8 maggio 2023

Sul principio costituzionale dell’uguaglianza

Pubblichiamo qui il saluto introduttivo del Presidente Franco Gallo all’incontro svoltosi il 2 maggio 2023 presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana organizzato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane nell’ambito del progetto Articolo 3. Diversi tra uguali. 75 anni di Costituzione 1948/2023

 

Un saluto a tutti voi e un sentito ringraziamento per essere presenti qui in Treccani per assistere al dialogo tra il prof. Amato e la Presidente Di Segni su un tema di grande attualità qual è quello dei diritti umani, un tema trattato magistralmente nel bel libro di Louis Henkin edito dalla Treccani; testo che, pur avendo trent’anni, è ancora molto attuale.

Al riguardo, vorrei fare solo una breve considerazione introduttiva di carattere generale sul tema che sarà oggetto del dialogo con specifico riferimento al principio costituzionale di uguaglianza, che è poi il principio di cui si discuterà negli altri incontri organizzati dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per celebrare i 75 anni della nostra Costituzione.

Vorrei, in particolare, sottolineare che in tutti gli ordinamenti giuridici democratici sono rinvenibili due ineliminabili elementi universalistici che qualificano i diritti umani sotto il profilo dell’uguaglianza, e cioè l’irriducibilità dell’essere umano a cosa commerciabile sottesa all’idea della schiavitù e – ciò che più deve interessarci in questa sede – l’impossibilità di disconoscere a qualcuno la sua umanità sul presupposto della sua inferiorità razziale. Per uguaglianza, insomma, si deve intendere quel principio che impone non solo di considerare in modo compiutamente uguale le situazioni uguali e in modo diverso le situazioni diverse, ma anche di trattare, con i medesimi attenzione e rispetto, secondo la formula anglosassone dell’equal concern and respect, tutti gli esseri umani in quanto tali, riconoscendone l’umanità al di là delle differenze culturali, linguistiche, storiche e – sottolineo – razziali.

Come ci avverte Henkin nel libro dobbiamo, purtroppo, constatare che il generale riconoscimento di queste premesse concettuali non può considerarsi una conquista ormai consolidata e non revocabile. Si può dire, anzi, che in tutto il mondo e anche nella civilissima Europa le pulsioni oscurantiste, totalitarie e razziste, negatrici dei diritti umani non sono scomparse e si sono rafforzate negli ultimi anni, soprattutto a causa di un difetto di analisi del sentimento popolare, di un’incapacità di esercitare l’egemonia da parte dell’élite di governo, di una difficile comunicazione tra popoli di religione diversa e, soprattutto, di una debolezza degli ordinamenti nazionali e internazionali di cui Amato, appunto, dà atto nell’introduzione al libro di Henkin, con la conseguente violazione del principio di uguaglianza.

L’impressione che si ha in questi momenti è che si sta producendo una “cultura” diffusa contraria all’universalismo, che va sempre più verso la priorità degli interessi nazionali, verso il dominio etnocentrico assunto come difesa del benessere e, soprattutto, verso una visione dell’essere umano sempre più definita dalle particolari appartenenze di gruppo, corporazione, etnia, lingua all’interno delle singole comunità.

Il che ci dovrebbe rendere pessimisti sul futuro del complesso istituzionale e democratico e sulla possibilità di mantenere livelli accettabili di socialità o di umana convivenza. E la domanda che viene spontaneo fare al riguardo, specie con riferimento agli ordinamenti che hanno tutele deboli e sono caratterizzati da istituti restrittivi e repressivi, non può che essere quella che Amato si pone nell’introduzione del libro di Henkin: davanti all’inadeguatezza o addirittura alla totale mancanza delle tutele interne, quali correttivi può offrire il diritto internazionale in nome del principio di uguaglianza e della tutela dei diritti umani?

Dal dialogo che seguirà dovrebbe arrivare una risposta a questa domanda che non potrà non tener conto delle considerazioni non consolanti che Henkin svolge nel suo libro, e cioè che «il sistema di controllo sull’effettiva applicazione delle norme e dei principi in tema di uguaglianza è ancora imperfetto, salva però la forza crescente dimostrata dalle istituzioni regionali». Il che induce a porsi l’ulteriore domanda se fra gli Stati che danno vita a queste istituzioni decentrate possano sussistere, allo stato attuale, una comunanza di interessi e una qualche sintonia di cultura e di principi che giustifichino l’attribuzione di una piena tutela dei diritti umani.

Nella sua introduzione Giuliano Amato ha individuato alcuni segni positivi in questo senso, ma ne ha sottolineati altri negativi. Da parte mia, avendo riguardo al fenomeno specifico dell’antisemitismo sul quale ci soffermeremo oggi, mi limito a esprimere l’opinione – che non è solo la mia – che il negazionismo e le diverse forme di razzismo, pur essendo una vergogna intellettuale e morale, non devono essere contrastate e sconfitte – come alcuni vorrebbero – con strumenti penali. A mio avviso è più opportuno affidarsi ad un’opera di sensibilizzazione culturale e di consapevolezza civile; un’opera non più rinviabile in un momento come l’attuale in cui – come ci avverte Henkin – assistiamo drammaticamente al rigurgito di fenomeni razzisti, testimoniato anche da numerosi gravi episodi di violenza. Ed è in questa ottica che dovrebbe darsi una risposta negativa alla proposta di eliminare il termine “razza” dal testo dell’art. 3 Cost. La razza, infatti, non esiste, ma esistono i razzismi. E finché resta viva questa perversione, la parola “razza” deve a mio avviso essere mantenuta nella nostra carta costituzionale.

Mi fermo qui per dare subito la parola ai due dialoganti.

 

 

◊ Louis Henkin, Diritti dell’uomo, Introduzione di Giuliano Amato, Treccani, 2023, pp. 280

 

Immagine: mirzamlk / Shutterstock.com

 


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