21 maggio 2022

Sei mesi al Mondiale del Qatar

Quando ci si avvicina all’estate dell’anno dei Mondiali, quella che gli appassionati di calcio attendono ogni quattro anni, l’ultima decade del mese di maggio è quella delle pre-convocazioni da parte dei selezionatori delle varie nazionali: chi c’è, chi è rimasto fuori, chi rischia in extremis il taglio dalla lista. Ecco, non è questo il caso, perché l’estate dell’anno dei Mondiali si avvicina, certo, ma mancano esattamente sei mesi all’inizio del torneo previsto in Qatar, che prenderà il via lunedì 21 novembre, nella tarda mattinata italiana, con la sfida tra Olanda e Senegal. Nulla di sconvolgente, considerando che le date della manifestazione sono note da tempo, ma l’effetto rimane comunque un po’ straniante, a maggior ragione se si considera che poi in autunno i vari campionati nazionali si fermeranno almeno per un mese e mezzo, creando una cesura nei calendari dell’attività locale che, almeno in Europa, non ha precedenti. Farà ancora più effetto in Italia, perché gli azzurri non parteciperanno al Mondiale per la seconda volta consecutiva dopo avere saltato anche Russia 2018, una mancata qualificazione che priverà la rassegna iridata della presenza della squadra capace di laurearsi campione d’Europa lo scorso luglio.

 

Sei mesi ancora, poi il fischio di inizio di quello che sarà il primo Mondiale in un Paese a maggioranza musulmana e ovviamente il primo in uno Stato della

zona del Golfo Persico, ma non è meno rilevante notare come mai si sia disputata una manifestazione del genere in un’area così ristretta, se si pensa che la distanza nord-sud tra le città sedi di gara non supera gli 80 km (da Al-Khor ad Al-Wakrah) e quella est-ovest è praticamente irrilevante. Un aspetto, quest’ultimo, che influirà sulla densità della presenza dei tifosi – e non manca la curiosità in questo senso – ma renderà il Mondiale in Qatar un vero e proprio unicum, dal momento che un’organizzazione del genere sarà difficilmente ripetibile. Senza contare, poi, che Qatar 2022 si colloca a metà tra Russia 2018 e United 2026, il Mondiale successivo che verrà ospitato da Stati Uniti, Messico e Canada, entrambe edizioni caratterizzate (come pure Brasile 2014) da una filosofia geografica opposta e dalla conseguente necessità di lunghi spostamenti da parte delle varie nazionali: in Russia, ad esempio, l’estremità a ovest era Kaliningrad e quella a est Ekaterinburg, distanti 3.000 km in linea d’aria, mentre 2.000 km dividevano San Pietroburgo (la sede più settentrionale) da Sochi (quella più meridionale). Ancora più significative le distanze di United 2026: oltre 4.000 km separano Edmonton da Città di Messico, i poli a nord a sud, ma sono più di 3.000 anche quelli che dividono San Francisco da Boston.

 

Ma Qatar 2022 rappresenta una scelta economica nata da una precisa volontà politica e non può essere valutata con i parametri classici di un Mondiale, e questo vale sia in termini di investimento che di legacy. Circa 7 sono stati i miliardi di dollari spesi dal Paese per la costruzione dei nuovi stadi, una minima parte rispetto agli oltre 200 miliardi investiti complessivamente per tutte le strutture e infrastrutture necessarie, ma si parla di uno Stato dalle risorse pressoché illimitate e che ha scelto a suo tempo di fare del Mondiale uno dei punti cardini della sua Vision 2030, il documento programmatico che tracciò le linee della trasformazione del Qatar.

 

La decisione di assegnare il Mondiale al Qatar data dicembre 2010: c’era Joseph Blatter a capo della FIFA e la scelta apparve subito controversa per l’instabilità politica della regione, per la sua sostanziale irrilevanza calcistica (ma è vero che da allora il Qatar ha adottato una serie di strategie e investimenti che hanno portato frutto in termini sportivi), per gli scandali e i sospetti di corruzione che non si sono mai sopiti nel tempo. La questione dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori si è posta in un secondo tempo, ma ha finito per diventare, giustamente, il fulcro della narrazione dell’avvicinamento al torneo. Le drammatiche cifre sulla mortalità nei cantieri di costruzione delle opere previste per i Mondiali (non solo gli stadi) raccontano di circa 6.500 decessi, una cifra più volte denunciata e aggiornata dai rapporti di Amnesty International e da alcune inchieste giornalistiche, prima fra tutte quella che ha avuto maggiore eco, pubblicata dal Guardian nel febbraio 2021 e relativa non solo alle morti bianche ma anche, più in generale, alla condizione priva di diritti dei lavoratori, in gran parte migranti provenienti da India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal. Il comitato organizzatore dei Mondiali ha sempre rigettato le accuse e smentito i numeri dei rapporti indipendenti internazionali, tuttavia una recente dichiarazione del presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha di fatto indirettamente confermato le cifre complessive (ma parlando giusto di una manciata di morti direttamente connessi agli incidenti nella costruzione degli stadi), sostenendo che l’organizzazione del torneo ha contribuito a migliorare le condizioni dei lavoratori immigrati. In effetti il Qatar nel 2020 ha abolito il sistema della kafala, consistente nella necessità di uno “sponsor” (un garante della persona di fronte allo Stato) per i lavoratori privi di qualifiche speciali, ovvero la quasi totalità dei lavoratori dei cantieri del Mondiale, ma le frasi di Infantino non possono lasciare indifferenti: «Seimila persone potrebbero essere morte in altre opere – ha affermato lo scorso 3 maggio a Los Angeles, nel corso di una conferenza del Milken Institute – ma ovviamente la FIFA non è la polizia del mondo e non può essere responsabile di tutto ciò che accade nel mondo. Ma grazie alla FIFA, grazie al calcio, siamo stati in grado di affrontare lo stato di tutti i 1,5 milioni di lavoratori che lavorano in Qatar». Il numero uno del calcio Mondiale (che peraltro da alcuni mesi vive a Doha) ha inoltre sostenuto che «quando dai lavoro a qualcuno, anche in condizioni difficili, gli dai dignità e orgoglio».

 

Negli ultimi mesi Infantino è inciampato più di una volta in dichiarazioni apparentemente scioccanti o, comunque, difficili da accettare, ma le sue non sono gaffe: rappresentano il tentativo di mantenere l’equilibrio tra la necessità di sviare il discorso dalle numerose criticità di tipo politico, sociale ed economico in merito al Mondiale del Qatar e l’obiettivo di evitare quanto più possibile l’imbarazzo per una scelta che fu sbagliata allora, ai tempi di Blatter, e che oggi presenta il conto ai vertici del calcio. In attesa che, tra sei mesi, il pallone si metta a rotolare e le imprese sportive narcotizzino i problemi di un Mondiale comunque epocale.

 

Immagine: Le bandiere delle nazioni qualificate per la Coppa del Mondo FIFA 2022, Doha, Qatar (22 gennaio 2022). Crediti: Colin McPhedran / Shutterstock.com

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