27 giugno 2022

Storie corali. Elogio dell’estinzione

«Proletari di tutti i Paesi unitevi!». La celebre frase conclusiva che Karl Marx e Friedrich Engels apposero al Manifesto del partito comunista del 1848 (Marx, Engels 1973) è ancora attuale. Quell’invito all’unità fu il frutto di un internazionalismo tuttora auspicabile. Nel Manifesto s’annida una novità: esso non soltanto si oppone ai nazionalismi, ma è anche in grado di superare la distanza fra individuo e società, non parteggiando né per l’uno né per l’altra, ma fornendoci strumenti per fronteggiare il glocalismo sovranazionale tipico del discorso sovranista attuale. Cent’anni dopo, nel laboratorio politico italiano, vinse una cultura popolare della storia, con la Costituzione della Repubblica promulgata il 1° gennaio 1948.

Pensiamo all’art. 11:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Quell’internazionalismo oggi ci appare più che mai propulsivo. Non dimentichiamo che la Costituzione nasce come punto d’arrivo di un percorso di consapevolezza, di resistenza, di liberazione. Certamente essa garantisce governi diversi stabilendo una cornice comune che si deve rispettare. Nell’amore per la pace.

La guerra, invece, produce solo morte, destabilizzazione, variabilità delle posture, enormità delle contraddizioni, illogicità delle scelte, manipolazione delle informazioni, fine di ogni comunicazione. In quel dramma si dà sempre spazio a un male assoluto. “La guerra non la vuole nessuno”, dicono. Invece alcuni gruppi sociali la desiderano, la sostengono, la fanno, anche senza dirlo. D’altronde essa non è di per sé comunicabile: come già il dolore, i missili-bomba, fin da quando sono fabbricati e prima ancora di esplodere, fanno a pezzi il linguaggio. È per questo che chi sostiene la guerra ricorre alla menzogna, volgendola al suo contrario: missione di pace, operazione speciale, guerra umanitaria, sono i terribili ossimori, i maledetti eufemismi del nostro tempo. Teniamoci allora ben stretto quel ripudio sancito nell’art. 11 della nostra Costituzione e troviamo i modi di farlo valere.

Che il contagio della pandemia non sia affatto sparito lo abbiamo qui scritto moltissimo. Non è sparito nel nostro Paese, dove continua lo stillicidio di vittime (che seppur contenute rispetto ai picchi di tempo fa sono quotidianamente oltre 50), non è sparito nel mondo. Il 16 giugno scorso la conferenza interministeriale della Organizzazione mondiale per il commercio ha rigettato la proposta di India e Sudafrica di sospensione dei brevetti. Quello che si riuscì a fare con l’AIDS non si è riusciti a farlo col Covid-19. Non certo mancanza di sensibilità, ma diversi rapporti di potere tra Paesi ricchi e poveri e diversi posizionamenti politici di Paesi strategici, anche a seguito della guerra in Ucraina, con una faglia profonda aperta tra i cosiddetti BRICS e il cosiddetto Occidente. Altro che abbracciare teorie fantasiose sui vaccini come farmaci sperimentali, o su miracolose cure alternative. In realtà l’incapacità di una mobilitazione internazionale sulla liberalizzazione dei brevetti è alla base di questa nuova, e definitiva, sconfitta. E questa sconfitta mostra la vacuità dei proclami dei primi tempi della pandemia, quando sembrava che un brave new world stesse avanzando, compatto, verso un futuro unitario. D’altronde quella retorica era già stata smentita dai fatti: la commercializzazione dei vaccini e il mancato accesso a questo mercato di una parte consistente degli abitanti del pianeta.

La cancellazione di fatto del diritto al vaccino per molti cittadini dei Paesi poveri è un altro momento di una guerra più silenziosa e che raramente assurge agli onori della cronaca. Una guerra che spesso si è giocata sul campo del diritto alla salute e che con le parole del grande antropologo medico recentemente scomparso, Paul Farmer (2005), vogliamo chiamare «la nuova guerra contro i poveri».

Questo non è che un altro dei tanti nessi possibili, che andrebbero tutti indagati e messi in luce, tra guerra e pandemia. E tra guerre, pandemie e diseguaglianze. Perché la disarticolazione del corpo sociale, il lacerarsi (concreto e metaforico) delle membra non sono certo un fenomeno naturale, né neutrale. Piuttosto sono conseguenza di ordini sociali che in questi contesti si vanno a rafforzare.

Quello che appare più paradossale, a pensarci, è proprio il fatto che la pandemia, che avrebbe dovuto far riaffiorare la solidarietà e l’internazionalismo necessari per combattere un male che nessun muro né barriera doganale può arrestare, ci stia invece trascinando in una riaffermazione del concetto di nazione tale da prevedere persino la nascita, magari nel sangue, di Stati che nei loro pretesi confini non sono neanche mai esistiti. E tutto questo quando sarebbe invece necessario riconoscere la crisi pandemica come parte di una crisi globale che riguarda per davvero il modo di vivere dell’umanità stessa. Se è fin troppo evidente che solo un’azione coordinata su scala mondiale potrebbe contrastare l’attuale situazione sanitaria, e la minaccia ambientale di cui questa non è che la punta dell’iceberg, e se al contempo non possiamo nasconderci che una simile azione non potrebbe che partire da un ripensamento delle scelte sociali ed economiche che stanno mettendo a rischio le condizioni stesse d’esistenza sul pianeta, allora questo ennesimo conflitto insensato non si può dire che non si sia manifestato al momento giusto per allontanare ogni possibile riflessione. Neanche stesse lì a ripeterci: di mondiale, se volete, c’è solo la guerra.

E in effetti, di mondiale, anche nel “libero” Occidente, è in atto un’altra forma di guerra, non dichiarata: l’attacco a diritti civili che sembravano ormai acquisiti, fino al punto da sembrare poco interessanti. Ma le riflessioni più consapevoli sulla biopolitica e il biodiritto ci insegnano che gli attacchi portati contro i corpi delle cittadine e dei cittadini, contro le scelte autonome di gestione di amore, salute, malattia, riproduzione, morte non sono mai neutri. Mirano invece a tagliare alla radice, a menomare e impedire quell’etica del desiderio che già Spinoza aveva riconosciuto come la sostanza di ciò che è umano. Il desiderio, distorto da questa logica, può essere sempre e solo rivolto al mondo incantato delle merci, in una inebetita ignoranza dei complicati problemi della decrescita. Ne siamo tutti attoniti testimoni.

Ora, però, noi di Storie corali decidiamo di sospendere questa rubrica. Sentiamo il bisogno di ricominciare dalle persone a venire, per attingere il sapere dalla loro esperienza vivente. Avvertiamo la necessità di un rapporto più diretto, immediato, di vicinanza radicale, con gli esseri umani. Ce la potremmo fare, se solo riuscissimo ad articolare con Charles Darwin un elogio dell’estinzione: il mondo naturale va avanti e ciascuna specie futura nasce dalla fine di quella antica. In quello stesso periodo lo ricordava anche Giacomo Leopardi, quando scriveva, in una prospettiva ancora più vertiginosa, che il mondo continuerebbe anche rimosso l’animale.

Forse in pochi si sono soffermati su quanto ha scritto Ernesto De Martino una sessantina di anni fa:

«La guerra nucleare è la fine del mondo […] gesto tecnico della mano, lucidamente preparato dalla mobilitazione di tutte le risorse della scienza nel quadro di una politica che coincide con l’istinto di morte» (De Martino 1977, p. 476).

Egli pensa al famigerato “schiacciare il bottone” la cui eco apocalittica risuona oggi nella retorica di guerra, nel discorso pubblico, nei media offuscando ancora di più le coscienze già provate e confuse dall’esperienza pandemica; pensa al mondo che svanisce nella catastrofe nucleare.  Tuttavia, conclude con ottimismo, sostenendo che la fine del mondo è solo la fine di un mondo. Una fine-inizio che avvierà il mondo di domani.

In fondo De Martino ha saputo pronunciare l’elogio dell’estinzione.

 

     TUTTE LE STORIE CORALI PUBBLICATE SU ATLANTE

 

Riferimenti bibliografici

K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista (1848), Editori Riuniti, Roma, 1973.

E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di Clara Gallini, Einaudi, Torino, 1977; nuova edizione a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre, Marcello Massenzio, Einaudi, Torino, 2019.

P. Farmer, Pathologies of Power. Health, Human Rights and the New War on the Poor, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London, 2005.

 

      TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Scultura in ferro, Vilnius, Lituania (19 marzo 2021). Crediti: Michele Ursi / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata