11 ottobre 2020

Solidarietà, incertezza e fiducia al tempo del Covid. Intervista a Patrizia Catellani

 

Intervista a Patrizia Catellani

 

Siamo all’inizio di quella che sembra essere la seconda ondata di Covid-19 in Italia, una emergenza sanitaria con cui ormai ci confrontiamo, pur con livelli diversi di intensità, da più di sette mesi. A suo parere, come la pandemia cambierà, nel breve e nel medio-lungo periodo, il nostro modo di guardare agli altri? Prevarranno il sospetto e la diffidenza per paura del contagio o un rinnovato sentimento di solidarietà come è avvenuto, ad esempio, con le forme di volontariato durante il lockdown? 

In situazioni di incertezza, e questa lo è non solo dal punto di vista sanitario ma anche da quello economico, il bisogno di ritrovare un controllo sulla realtà ci porta già naturalmente a optare per una rete di relazioni più ristretta e “sicura”, una rete basata soprattutto sui familiari e sulla cerchia degli amici più stretti. Tale tendenza naturale in questo caso è accentuata dal rischio di contagio legato al contatto sociale. Le persone a noi vicine ci sembrano più sicure anche da quel punto di vista (anche se non è detto che sia così). Possiamo dire quindi che sembra prevalere una solidarietà con i vicini, ci fidiamo di poche persone e con queste tendiamo a stabilire solidi legami di solidarietà.

C’è tuttavia qualche speranza che una situazione come questa possa anche creare alcuni presupposti per un aumento di solidarietà con i lontani. Questo perché una pandemia come quella attuale facilita un cambiamento nella gerarchia dei valori delle persone. La necessità di salvaguardare la propria salute e di badare alla sostanza delle cose può indurre ad attribuire meno importanza agli aspetti accessori e all’accumulo di denaro per sé. C’è meno possibilità di esibire ciò che si ha (vestiti o auto costose ad esempio) e l’attenzione si sposta maggiormente su ciò che si è, e di conseguenza anche sulle relazioni e sugli altri.

 

Da diversi decenni, ormai, ci eravamo abituati a pensare la malattia e la cura come processi individuali, che riguardavano il singolo. Oggi siamo invece di fronte a un fenomeno che tocca la comunità e le tante sfere in cui la socialità di manifesta e in cui l’incertezza prevale sulle sicurezze che davamo per acquisite. Come può convivere oggi la società con queste nuove paure e incertezze?   

La pandemia ha rimesso al centro l’importanza della dimensione pubblica della cura della salute. Dove la salute pubblica c’è e funziona, se ne sono viste bene la rilevanza e l’utilità. È fondamentale rendere visibile al cittadino l’importanza di un servizio pubblico; è una delle necessarie premesse perché comprenda ad esempio la necessità di pagare correttamente le tasse. È anche un’importante opportunità per rinforzare positivamente il rapporto di fiducia tra il cittadino e la sfera pubblica. Deve divenire sempre più evidente che le istituzioni, ai diversi livelli, da quello locale a quello globale, cercano risposta ai bisogni dei cittadini, sia quelli espliciti, sia quelli impliciti, ossia quelli che a volte non sono immediatamente evidenti nemmeno ai cittadini stessi. È dunque necessario che non solo le istituzioni, ma anche il mondo della scienza e quello della politica si rendano pienamente conto di trovarsi di fronte a un’occasione unica, che non va sprecata, quella di ricucire un dialogo e un rapporto di fiducia con i cittadini, risolvendo collettivamente un problema di enorme complessità e che riguarda tutti.

Il cittadino che si trova di fronte a una questione molto difficile e complessa come una pandemia, una questione che per essere affrontata richiede necessariamente l’azione di persone esperte, potrebbe invece non fidarsi di queste persone, perché nel tempo e per vari motivi ha sviluppato una totale sfiducia nei confronti delle élite, inclusi gli scienziati (ad esempio con la negazione dell’esistenza del virus o l’ipotesi di interessi dei poteri forti che vogliono produrre vaccini). Questo può attivare un processo molto pericoloso. Se non conosco a fondo i termini di un problema, né mi fido di alcuna persona che lo possa risolvere, finirò per arrivare a negare che il problema esista o per fidarmi di soluzioni che non sono proposte dalle usuali fonti del sapere, bensì da fonti alternative a queste. Ne conseguono una negazione del problema, la ricerca di soluzioni originali ma non fondate su basi solide e, infine, un progressivo allontanamento dall’esame dei fatti nella loro realtà. I comportamenti che ne derivano possono essere pericolosi per sé stessi, ma anche per la collettività.

 

Durante la fase più critica dell’epidemia e nel lockdown, da più parti sono giunti inviti e riflessioni a volgere la crisi in opportunità di radicale ripensamento dell’attuale modello economico, degli stili di vita, del rapporto con l’ambiente e la tecnologia. Con il tempo si è imposto invece un desiderio di normalità, la spinta verso un tranquillizzante ritorno al passato. Come legge, dal suo punto di vista, questa tensione tra spinta al cambiamento e ritorno al passato? 

L’incertezza favorisce la tendenza a chiudersi in ciò che è noto. Se però possiamo contare su un minimo di base sicura (di varia origine, relazionale, lavorativa, economica ecc.), possiamo anche sviluppare un sano atteggiamento di apertura al cambiamento. In questo caso possiamo approfittare della crisi per intraprendere o accelerare dei processi di messa in discussione di abitudini, che magari erano consolidate, ma che a volte non rispecchiano più quello che nel frattempo siamo diventati. Di solito il cambiamento delle abitudini è un processo molto lento, ma in questo caso è stato accelerato, e non sempre, lo sappiamo, si è trattato di un cambiamento negativo, anzi. Ad esempio, un uso più intenso di alcune delle potenzialità della realtà digitale, legato al cosiddetto smart working, ci ha mostrato l’utilità di cambiare, almeno in parte, i ritmi della nostra vita. Da un lato li abbiamo rallentati, ritrovando spazi nella giornata (e nel nostro quartiere) che prima non avevamo la possibilità di apprezzare, dall’altro ritrovando anche il gusto (che magari era in parte perduto) di lavorare, organizzandosi e ponendosi obiettivi con maggiore autonomia e quindi anche maggiore soddisfazione.

 

Crediti immagine: Natalia Deriabina / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0