20 giugno 2022

Storie corali. Filosofia e pandemia

La filosofia e il pensiero in generale vivono di Altro. Ma cosa accade quando l’Altro è rischio, malattia, infezione e morbo? La vita del dialogo si spezza per una causa che rimette in questione le urgenze: vita o morte. Destabilizzazione globale che interessa le fondamenta e in esse aziona le sue regressioni. Come si può filosofare dopo il Coronavirus? Una domanda che riecheggia gli interrogativi di Adorno e Jonas dopo Auschwitz. Momento dirimente che è vetta e baratro al contempo. Oltre alle infinite interpretazioni, più o meno accettabili e rinvenibili in un campo di oggettività, il primo sforzo della domanda filosofica è politico, riguarda la πόλις, cioè tutti: quale la matrice della pandemia? Complotti, disattenzioni da laboratorio, trascuratezza in mercati cinesi, non bastano. Ad essere coinvolta è, a nostro avviso, la peculiare posizione dell’uomo sulla Terra. Quel privilegio di elezione che ha sottomesso l’habitat dell’essere umano a fini di profitto. La rendita sul mondo, obiettivo principe del capitalismo, ha traghettato la collettività alla deriva pandemica in quanto la logica dello scambio ha ormai completamente sussunto quella dell’uso; il ritrovarsi isolati, separati (noli me tangere realizzato, ricorda Žižek), entro la bolla del bersagliamento mediatico-apocalittico ha sancito un regresso di cui, forse, per anni pagheremo le conseguenze.

Una sospensione sterile, una ἐποχή che invece di risultare feconda per l’occasione di riflessione, è stata gonfiata e riempita di vuoti discorsi, di demagogia e retorica d’accatto. L’universo della condivisione globale e perenne si è ritrovato chiuso, distanziato, de-realizzato. Il virtuale ha mitigato tutto questo? Solo se usato in un’ottica di realtà, come la creatività che verrà, ma purtroppo la maggioranza è stata indotta a tramutare la propria fatticità corporea in una mera proiezione dietro cui nascondersi, spiare, ingannare e lasciarsi bellamente ingannare. La generazione di viventi che maggiormente comunica al confronto di qualsiasi epoca passata si è ridotta a coprire lo spazio fisico della loquacità, ad intuire pallidi gesti, a scrutare l’idea di uno sguardo. L’uomo ha costruito la paradossale gabbia della vita.

Tuttavia, la filosofia è resistenza. La critica, la potenza del dubbio come richiesta di chiarezza, possono rappresentare la risorsa utile per tornare a ritenere se stessi e tutti i viventi dentro un mondo, non al vertice di una sua delirante gerarchia. L’uomo è vivente tra i viventi, ha le sue peculiarità, ha qualità e mancanze al confronto con qualsiasi altro vivente (vi si comprendono anche vegetali e, in una certa misura, i minerali come agenti trasformativi). La filosofia al cospetto della pandemia, dell’invisibile che mina il quotidiano fin nei suoi gesti più intimi, non può che porsi in prima linea nel porre il problema della vita come nuova convivenza in comune; un “comune” che contro-dissemini un sapere geosofico, una ecosofia che ponga l’uomo nella posizione che gli pertiene e che sappia creare forme di concatenamento costruttivo e cooperazione generale come corpo cognitivo in divenire (la moltitudine del General Intellect). Il che vuol dire anche ritrovare le parole della riflessione, il loro gesto archeologico capace di scavare a partire dal passato e da chi, in merito alle crisi pandemiche, lo ha narrato (Tucidide, Manzoni, Saramago, Márquez e via dicendo).

La giustificata paura lascia aloni di vuoto culturale enormi, riporta la socialità al grado più arretrato, al vertice della diffidenza. Qui il pensiero deve urgentemente penetrare, tornando a domandarsi, in prima battuta, “che cos’è questo?”. Domanda radicale prima ancora del “perché” o “chi è il responsabile”, quesiti conseguenti e secondari seppur importanti. Chiedendo “che cos’è questo?”, la filosofia abbraccia il globo e apre il problema che tutti i poteri nascondono e insabbiano, ovvero l’interrogativo più generale che possa esserci, quello non aggirabile con risposte specifiche o tecniche. La filosofia è il divenire del mondo che deve farsi carico di questa tragicità affermando l’inaggirabile verità del disastro causato dal virus e, da questa, farne affiorare la forza creativa di un mondo che torni ad essere vissuto e visto al tempo stesso. Recuperare la commistione, quella mescolanza perenne con gli elementi della comune natura (quindi di ogni organismo vivente) per cui, con un una svisatura di linguaggio, il virus sia la base di nuova virtus; la lezione degli antichi sulla posizione dell’essere umano resta oggi un indubbio faro dal momento che la medietas è la forza di addolorarsi e trasgredire, gioire e dubitare, meditare e divertirsi, qualcosa di totalmente opposto alla mediocrità.

Il giogo pandemico è una delle vette più scottanti della crisi ambientale, è l’indice delirante del capitalismo raffinato dalle tecnocrazie contemporanee (rigorosamente da distinguere rispetto alla tecnologia). La Natura che parla all’Islandese di Giacomo Leopardi e il cosmo lucreziano, approdi a cui riaffacciarsi. La filosofia al cospetto della pandemia è la potenza della domanda che esige chiarezza e intende tornare alla Terra (Nietzsche) senza privilegi né poteri, ma con la fatica critica e creativa del pensiero quotidiano verso una comunità Altra.

 

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Bibliografia

Giacomo Leopardi, Operette morali, Rusconi, Rimini 2004

Lucrezio,  La natura delle cose, traduzione di L. Canali, BUR, Milano 2004

Slavoj Žižek, Virus, traduzione di V. Salvati, M.G. Cavallo, F. Ferrone, B. Tortorella , Ponte alle Grazie, Milano 2020

 

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Immagine: Persone che indossano mascherine per prevenire l’infezione da Covid-19, Hong Kong (22 gennaio 2021). Crediti: Yung Chi Wai Derek / Shutterstock.com

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