9 maggio 2022

Storie corali. Il Covid, noi e loro

Siamo, si dice, in fase di “uscita” dalla pandemia. Eppure i contagiati sono tantissimi e moltissimi sono i soggetti contagiati che hanno tre dosi di vaccino. Il Covid-19 corre libero e (quasi) incontrastato, specie tra quelli come noi: giovani che ritornano alla vita dopo due anni da incubo. Il Covid è dunque “come un’influenza”? Significa che immunizzarsi serve solo a non morire? Tra i giovani non è più il Covid a far paura, ma le conseguenze sul piano sociale e psicologico di questi anni traumatici e delle costrizioni e limitazioni imposte dallo stato d’emergenza. Quanto si è scritto sui giovani e il Covid! Quanti illustri sociologi, antropologi, psicologi, medici e politici hanno espresso compassione, emesso diagnosi e immaginato scenari psicotici per la nostra generazione! Dopo tutto questo vociare, vorremmo esprimerci come soggetti (contagiati, vaccinati e non vaccinati) e non come casi clinici predestinati, oggetto di paternalistica attenzione.

 

È evidente che la pandemia e le politiche emergenziali adottate per contrastarla abbiano avuto un notevole impatto sulle fasce più giovani della popolazione. Nel tempo, parallelamente a esse, ha preso forma qualcosa di più profondo, scaturito dalla pandemia stessa, un trauma collettivo di natura psicologica e sociale, le cui effettive conseguenze hanno una portata e una profondità ancora incalcolabili. Lungi dal voler operare una rassegna diagnostica della nostra generazione, è tuttavia possibile fare delle considerazioni partendo da quelle che sono le manifestazioni sintomatiche del malessere. Com’è noto, si sono accentuati i casi di depressione, di ansia; sono aumentati i disturbi del sonno così come quelli alimentari; sono raddoppiati il numero di suicidi e gli atti di autolesionismo. Strettamente correlato al distanziamento, alla retorica di demonizzazione del contatto, per via della quale il corpo dei giovani viene percepito esclusivamente come veicolo di malattia, alle misure restrittive e alla narrazione mediatica, si è diffuso un profondo senso di oppressione e impotenza. Non di meno è evidente che, a causa dei ripetuti isolamenti e di un vertiginoso incremento dell’utilizzo della tecnologia, vi sia una marcata difficoltà a relazionarsi con le persone, con i corpi, conosciuti o sconosciuti che siano. Ugualmente preoccupanti ed esplicativi del disagio sono i modi con cui si tenta di sopperire a tale stato d’animo: da chi si rifugia nella propria casa e nel mondo dei social, a chi sfoga la propria insoddisfazione con l’aggressività e la violenza, sino a chi annega la propria sofferenza nell’alcol e/o altre sostanze.

 

È utile precisare, per evitare che si cada nel pregiudizio che vede i giovani come inetti, irresponsabili e deboli, che forme di disagio erano già presenti. La pandemia non ha fatto altro che amplificarle e le modalità scelte per gestire l’emergenza hanno eliminato qualsiasi altro mezzo per prevenirle o perlomeno alleviarle. Le statistiche sono allarmanti, ma la gravità della situazione la percepiamo osservando il comportamento e lo stato d’animo di chi ci circonda.

 

Una delle vie che possiamo seguire per comprendere come mai tutto ciò abbia avuto un impatto così dirompente sui più giovani, sulla nostra realtà, passa necessariamente dall’analisi del clima di incertezza nel quale siamo cresciuti. Una generazione che fin da subito tenta di sopravvivere a una retorica basata sulla meritocrazia, sulla competitività, sull’incubo del fallimento e dell’insoddisfazione; parallelamente soffocata da un’atmosfera di precarietà insolvibile, “priva di alternative”. Non crediamo sia questa la sede opportuna per soffermarci sulle criticità di un mondo nel quale la rapidità, l’immediatezza e l’efficienza sono ormai elementi dominanti, ma pensiamo sia essenziale comprendere come difetti strutturali preesistenti abbiano reso possibile una tale incisività.

 

I recenti avvenimenti hanno innescato un processo di accelerazione, così come avviene in tutti i momenti di crisi. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati dall’evoluzione o se vogliamo dalla radicalizzazione di trasformazioni profonde della società già in atto. Sono molti gli elementi di questa metamorfosi, primo tra tutti la tanto elogiata digitalizzazione.

 

Le misure messe in atto per gestire la pandemia non hanno tenuto conto della complessità di molte delle esperienze che caratterizzano la nostra realtà. Il distanziamento sociale, come elemento fondante delle politiche di contenimento, ha stravolto ogni esperienza quotidiana di lavoro, studio e socialità, privandola di un elemento essenziale quale l’incontro tra corpi. Ci siamo ritrovati isolati, lontani gli uni dagli altri, ci hanno sottratto spazi vitali, proiettati nel non luogo del digitale, costretti a mediare le relazioni attraverso dispositivi alienanti. Il digitale svolge un ruolo cruciale nell’avvenire dell’umanità, tuttavia quanto più accelera il progresso tanto più sottrae l’umano a se stesso. È infatti necessario considerare le implicazioni che i dispositivi digitali hanno sul nostro modo di pensare, di sentire, così come sulla nostra salute e sulla società nel suo complesso. Ma come al solito, si tende a esaltare gli aspetti positivi, che pur ci sono, senza considerare i rischi che ne derivano. Abbiamo a disposizione studi che evidenziano la dannosità dell’uso e dell’abuso dei social. Allarmanti sono gli studi su un’eccessiva informatizzazione dell’insegnamento, con evidente peggioramento delle capacità cognitive e di apprendimento.

Così l’isolamento fisico è diventato isolamento psichico. La naturalezza dell’incontro si è trasformata in diffidenza e paura. L’esistenza sta diventando sempre più macchinosa, inquadrata in soffocanti e fredde procedure burocratiche: forme surrogate di vita. La quotidianità è pervasa dal controllo in nome del tracciamento (divenuto ormai evidentemente superfluo). Ci ritroviamo a questo punto in una condizione che potremmo definire di libertà vigilata. Nei bar, nei musei, nelle università, siamo (stati) obbligati a una verifica costante della nostra condizione di idoneità. Ogni attività deve essere programmata preventivamente, prenotata, come se ogni movimento dovesse essere in qualche modo giustificato, motivato, autorizzato. Al di là di facili polemiche ciò che emerge è ancora una volta lo stravolgimento del rapporto con la realtà tutta, così come con le nostre camere, le nostre case, i nostri spazi, giungendo sino ai luoghi della condivisione.

Il potere ha assunto e mantiene un atteggiamento paternalistico trattandoci come bambini incoscienti e come tali capaci di comprendere solo le maniere forti. Tutte le politiche attuate nei mesi scorsi hanno seguito questa logica generando un senso di colpa che molti si portano ancora addosso. Abbiamo così assistito a una massiccia militarizzazione degli spazi pubblici e a una vera e propria repressione della socialità. Ma non sono forse proprio le istituzioni ad avere avuto un comportamento infantile e ostinato, non riconoscendo il fallimento delle strategie adottate e trovando di volta in volta un capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità: i giovani, appunto, i loro assembramenti, il loro incontenibile e pericoloso bisogno di stare insieme.

 

Il principio neoliberale “there is no alternative”, cavallo di battaglia delle politiche degli ultimi anni, è stato esteso anche alla salute, si è deciso di assumere un punto di vista univoco, le alternative annichilite, il dibattito annientato. Eppure alternative ce n’erano e ci sono. Alternative che avrebbero potuto contenere i danni. Si sarebbe potuto investire sulle terapie precoci e non lo si è fatto; si sarebbe potuto potenziare il sistema sanitario e non lo si è fatto; si sarebbe potuto adottare un linguaggio meno violento e non lo si è fatto; si sarebbe potuto mettere realmente in discussione il nostro modello di vita, le nostre abitudini, i nostri consumi e i nostri inquinamenti. E questo in parte lo si è fatto. In peggio. L’assenza di volontà di attuare un cambiamento e l’arbitrarietà delle norme dimostra ancora una volta come da parte della politica, dello Stato, delle istituzioni non vi sia un sincero interesse per la salute dei cittadini, che appare invece subordinata e strumentale a logiche neoliberiste e globaliste.

 

Ciò che ci resta con certezza è proprio la profonda consapevolezza della distanza che ci separa dalle istituzioni, una consapevolezza che può sembrare generica, ma che chiama in causa i simboli e i valori che hanno accompagnato tristemente questi ultimi due anni, quelle reti mediatiche che hanno parlato di noi colpevolizzandoci o commiserandoci, quell’insieme di strutture che non solo ci hanno ignorato ma che a tutt’oggi non ascoltano e non osservano. In altre parole, siamo semplicemente più consapevoli di un distacco che da anni va accentuandosi tra “noi” e “loro”.

 

Eccoci qui, ancora più in affanno di prima, arrabbiati, forse stanchi, consapevoli del disagio che ci circonda quanto della necessità che tutto questo cambi. Concludiamo con una briciola di ottimismo sopravvissuto all’isolamento e alla distanza. Ad un urto del genere si può rispondere in due modi: affogando da soli, nel tentativo di tenersi a galla, o aiutandoci a vicenda, puntando alla riva, una bracciata dopo l’altra, per quanto lontana possa sembrare. Una via, una strada, sembra possibile, insieme, al di là della sterile polarizzazione sul tema vaccinale.

 

La vaccinata, il guarito e il non vaccinato.

 

 

Gli autori:

Gaia Carlino, studentessa in Psicologia all’Università di Torino

Andrea Mori, studente in Storia alla Sapienza Università di Roma

Lorenzo Paris, studente in Filosofia alla Sapienza Università di Roma

 

 

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Immagine: Ragazzi e ragazze che usano smartphone protetti da mascherina durante la terza ondata di Covid-19. Crediti: View Apart / Shutterstock.com

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