10 giugno 2021

Lo spagnolo alla conquista del calcio italiano

La finale era quella di Coppa Italia, lo scorso 19 maggio, tra Juventus e Atalanta. La coppa nazionale, tricolori in ogni dove, la cantante Annalisa Scarrone che interpreta Il canto degli italianiMichele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga», per definire l’inno con Rino Gaetano) alla presentazione delle squadre in campo. Allineamento perfetto. Poi, dopo il triplice fischio, l’asimmetria, con i calciatori bianconeri a riunirsi, abbracciarsi e intonare Campeones campeones oé oé oé. In spagnolo, pur essendo in maggioranza ragazzi italofoni ‒ nel gruppo originario erano appena due quelli di madrelingua spagnola, Bentancur e Morata ‒ e nonostante l’italiano sia la lingua parlata in campo dai giocatori, pure a diversi livelli di padronanza. Certo si tratta di un coro semplice, comunemente utilizzato in tutto il mondo sportivo e pertanto facilmente a disposizione eppure, al di là della curiosità, vale forse la pena analizzare come questa singolarità si inserisca nel solco di una progressiva colonizzazione che lo spagnolo sta attuando nella lingua del calcio italiano.

In un gergo calcistico che da tempo ha adottato parole come goleador e golazo, difficilmente traducibili per il loro potenziale evocativo, negli ultimi 15 anni si è assistito all’adozione e all’abuso di una serie di termini spagnoli pure in presenza di un corrispettivo italiano altrettanto preciso e non meno espressivo. Da triplete a manita, da remuntada a clasico passando per tiqui taca, falso nueve e, buon ultimo in ordine cronologico, pasillo. Quest’ultimo altro non è che la passerella concessa ai vincitori da parte della squadra avversaria, così allo stesso modo tripletta è un vocabolo sufficientemente adatto a significare la vittoria di tre trofei in una stagione, cinquina può designare senza fraintendimenti un successo con cinque reti all’attivo e rimonta ha abbastanza dignità per non necessitare di alcun neologismo o prestito. E se clasico (termine che in Argentina definisce la sfida tra River Plate e Boca Juniors e in Spagna quella tra Real Madrid e Barcellona) per estensione viene utilizzato frequentemente fra i media di settore anche per riferirsi a una grande sfida tra squadre italiane, a discapito della tradizione, probabilmente il mantenimento almeno dell’onomatopeico tiqui taca un senso ce l’ha. Ma chi conosce la storia del calcio e del giornalismo sportivo sa ‒ o dovrebbe sapere ‒ che già Gianni Brera aveva coniato decenni addietro, per un gioco di passaggi continui e pedissequi (ma senza proiezione offensiva), l’altrettanto onomatopeico e italianissimo titìc e titòc. Per il resto il falso nueve nel calcio esiste dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando si chiamava centravanti arretrato o centravanti alla Hidegkuti, ammesso e non concesso che il nome del calciatore dell’Ungheria Nandor Hidegkuti suggerisca ancora qualcosa agli appassionati.

Esempi i quali delineano una sudditanza gergale vagamente antistorica per una lingua che, al contrario, come nessun’altra era stata in grado di costruire un gergo calcistico (e sportivo in genere) originale, fantasioso e ‒ perché no ‒ impressionista, potendo contare fra i propri narratori su figure di spicco della cultura italiana, che hanno contribuito significativamente ‒ essendo lo sport tema per eccellenza popolare ‒ all’alfabetizzazione della popolazione. Dopo tutto la stampa di settore era stata costretta a dotarsi di una lingua propria ‒ pur piegata alle logiche della retorica e della propaganda ‒ già dal fascismo, a causa del quale dalla cronaca calcistica erano state espulse le numerose parole di origine straniera.

Avendo i britannici introdotto il foot-ball in Italia, era facilmente spiegabile agli albori della disciplina l’utilizzo di vocaboli inglesi, tutti poi espulsi dall’autarchia linguistica che bandì prima di tutto proprio il nome del gioco ‒ ecco, da allora, il calcio ‒ quindi i ruoli per come erano conosciuti al tempo (half, half-back, forward) e, naturalmente, anche penalty e corner. Si salvò in qualche modo la radice di dribbling, tradotto con scarto ma che provocò un certo imbarazzo in Paolo Monelli, autore di Barbaro dominio (Hoepli, 1933), ovvero «cinquecento esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua con antichi e nuovi argomenti». Non trovando né in palleggio né in destreggio una adeguata sostituzione, pur nel suo irriducibile sciovinismo fu costretto ad abbozzare: «Concludendo ‒ scrisse ‒ il dribbling nel senso inteso generalmente da noi si traduce con “scarto” o “scartare”, o con perifrasi sempre possibili. Per indicare il meccanismo dell’azione, “dribblare”, (...) di cui l’uso tuttavia, ristretto a questo solo caso, non sarà che scarso e di nessuna influenza sulla purezza della lingua».

Dopo il fascismo, il giornalismo sportivo visse una fase intensa, la più brillante e immaginifica della sua storia. Le innovazioni linguistiche che rendevano unica e inimitabile la prosa del già citato Brera ebbero quale effetto virtuoso la chiamata sulle pagine dello sport, oltre di firme giornalistiche di grande prestigio come Mario Fossati, Aldo Giordani, Gianni Clerici, Rino Tommasi o il mai troppo ricordato Vladimiro Caminiti, dell’ultimo Orio Vergani, dei vari Pier Paolo Pasolini, Luciano Bianciardi, Mario Soldati e Giovanni Arpino (questi ultimi due furono peraltro inviati ai Mondiali) e persino di Gianni Rodari. Così, mentre i quotidiani e i rotocalchi sportivi raggiungevano impressionanti vette di diffusione, alcuni termini del gergo calcistico italiano finivano direttamente anche sulla stampa generalista.

In un certo senso, la colonizzazione dei termini spagnoli si accompagna alla perdita di centralità del calcio italiano in atto ormai da alcuni anni. Viene quasi da pensare a una sorta di determinismo linguistico e calcistico in cui l’utilizzo di vocaboli stranieri plasma il pensiero di un movimento dalle prospettive chiuse e non più all’altezza dei competitori, costretto pertanto a ricorrere a termini che altrove non appaiono nemmeno così straordinari. Tanto hanno potuto la recente epoca d’oro della Nazionale di Spagna, i continui trionfi europei del Real Madrid e l’impatto nell’immaginario collettivo del Barcellona e del suo peculiare stile di gioco.

In fondo, lo stesso italiano del calcio non sembra in grado di raggiungere il livello dei tempi che furono e mantiene retaggi vecchi di quasi cent’anni, faticando a rinnovarsi se non in alcuni particolari termini tecnici utilizzati più dagli iniziati che dagli appassionati. Prova ne sia, ora che ci si trova alla vigilia del campionato europeo, la maniera in cui ancora oggi viene comunemente e ufficialmente definito il selezionatore della Nazionale: caso unico nel mondo, da noi si parla di commissario tecnico, rifacendosi agli albori della storia della FIGC quando il compito di selezionare i componenti della squadra rappresentante la nazione era affidato ad una commissione tecnica arbitrale.

 

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