20 aprile 2021

Si riapre, anche per il calcio

Italia-Turchia, gara di apertura dell’Europeo 2020 e posticipata ‒ assieme allo slittamento dell’intero torneo ‒ al prossimo 11 giugno, da un certo punto di vista si è già disputata. Non sul campo, naturalmente, ma sul terreno geopolitico si è giocato nell’ultimo mese un confronto strategico che ha portato, quale conseguenza, una serie di provvedimenti che incideranno fortemente sulla vita degli italiani, a prescindere dalla loro familiarità con il calcio. Se l’Italia che riapre e che segna nel 26 aprile una prima data fondamentale nel calendario di un supposto ritorno alla normalità, pure a pandemia ancora in pieno corso e al cospetto di una campagna vaccinale non esattamente a regime, fra i motivi di questa accelerazione un ruolo non secondario l’hanno giocato in effetti proprio il calcio e la sua capacità di modificare la percezione e le conseguenze di determinate scelte e di peculiari provvedimenti politici.

Di fatto, ora che il governo ha presentato il calendario delle riaperture ‒ bar e ristoranti prima all’aperto quindi anche al chiuso, cinema, teatri, musei, poi piscine e palestre ‒ vale la pena risalire al momento in cui l’Italia ha capito che, per salvare il proprio diritto ad ospitare le quattro gare dell’Europeo previste a Roma, avrebbe dovuto forzare le proprie convinzioni maturate dai rapporti e dalle previsioni del Comitato tecnico scientifico (CTS) e, per questo, particolarmente caute sul tema. Era il 18 marzo quando la UEFA, la confederazione calcistica europea organizzatrice del torneo, sostanzialmente inviava ai governi delle dodici città ospitanti le partite una sorta di ultimatum nel quale minacciava lo spostamento di sede qualora non fosse previsto lo scenario di un’apertura, anche parziale ma significativa, degli stadi interessati: in quel momento, in Italia il tema non era nemmeno all’ordine del giorno, né forse lo sarebbe stato se Nyon non fosse stata così perentoria nel pretendere garanzie.

Non si trattava, peraltro, di proporre un accesso simbolico (i 1.000 spettatori che, in alcuni casi, si sono visti sugli spalti sino alla tarda estate), ma la possibilità di riempimento di almeno un quarto della capacità omologata. Per l’Olimpico, insomma, circa 16.000 spettatori, un numero elevatissimo per un Paese che nemmeno lo scorso agosto, al cospetto di una situazione epidemiologica ben più favorevole, si era esposto così tanto. La UEFA aveva dato tempo ai governi sino alla prima decade di aprile, ricevendo il benestare di Londra, Glasgow e Bucarest, quelli di Baku e San Pietroburgo (che arriveranno ad aprire gli stadi fino al 50% della capienza), lo spregiudicato 100% di Budapest e infine i sì di Copenaghen e Amsterdam (25%). Non stupisce che l’Italia abbia tentennato, fedele certo al principio di precauzione ma anche e soprattutto alla consapevolezza che consentire l’accesso di 16.000 persone all’Olimpico l’11 giugno avrebbe significato dover cambiare da subito il paradigma di riferimento dell’intero sistema delle riaperture, giacché non sarebbe stato ritenuto socialmente accettabile un provvedimento valido esclusivamente per il calcio.

In tutto questo, a costringere l’Italia a cambiare passo si sono inserite anche le tensioni con la Turchia, innescate dal commento del presidente del Consiglio Mario Draghi il quale aveva definito il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan «un dittatore di cui però si ha bisogno», chiosando così l’imbarazzante protocollo che aveva privato della sedia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel corso di una visita diplomatica ad Ankara assieme al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Ebbene: la Turchia era ed è tuttora fra le candidate ad accaparrarsi le partite dell’Europeo che la UEFA trasferirà dalle città che non assicureranno l’apertura al pubblico, ha già sperimentato una nuova fase di riapertura degli stadi e la Ataturk Arena di Istanbul, il prossimo 29 maggio, ospiterà la finale di Champions League dando la possibilità di entrare nell’impianto a circa 37.000 spettatori. Se Roma non avesse, a quel punto, cambiato strategia accettando il diktat, è verosimile che le gare previste in Italia sarebbero finite proprio a Istanbul, considerando che l’altra sede delle sfide del girone A ‒ appunto quello di Italia, Turchia, Svizzera e Galles ‒ è Baku. L’eventualità di perdere le gare romane (tre del girone, oltre a un quarto di finale) proprio in favore della Turchia è parso evidentemente un rischio di immagine troppo alto da correre: di lì, ecco la nuova fase, in attesa di capire quali saranno i requisiti richiesti agli spettatori, se sarà necessario essere vaccinati o basterà un tampone negativo pochi giorni prima delle gare.

Contrariamente all’Italia, i governi di Spagna, Irlanda e Germania (che dovrebbero ospitare gare a Bilbao, Dublino e Monaco di Baviera) non hanno sciolto la riserva sulla presenza degli spettatori e potrebbero pertanto seriamente non far parte del novero delle organizzatrici: le diverse valutazioni sui rischi per la salute pubblica hanno sconsigliato a quei Paesi ciò che appare più un azzardo che un rischio calcolato. La UEFA avrebbe dovuto dare un responso definitivo sulle situazioni in bilico nella giornata di lunedì 19 aprile, nel corso della riunione del comitato esecutivo a Montreux, ma è stata sopraffatta dall’urgenza di attuare una controffensiva nei confronti dell’annuncio ufficiale ‒ giunto domenica notte ‒ della nascita della Super League da parte di dodici dei più prestigiosi club europei. Deciderà nel merito venerdì 23.

 

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Crediti immagine: Marco Iacobucci Epp / Shutterstock.com

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