25 novembre 2021

Sui generis. DELWENDE!

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne pubblichiamo il seguente testo di Sandro Cappelletto tratto dal volume in uscita oggi Sui generis, di Dacia Maraini, Grazia Varisco e Sandro Cappelletto, © Colophonarte.

 

The youth of today are the leaders of tomorrow.

As we are liberated from our own fear,

Our presence will liberate others.

Lighting your way to a better future.                                                                                         

 

It is a world of great promise and hope.                                                                                          

It is also a world of despair, disease  and hunger.                                                                                                     

Overcoming poverty is an act of justice.                                                                              

 

Education is the most powerful

Weapon which you can use to change the world.

(Nelson Mandela)

   

Le formiche correvano veloci a nascondersi sottoterra, fra pochi minuti sarebbe piovuto. Dobbiamo fare in fretta, caricare sulla macchina il generatore per l’elettricità, la tanica di gasolio, il proiettore, lo schermo, i cavi. Bisogna partire prima che le strade diventino una profonda striscia di fango. “Un film!”, dice Pougbila. “Al mio villaggio non abbiamo mai visto un film. Gli anziani non saranno contenti”. “Non è un film”, le rispondo. “È il tuo film. Il film che racconta la storia di una donna accusata di essere una mangiatrice d’anime e quella donna è tua madre e io ti dico che tutti lo vedranno, se riusciamo ad arrivare”. Pougbila sale e partiamo. Sua madre era già tornata al villaggio. Non suo padre.

 

Raogo! Un vento di morte  soffia sul nostro villaggio.

Un altro bambino non ha potuto approfittare della vita.

Raogo, divino Raogo, aiutalo nella sua traversata

verso la terra dei nostri avi, che lì trovi la sua pace.

Tu sai che cosa accade. Tu lo sai?!

 

Era il tempo della stagione secca. Tre bambini del villaggio di Pougbila, nella regione dell’Oudalan, nel Nord del Burkina Faso, si erano ammalati. La loro fronte scottava, gli occhi non sopportavano la luce del giorno, il collo era diventato rigido, il sonno non li lasciava mai, e mentre dormivano erano agitati da scosse violente. Non parlavano più, non rispondevano alle domande. Prima che si ammalassero, per cinque giorni aveva soffiato l’harmattan, il vento secco che arriva da Nord, dal Sahara, attraversa il Sahel e si disperde nel Golfo di Guinea. L’harmattan porta con sé polvere e sabbia che coprono le case, solleva nuvole così dense che oscurano il sole. Tutti si chiedevano: è stato il vento a trascinare con sé il male? E se era stato il vento, perché ha scelto il nostro villaggio? Chi gli aveva aperto le porte?

 

Perché qui, perché a noi?

Chi divora l’anima dei nostri fratelli?

Anche questa notte, anche tu, piccolo Yabi.                                                                                                               

Laafi, Yabi. Laafi, che il nostro canto ti

porti il nostro amore. Laafi!

Non di uomini!

Non di uomini è frutto quello che accade.

Tutta la notte i cani hanno abbaiato.

Chi ha aperto le porte del nostro villaggio

al male, alla morte? Chi li fermerà?

 

Quei tre bambini non sono guariti. Gli anziani allora si riunirono e decisero di chiamare lo sciamano. Lo sciamano ascoltò e disse: il villaggio è sotto una maledizione. Il colpevole è qui, tra noi. Cercate due ragazzi che non abbiano mai dormito con una donna e preparate il feticcio. Mettete il feticcio sopra le spalle di quei due ragazzi: sarà lui a trovare dove si nasconde il male, perché lo possiamo cacciare. Il feticcio indicherà la strada.

I due ragazzi che non hanno mai dormito con una donna iniziano a muoversi, sono le loro gambe che camminano, ma è come se un’altra forza li stesse guidando. Il feticcio va, corre di capanna in capanna, torna indietro, avanza e rallenta. Ora procede più lentamente, esita, ascolta voci che soltanto lui può intendere. Si ferma, gira su se stesso, prende una direzione precisa, accelera, corre verso l’ultimo gruppo di capanne, c’è una donna in piedi fuori dalla sua capanna. Napoko è sola, il feticcio le si avvicina e quando è a un passo da lei, si ferma.

 

Raogo! Perché davanti a questa donna?

È lei la causa del male?

Se è lei colpiscila. È lei, Raogo? È lei?

Napoko! Il feticcio ti ha colpito.                                                                                                                           

Napoko, sei tu la strega che ha portato il male?

Tu mangi le anime dei nostri figli!                                                                                                                          

Napoko, abbandona il villaggio!                                                                                                                          

Lontana da noi, Napoko, tu sei il male!

Napoko, tu mangi le nostre anime!                                                                                

 

Il feticcio ha parlato. Napoko viene cacciata dal villaggio. Senza cibo e senza acqua. È una condanna a morte: nessuno aiuterà, nessuno offrirà acqua e cibo a una donna che vaga da sola nella savana. Perché se incontri una donna che vaga da sola nella savana, senza cibo e senza acqua, questo vuole dire soltanto una cosa: quella donna è una strega, mangia le anime, il suo villaggio si è liberato di lei e lei morirà di fame e di sete, oppure sbranata dalle jene mentre dorme, sfinita dalla stanchezza. Napoko ha un marito, che non la difende. Napoko ha una figlia, Pougbila. Lei conosce la verità. Lei sa che il demonio non si è impadronito di sua madre, che non è lei la causa della morte di quei tre bambini. Lei non si lascia ingannare. Ma come raccontare la sua verità, che non è la verità del feticcio?                                                                                                                                                                              

 

Pougbila, la luce splende fra le tenebre.                                                                                                                          

Le tenebre non l’hanno oscurata. Non fermarti,

Pougbila. Tu conosci le due verità.

 

Anche Pougbila lascia il villaggio e si mette in marcia da sola, verso la città, per cercare sua madre. Nell’unico posto dove può essere ancora viva: se è riuscita a raggiungere la “casa delle streghe”, lì e soltanto lì, dove si rifugiano le donne accusate di portare con sé la maledizione, sua madre può essere ancora viva. Pougbila sa che queste case ci sono, ma non sa dove sono. Non chiede dove sono, perché nessuno la aiuterebbe a trovarle: Ragazza, perché cerchi quella casa, chi sei tu, chi è la donna che cerchi? Pougbila cammina e guarda, cammina e ascolta, raggiunge la città che non conosce, la percorre, cerca tracce di sua madre, segue le donne che vanno da sole, che tutti evitano, che non parlano con nessuno. Camminando sempre, sperando sempre.

 

Madre, guardami! Io sono venuta.                                                                                                                         

Alzati, torniamo al villaggio.                                                                                                                                         

Non possiamo vivere con questa vergogna.

Noi conosciamo la verità.

Gli anziani ci ascolteranno.                                                                                                                                           

Alzati, madre.

 

Quei bambini non sono morti per un maleficio. Li ha uccisi la malattia portata dal vento secco e sporco che soffia dal Nord. Tuo marito non ti vuole più, madre. Io ho visto. Lui ha spinto contro di te i due ragazzi che portavano il feticcio, perché ti colpisse. Torneremo al villaggio e chiameremo gli anziani. Loro diranno che il feticcio ha già parlato, noi racconteremo la nostra verità. Ci ascolteranno. Tu hai visto come mi guarda mio padre.

Tu sai perché ha voluto allontanarti e restare solo con me. No madre, non chiedermi altro. Mio padre ha usato il feticcio per cacciarti dal villaggio e ora noi torneremo al villaggio. Non possiamo vivere con questa vergogna, non ci nasconderemo per questa vergogna. Questo soltanto importa. Per questo sono venuta a cercarti. Delwende, madre. 

 

La pioggia e il fango lungo la strada non ci hanno fermati. Siamo arrivati al villaggio. Fra dieci minuti scenderà il buio e la tua gente guarderà il film che parla di te e di tua madre. Lo spiazzo sotto il grande baobab è già pieno. Ci sono anche gli anziani. E c’è tua madre. Non tuo padre. Pougbila, il tuo nome significa la mia piccola donna, ma sei stata più tenace e forte di Raogo, il duro tronco di legno nel quale è scolpito il feticcio. Delwende! Alzati, Pougbila, questa è la tua storia e tu l’hai raccontata. Tu hai vinto.

 

Grazia Varisco, Ora e sempre … Antiviolenza !, © Colophonarte

Immagine di copertina: Donna Masai che trasporta un carico pesante attraverso la savana, Kenya. Crediti: Sopotnicki / Shutterstock.com

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