7 marzo 2021

Sensi e tecnologie digitali durante la pandemia

 

In Occidente siamo abituati a pensare i sensi e le percezioni sensoriali come un fatto puramente fisico, corporeo piuttosto che come un’organizzazione, un modello culturale appreso, fondamentale per il ruolo che gioca nei processi con i quali diamo ordine e senso al mondo. Siamo anche abituati a credere che i cinque sensi che riteniamo importanti siano gli stessi presenti nelle culture di altre popolazioni per numero e influenza. Gli antropologi, invece, hanno mostrato che la scelta di quali sensi denominare, e quindi riconoscere, su quali porre l’enfasi per il loro uso è ovviamente limitata dalla comune struttura del corpo umano e dei suoi organi sensoriali a partire dai quali tutte le culture costruiscono un modello percettivo flessibile.

L’esperienza sensoriale, spesso inconsapevole, influisce sul modo nel quale interpretiamo e agiamo nel mondo, sulle forme di organizzazione sociale, sulla costruzione delle identità e sulle emozioni. I sensi sono, dunque, finestre e filtri che connettono il nostro corpo con il contesto fisico e con gli altri. Di fronte a drastiche mutazioni sociali cambia anche la gerarchia sensoriale di una società. Una di esse è rappresentata dall’arrivo improvviso del Covid-19 che ha avuto effetti importanti sulla vita quotidiana e sull’emotività di miliardi di esseri umani. La malattia ha prodotto l’interruzione subitanea dei ritmi frenetici di vita, che erano diventati per noi la norma, immettendoci in un’immobilità anomala: chiusi in casa e con la socialità vissuta quasi esclusivamente via Internet, web, piattaforme, app e tutti i canali annessi.

Le tecnologie digitali si sono sostituite all’esperienza diretta in un quotidiano stravolto non sempre positivamente. Esse hanno consentito di restare in contatto con il mondo esterno, di vedere e condividere le immagini con parenti, amici e colleghi di smart working e DAD chiusi in un altro luogo. E di sentirne le voci. Ossia, di sperimentare una vita da remoto, virtuale nonostante gli intrecci che le tecnologie digitali, i social media ad esempio in questo contesto, hanno con la materialità del mondo che continuiamo a considerare “normale”. Il distanziamento sociale, soprattutto richiede, come sappiamo, grandi cambiamenti nelle abitudini.

La vista e l’udito, coppia sensoriale che dominava nella nostra “società dell’immagine” già precedentemente, hanno rafforzato il loro ruolo e invaso l’esperienza emarginando ulteriormente il tatto. Al momento, quest’ultimo è assente dagli apparati tecnici per problemi di costo, ma dopo un anno di pandemia sta attirando l’attenzione proprio per la sua assenza. Il tatto, senso della vicinanza, è ovunque molto monitorato e regolato su chi-dove-in che modo toccare l’altro, norme che attraversano generi, età, classi, tempi… Potente e immediato, il tatto scatena una gamma di emozioni che vanno dal piacere alla violenza, dalla tenerezza alla condivisione del dolore, della gioia, della tristezza ma anche dell’odio e del rifiuto dell’altro. Il tatto agisce sulla caduta della dicotomia mente-corpo attraverso la pelle, organo della tattilità, luogo della sensazione e della pratica sociale, dell’incontro tra interno ed esterno.

Esistono “culture del contatto”, come quella italiana e mediterranea, che si contrappongono a quelle del “non-contatto” di società nordeuropee, detto in modo grossolano. Questa caratteristica implica una maggior ricerca di con-tatto fisico con le altre persone con le quali si interagisce. La mancanza del corpo, se non attraverso le immagini o per via sonora, contributi non secondari, nel lungo periodo pare influire negativamente su problemi personali e collettivi. Incertezza, frammentarietà, soluzioni della pandemia sempre più lontane si insinuano nella percezione della propria esperienza personale, familiare e sociale.

L’esistenza di questo modello sensoriale che ricerca la corporeità potrebbe contribuire a dare un senso ad atteggiamenti che, di primo acchito, appaiono incomprensibili. Come nel caso di quei comportamenti ‒ giustamente definiti irresponsabili in questo periodo ‒ quali gli assembramenti di persone, l’ammassarsi di corpi in spazi pubblici che ipoteticamente potrebbe essere un segnale del bisogno urgente di presenze, di incontri fisici. Oppure, nella solitudine, in particolare, l’emergere del bisogno di scambi tattili che possano rassicurare sulla continuità del proprio esserci nel mondo e della presenza degli affetti. Ne è prova la creazione della “stanza degli abbracci” nelle residenze per gli anziani. O le sorprendenti proteste degli studenti che vogliono ritornare a scuola per ritrovarsi in presenza. E ancora: la richiesta di un contatto fisico, una carezza che infrange la solitudine dei pazienti negli ospedali e nelle sale di rianimazione dei malati di Covid, che vivono l’assenza dei propri familiari accanto a loro, è stata testimoniata più e più volte da infermieri e medici di quei reparti. Essere tenuti per mano da un altro essere umano prima dell’intubazione, nei momenti critici della malattia e nel momento finale. Il senso del tatto, attraverso l’espressione del bisogno di con-tatti, come sta dimostrando la pandemia, sta risalendo dall’ultima posizione nella gerarchia del nostro modello sensoriale.

 

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