13 gennaio 2022

Sport italiano e pandemia, atto III

Fu quando, nella primavera del 2020, lo sport si fermò a livello globale come mai era avvenuto neppure in tempi di guerra, che la popolazione percepì la gravità della pandemia. In un mare di notizie ben più tragiche, fu un segnale particolarmente evocativo: se si fermavano anche i circenses, insomma lo spettacolo che proverbialmente deve andare avanti, allora ci si trovava davvero nel contesto di una situazione epocale. È forse anche per questo che oggi, a quasi due anni di distanza da allora, quella stessa popolazione ‒ frustrata da una lunga serie di limitazioni e provvedimenti emergenziali rispetto ad una quotidianità che credeva consolidata, in nome degli obblighi superiori di salute pubblica ‒ fatica a capire, e soprattutto ad accettare, le incongruenze, le incoerenze e la pretesa di uno status giuridico straordinario attraverso le quali la governance dello sport d’élite ‒ quella del calcio in misura maggiore, anche per questioni economiche ‒ sta gestendo la fase pandemica attuale. 

Di certo, quelle stesse federazioni e leghe che sono riuscite in diversi modi a portare a termine i rispettivi tornei nell’estate del 2020 (tra bolle e protocolli stringenti, attraverso riformulazioni dei calendari e in totale assenza di pubblico e del denaro da esso generato), compiendo in taluni casi dei veri e propri capolavori organizzativi, a partire dall’autunno del medesimo anno, con la nuova stagione sportiva, hanno ripreso a ragionare come se la pandemia fosse un ricordo, dimostrando sostanzialmente di non avere imparato nulla tanto nella seconda ondata dello scorso inverno, quanto nella fase di recrudescenza attuale, segnata dalla una variante del virus particolarmente contagiosa.

Il secondo anno di pandemia, per il mondo dello sport è di fatto l’atto terzo nel quale la normalità delle sue stagioni agonistiche ‒ questa è appunto la terza, se si considerano i calendari che in gran parte degli sport europei vanno da estate a estate ‒ deve fare i conti con le conseguenze di modelli di gestione quantomeno superficiali, la cui scarsa lungimiranza ha finito e finisce per stravolgere la programmazione degli eventi e, in fondo, mina le regole che dovrebbero essere alla base di competizioni eque. Prendendo come riferimento lo sport italiano, in merito alla programmazione, la storia della scorsa stagione e di quella attuale confermano la sostanziale assenza di un piano B da parte delle federazioni e delle leghe che sono chiamate ad organizzare i tornei. La diminuzione dei contagi e delle ospedalizzazioni in estate ha sinora sempre convinto gli organizzatori a riproporre i consueti paradigmi, spesso contraddistinti dalla replica dei calendari pre-pandemici con la compressione di partite e competizioni nei mesi invernali nonostante ‒ in base all’andamento della curva pandemica ‒ fosse tutto sommato prevedibile in quel periodo un andamento dei contagi (con relative limitazioni da parte dei governi e delle autorità preposte).

Ecco così sospensioni, modifiche in corsa, slittamenti, gare che ‒ in presenza di condizioni simili ‒ saltano, vengono al contrario disputate o subiscono l’esito a tavolino perché le date sono immodificabili (di qui la mancanza di equità: per la controprova, si invita a controllare le recenti decisioni per i casi Covid nelle sfide di Coppa Italia di A1 e A2 della pallavolo femminile), nuovi protocolli diversi per professionisti e dilettanti soprattutto nella ripresa post-contagio, l’odierno e fattuale obbligo di vaccinazione per i calciatori, sino alle normative, a tratti grottesche, sul riempimento degli impianti sportivi. In questo caso le decisioni prese in merito agli stadi ‒ e agli impianti all’aperto in generale ‒ hanno vissuto un andamento sinusoidale irregolare: dopo la chiusura totale si passò alla presenza di 1.000 persone, quindi al 25% della capienza, al 50%, a un 75% totalmente illogico considerata la richiamata necessità di distanziamento, al 100% da novembre 2021 con riduzione al 50% al momento della ripresa nelle prime due settimane del nuovo anno. Dal 16 gennaio 2022 nuova modifica, con il limite di 5.000 presenti, valido tanto in uno stadio capace di 70.000 posti, come San Siro, quanto in uno da meno di 10.000, come il Penzo di Venezia. Ora: con i contagi da variante Omicron in ascesa, è lapalissiano come luoghi affollati veicolino la maggiore possibilità di infezione, tuttavia le più importanti leghe del calcio italiano vivono l’imposizione come un’ingiustizia, non senza alcuni punti ragionevoli, ma con la curiosa e fallace percezione di trovarsi a pagare più di altri settori industriali.

Una conseguenza di tutto ciò è rappresentata dal conseguente aumento della distanza tra élite e base, evidenziata lo scorso anno con lo stop di quest’ultima già dall’autunno e fino a primavera inoltrata ‒ quando peraltro non tutte le discipline e non tutti i campionati sono poi ripresi ‒ e nella stagione attuale da una clamorosa discrepanza fra ciò che è consentito ai professionisti e ai dilettanti. Il caso specifico dei tre calciatori del Napoli posti in quarantena dall’azienda sanitaria di competenza e invece schierati dal club nella partita contro la Juventus dello scorso 6 gennaio (caso sul quale è intervenuto rapidamente anche il TAR, chiamato in causa dalla Lega A, che ha dato ragione alla società sconfessando il provvedimento dell’azienda sanitaria) pone in chiara luce un paio di aspetti: da un lato le decisioni disomogenee delle ASL, dall’altro la scelta del calcio di attuare comportamenti border-line, alla Marchese del Grillo insomma.

Il calcio, dopo il lockdown, ha pensato principalmente a saturare i calendari e a giocare, buttando la palla avanti e finendo così per affidarsi alla speranza di tempi migliori e alle deroghe, più che pensare alla sua stessa tutela, anche a livello di immagine. Ebbene, considerando che il 2022 si concluderà con il Mondiale in Qatar appena prima dell’inverno (finale il 18 dicembre, ripresa della Serie A il 4 gennaio 2023), è legittimo supporre che fra un anno le condizioni epidemiologiche, sebbene migliorate e mutate grazie alla vaccinazione, costringeranno lo sport a rivedere di nuovo programmazione e protocolli, essendo difficile pensare che allora la pandemia avrà completamente esaurito i propri postumi.

 

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