18 giugno 2020

Solo lo sviluppo sostenibile potrà scongiurare l’insorgenza di nuove pandemie

 

Dopo la tragica esperienza del Covid-19, con il suo spaventoso bilancio di contagiati e di vittime nel mondo intero, è giunto il momento di adottare un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare la crescita economica con il rispetto degli ecosistemi e con l’equa distribuzione delle risorse tra i Paesi della terra e al loro interno.

Il calo di emissioni di CO2 e la rinascita di habitat naturali associati agli effetti del Coronavirus hanno prefigurato un pianeta diverso dal fumo nero delle ciminiere e dei pozzi di petrolio, dalle metropoli oscurate dall’inquinamento atmosferico e dagli ecosistemi naturali ridotti allo stremo dopo decenni di sfruttamento e di aggressioni che hanno provocato perdite di biodiversità forse irreparabili. Le miriadi di pesci visti nuotare nei canali di Venezia, i delfini ed altri Cetacei avvistati vicino a porti e coste e le altre specie animali che si sono riappropriate dei loro habitat hanno dimostrato che un altro mondo, un mondo migliore, è ancora possibile. Basta volerlo!

Il Covid-19 ha anche suggerito la possibile esistenza di nessi tra la rottura degli equilibri ambientali conseguente alla deforestazione e la diffusione di virus. La protezione degli ecosistemi appare fondamentale per sostenere la vita sul pianeta e per evitare la trasmissione diretta di malattie infettive dagli animali all’uomo. Secondo non pochi scienziati la distruzione sistematica di habitat, il consumo sistematico dei suoli e più in generale la perdita di biodiversità possono facilitare l’insorgenza delle malattie infettive emergenti che ha trovato un potente alleato nella globalizzazione delle attività umane.

Oltre ai tragici effetti planetari, la pandemia fornisce adesso l’opportunità di ripartire da capo e di ripensare i modelli di sviluppo, ancorandoli fermamente alle esigenze della economia verde e sostenibile e al rispetto del capitale umano, sociale e naturale da consegnare integro alle generazioni future. Soltanto l’adozione dei modelli contenuti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite potrà garantire all’umanità un futuro migliore al riparo dalla distruzione degli ecosistemi, dai cambiamenti climatici, dalle disparità economiche e sociali e dall’insorgenza di nuove malattie. Il percorso da effettuare potrà essere lungo ed accidentato; esso però va intrapreso subito, mutando all’insegna della sostenibilità e dell’essenzialità i modi di lavorare, di produrre, di consumare e di muoversi. Domani potrebbe essere tardi per rimarginare le enormi ferite inflitte all’atmosfera, alla natura e ai popoli dell’emisfero Sud, che per quanto meno responsabili dei mali del pianeta ne subiscono maggiormente l’impatto negativo in termini di eventi climatici estremi, come siccità ed inondazioni, di malattie, di conflitti per il possesso delle terre fertili e delle risorse idriche e di migrazioni da essi indotte.

Il Covid-19 ha indotto il mondo intero ad adottare le stesse misure per arginare la pandemia, segnatamente il distanziamento sociale, la chiusura di fabbriche, uffici e scuole, il lavoro da casa e la cancellazione di eventi comportanti la vicinanza fisica tra le persone. Verrebbe da dire che forse per la prima volta l’umanità si è mossa all’unisono per tentare di vincere una battaglia contro un nemico invisibile, del quale si conosce ancora poco salvo l’elevata contagiosità e letalità. Nell’era post-Covid, che prima o poi verrà, è altamente auspicabile che la comunità internazionale, i governi, le imprese, la società civile ed ogni individuo continuino a muoversi all’unisono per cambiare i modelli di sviluppo e di crescita in chiave di sostenibilità ambientale, inclusività sociale e progresso tecnologico.

Tra i Paesi più colpiti dal virus figurano anche quelli come Stati Uniti, Brasile, Russia, Cina ed India più ancorati alla produzione e al consumo di energie fossili e più restii a dar concreto e puntuale seguito all’applicazione dell’accordo sui cambiamenti climatici sottoscritto a Parigi nel 2015 da oltre 180 Paesi. Forse il Covid-19 porterà questi Paesi a rivedere le posizioni e ad attenuare le rigidità mostrate nei negoziati internazionali svoltisi durante le Conferenze (COP, Conference Of the Parties) sotto l’egida delle Nazioni Unite. Dopo il fallimento della COP25 tenutasi a Madrid nel 2019 le aspettative generali sono che la COP26 in programma a Glasgow nel 2021 riesca a far ripartire le trattative e a convincere tutti i Paesi firmatari ad impegnarsi a fondo per mitigare i cambiamenti climatici e gli effetti negativi ad essi associati. Soltanto la puntuale applicazione della Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi del 2015 potranno infatti creare sulla terra quelle migliori condizioni di vita e di sicurezza da tanti agognate e scongiurare il rischio di nuove pandemie da tanti temute.

 

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Crediti immagine: Foto di Maike und Björn Bröskamp da Pixabay

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