in frequenza i valori del sistema valoriale dei ragazzi. Fonte, La casa dello specchio - Indagine sul rapporto tra gli adolescenti e i centri commerciali (http://www.regione.lazio.it/binary/prtl_statistica/statistica_normativa/casa_specchio.1182180722.pdf)

[1] Regione Lazio, Sistema statistico regionale, La casa dello specchio, Indagine sugli adolescenti e i centri commerciali, 2007.

[2] Solo per citarne alcune: Fidene, Serpentara, Settebagni, Settecamini, La Rustica, Torre Maura, Morena, Mezzocamino, Vallerano-Castel di Leva, Malafede, Acilia Nord, Ponte Galeria, Casalotti, Ottavia, Prima Porta, La Storta.

[3] Come ad esempio Conca d’Oro, Casal Bertone, Pietralata, Casilino, Valco San Paolo, Pian Due Torri.

[4]  Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi, #Mapparoma 9 - Offerta pubblica e privata nei quartieri: asili, cultura, negozi e piazze.

[5] Regione Lazio, Sistema statistico regionale, La casa dello specchio, Indagine sugli adolescenti e i centri commerciali, 2007.

[6] Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi, #Mappadiroma 12 - Lo Sviluppo Umano nei municipi di Roma: dal benessere del II al disagio del VI.

[7] Per il reddito non è una sorpresa trovare ai primi posti i Municipi tradizionalmente benestanti del centro e di Roma Nord (I, II e XV), insieme alle altre aree di ceto medio-alto (VIII, IX e XII), e al contrario agli ultimi posti i Municipi popolari a est (IV, V e VI), seguiti dal quadrante sud-ovest (XI e XIII) e dal litorale di Ostia (X). Per l’istruzione il quadro è analogo, con i valori più alti nei Municipi I, II e VIII e quelli più bassi ancora una volta in IV, V e VI. Per la salute la graduatoria cambia in una certa misura, poiché i Municipi migliori risultano il II, III e VII, seguiti comunque da I, VIII e XII, mentre i peggiori sono IV, VI e XI. Infine, per l’ISU municipale, riprendendo le definizioni UNDP, possiamo dire che un solo Municipio (il II) a Roma presenta un valore molto alto di sviluppo umano.

[8] Francesco Temperini, Analisi multidimensionale del benessere dei cittadini romani, 2020.

[9] James Hillman, La politica della bellezza,  2002.

[10] James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, 2002

[11] James Hillman, 2002.

[12] Rahel Jaeggi, Alienazione, 2015.

[13] Eric Fromm, Avere o essere?, 1974. In questo saggio la distinzione tra avere ed essere diviene fondante a causa di un’equazione per la quale “io sono = ciò che ho e ciò che consumo”.

[14] James Hillman, Le figure del mito, 2014.

[15] James Hillman, La politica della bellezza, 2005.

[16] James Hillman, La politica della bellezza, 2005.

 

                      

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Crediti immagine: Maria Marzano

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