17 gennaio 2022

Storie corali. Pandemia, panico e paradossi della politica di salute pubblica

 

Chi viaggia fuori dalle frontiere nazionali in questi giorni scopre subito una situazione paradossale: mentre la pandemia si espande e ci minaccia a vari livelli, la burocrazia della salute pubblica reagisce in diversi Paesi con la consueta miscela di regole, apparentemente rigide e inflessibili, e di pratiche azzardate e imprevedibilmente variabili. Da un lato, certo, si tratta di una situazione rassicurante, nel senso che ci annuncia che le cose non cambiano poiché possiamo appoggiarci sulla certezza paradossale dell’indeterminatezza delle pratiche amministrative; dall’altro lato, tuttavia, proprio ciò ci fa chiedere se in realtà le cosiddette autorità siano consapevoli delle proprie responsabilità a riguardo o se cerchino qualcos’altro di più invadente.

 

Viaggiare dagli USA in Olanda, per motivi legati ai miei impegni da antropologo presso l’Università di Leiden e l’Istituto internazionale di Studi asiatici per me è stata una vera avventura. Il viaggio è stato ostacolato all’ultimo momento da un repentino cambiamento dei regolamenti, per cui ogni viaggiatore proveniente dall’estero doveva essere sottoposto a isolamento non appena arrivato sul territorio. Essendo già vaccinato volevo evitare la quarantena dato anche che i tempi disponibili erano molto stretti. Malgrado il panico che è stato la mia prima reazione, ho scoperto subito una lista di numerose eccezioni possibili (conteneva più di quaranta categorie) che secondo i miei ospiti potevano essere utili nel mio caso. Tuttavia, la cautela non mi permetteva di rischiare senza ulteriori indagini. Alla fine, mi sono rivolto ad una hotline del ministero degli Affari esteri, dove non uno ma due impiegati mi hanno fatto capire che la cosa sarebbe stata facilissima e che la mia visita rientrava chiaramente nell’ambito delle eccezioni già approvate dallo Stato a patto che potessi ottenere una lettera dall’Ateneo che mi aveva invitato in cui si dichiarava che solo in quel momento specifico potevo svolgere i miei compiti professionali. Siccome dovevo tenere alcune lezioni in gran parte basate sulle mie ricerche etnografiche, “la ricerca” diventò lo scopo ufficiale del viaggio e la giustificazione ufficiale dell’eccezione fatta a mio favore. Ancorché in preda al nervosismo, iniziai il viaggio.

 

Non avrei dovuto preoccuparmi. Arrivato all’aeroporto Schiphol, ho incontrato diversi altri viaggiatori arrivati da fuori la zona Schengen e tutti forniti, come me, di archivi interi di certificati vaccinali, risultati di test e lettere di presentazione. Sempre con un visibile nervosismo, uno dopo l’altro siamo arrivati al cospetto dell’agente della Polizia di frontiera il quale, con un gesto di insofferenza e noia, come se la pandemia non ci fosse, ci ha fatto passare velocemente, senza guardare i documenti raccolti pressoché all’ultimo momento e con notevole sforzo. Così sono rimasto in Olanda (dove molti non indossavano le mascherine, sprezzanti delle nuove regole) durante tutta la permanenza prevista senza che le autorità mi disturbassero. Ho fatto un ulteriore test prima della partenza, obbligatorio per chi voleva rientrare negli USA, le cui autorità, comunque, avevano affidato alla compagnia aerea tutta la responsabilità del controllo.

 

Mi è sembrato che fosse all’opera un tipo di gouvernementalité per cui i passeggeri si sottomettevano alle regole mentre i funzionari, invece, preferivano non essere coinvolti direttamente, evitando così qualsiasi responsabilità per gli eventuali esiti.

 

In un viaggio successivo sono stato in Svizzera per un convegno scientifico e, temendo che un codice QR di avvenuta vaccinazione ottenuto da una grande impresa privata statunitense non fosse valido in quel Paese, ho fatto una PCR (Polymerase Chain Reaction) nell’aeroporto, subito dopo l’arrivo. Appena giunto in albergo, comunque, ho scoperto che l’atteso fallimento del codice QR minacciava di isolarmi nella mia camera all’ora della colazione, impedendomi così di partecipare a quei fondamentali discorsi di corridoio grazie ai quali i partecipanti a un convegno incominciano a conoscersi: quando, alla fine, ho detto all’impiegata dell’albergo che avevo già fatto una PCR all’aeroporto, lei mi ha sorriso con un evidente senso di sollievo, dicendomi che in quel caso potevo fare la prima colazione insieme a tutti gli altri ospiti. L’indomani è arrivato il risultato del test: “negativo”, così ho proposto al personale di mostrare loro la documentazione, eppure essi non hanno manifestato il minimo interesse!

 

Un collega arrivato dalla Gran Bretagna è stato meno fortunato di me. Sconfitto dall’incapacità della tecnologia svizzera a riconoscere il certificato britannico e non essendosi sottoposto anticipatamente al test all’arrivo in quel Paese, è rimasto profondamente imbarazzato allorché la cameriera gli ha tolto piatto, tazza di caffè e forchetta rimandandolo immediatamente nella sua camera di letto. Eppure, ciò non gli ha impedito di accompagnare tutti noi al convegno...

 

È stato Max Weber a considerare la burocrazia la forma più sviluppata di razionalità istituzionale, incorporata nelle strutture amministrative dello Stato moderno. Per certi versi, forse, potremmo accettare ancora oggi la sua valutazione, ma solo a patto che si ammetta che la logica e la razionalità, come d’altronde ha ribadito l’antropologo Stanley J. Tambiah, non siano né assolute né universali. La burocrazia riesce a funzionare, ma sempre nel senso che le eccezioni, gli aggiustamenti, le negoziazioni e i rapporti personali ci offrono delle modalità per risolvere ogni contraddizione all’interno di qualsiasi sistema amministrativo tramite scelte temporanee, transitorie e radicate nel contesto delle esigenze sociali. Come io stesso ho ribadito in un mio libro dedicato allo studio antropologico della burocrazia, e come osserva anche James C. Scott, la capacità di orientare i regolamenti alle esigenze del momento consente non solo ai funzionari, ma anche ai cittadini, di conservare la funzionalità del sistema stesso e di evitarne l’eventuale collasso.

 

Nel momento in cui un viaggiatore si trova a varcare le frontiere internazionali, l’ansia creata dalla valanga di nuovi regolamenti e di cambiamenti quasi quotidiani, proprio per la percezione di un’inesorabile rigidità normativa, funziona essa stessa come strumento di controllo. Sebbene l’apparente confusione metta in dubbio l’efficacia della burocrazia (per non parlare degli equivoci relativi alla sua capacità di proteggere la nostra salute!), ritengo che sia esattamente quella confusione, quell’indeterminatezza, a mantenere la forza dell’ordine amministrativo e a costringere ogni viaggiatore alla forza delle regole apparentemente vigenti, nella speranza che abbia bene compreso a quali norme dovesse sottoporsi in quel brevissimo momento che non gli consentiva un attimo di riflessione.

 

Mi chiedo, dunque, se la situazione cambierà non appena la pandemia incomincerà a scomparire. I dubbi sono leciti, soprattutto perché gli impiegati amministravi avranno allora scoperto nuovi metodi per mantenere il loro effettivo controllo sulle popolazioni nazionali. Queste continueranno spesso a considerarsi libere perché abitanti di Paesi noti per la loro adesione ai princìpi democratici, ma è lì, temo, che subentra la minaccia di un ulteriore collasso della democrazia (il crollo parziale c’è già stato). Ciò non accadrà per la creazione di nuove strutture amministrative, ma proprio tramite una confusione nella quale saremo noi stessi a cercare disperatamente di capire e di sottoporci a strutture che fino a quel momento disprezzavamo ma che, a nostra insaputa, continueranno a dominare la nostra vita tramite il cinico paradosso di quella stessa confusione.

 

Purtroppo, i gestori del potere sono spesso anche ottimi “antropologi applicati” ed ecco la trappola che stanno costruendo: essi sanno che se alcuni cittadini, reagendo alla pressione di tanti regolamenti, respingono la propria responsabilità di farsi vaccinare e di portare le mascherine e di conseguenza fanno gonfiare sempre di più la pandemia e di lì il panico, li avranno resi complici nel far rinascere anche il totalitarismo politico.

 

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Bibliografia per approfondire

S.J. Tambiah, Magic, Science, Religion, and the Scope of Rationality, Cambridge, Cambridge University Press, 1990

M. Herzfeld, The Social Production of Indifference. Exploring the Symbolic Roots of Western Bureaucracy, Oxford, Berg, 1992

M. Weber, Economia e società. L’economia, gli ordinamenti e i poteri sociali, Roma, Donzelli, 2019

M. Herzfeld, Lockdown Reflections on Freedom and Cultural Intimacy, in Anthropology in Action, 27, 3 (2020), pp. 44-50

J.C. Scott, Lo sguardo dello Stato, Milano, Eleuthera, 2020

 

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Immagine: Passeggeri che indossano mascherine protettive attraversano il Terminal 2 dell’aeroporto internazionale RDU, Morrisville, Stati Uniti (16 agosto 2021). Crediti: Sharkshock / Shutterstock.com

             


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