27 aprile 2018

Sharing mobility, condividere è meglio

Il veicolo di proprietà fa parte dello stile di vita dei Paesi industrializzati ormai dagli anni Sessanta del secolo scorso: è una presenza considerata quasi irrinunciabile, il cui utilizzo è fortemente radicato nelle abitudini e nei comportamenti degli individui per gli spostamenti, anche in ambito urbano, complice a volte la scarsa efficienza dei trasporti pubblici. Soprattutto in Italia –­ dove abbiamo una media di 700 vetture ogni 1000 abitanti, tra le più alte d’Europa – la macchina riveste una particolare importanza: coccolata e lucidata dai proprietari, argomento di discussione e oggetto di riviste specializzate, assurge talvolta a vero e proprio status symbol.

Ma è uno scenario che potrebbe cambiare in tempi brevi, con gli sviluppi di un fenomeno noto come sharing mobility, un approccio del tutto diverso allo spostamento, basato non più sul mezzo di proprietà ma sull’accesso temporaneo ai servizi di mobilità a seconda delle necessità del momento; non si tratta solo di un diverso stile di vita, che privilegia l’uso invece del possesso, ma anche di una possibile strategia da approfondire per i potenziali benefici effetti per la riduzione del traffico, dell’inquinamento e del tasso di motorizzazione.

Di certo la sharing mobility è una realtà che in Italia si sta espandendo con ritmi notevoli: tra il 2015 e il 2017 i vari servizi del settore – dal car sharing al car pooling, dal bike sharing allo scooter sharing – sono cresciuti del 50%, grazie anche allo sviluppo di piattaforme digitali sempre più efficienti e flessibili per dispositivi mobili che facilitano un utilizzo integrato delle diverse possibilità. Sono stati più di un milione nel 2017 gli iscritti a servizi di sharing mobility, con 35 città coinvolte, anche se con una distribuzione non uniforme nel territorio: le percentuali maggiori sono soprattutto al Nord, e Milano si conferma ‘capitale’ con quasi 3.400 auto, 16.650 bici e più di 100 scooter elettrici. E non stupisce che a essere maggiormente interessati a questa realtà siano i giovani, che sembrano sempre meno desiderosi di possedere un’auto, contrariamente alla generazione precedente, dato che il tasso di motorizzazione degli italiani tra i 18 e i 45 anni è passato dal 53% del 2005 al 37% del 2016.

È ancora presto per poter valutare precisamente gli effetti sulla sostenibilità e l’ambiente dell’uso e della diffusione dei servizi di sharing mobility, che potrebbero però coinvolgere diversi aspetti. Per prima cosa, e questo vale per tutte le tipologie, la loro utilizzazione rende maggiormente consapevoli dei costi degli spostamenti, inducendo una riduzione complessiva della percorrenza dei veicoli; servizi come il car pooling, per esempio, permettono di aumentare il coefficiente di riempimento delle auto, diminuendo il numero complessivo delle macchine di proprietà in circolazione, un fattore questo che potrebbe influire anche sull’impatto derivante dalla costruzione e dallo smaltimento dei veicoli; la disponibilità e la facilità di accesso al bike sharing invece favoriscono l’uso della bici per i brevi percorsi necessari a raggiungere il luogo dove prendere poi un mezzo pubblico. L’offerta di veicoli messi a diposizione per la condivisione prevede spesso l’uso di veicoli più efficienti e sostenibili (spesso sono anche elettrici) rispetto alla media del parco circolante, rendendo l’esperienza positiva e attraente per l’utente. Gli scenari possibili insomma sono interessanti, anche se andranno valutati su una più lunga distanza.

 

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