10 gennaio 2021

Tempi della società, tempi della vita

Nell’anno che si è appena concluso, da più parti e in più occasioni l’attenzione si è appuntata sul tempo. Con la chiusura di numerose attività e spazi pubblici a seguito del lockdown generato dalla pandemia si è ad esempio iniziato a parlare sempre più spesso di ‘tempo sospeso’. La locuzione vuole indicare la perdita della capacità di finalizzare il tempo della vita quotidiana, di indirizzarlo vero il raggiungimento di questo o quell’obiettivo. I soggetti, o almeno molti di loro, percepirebbero uno smarrimento, una mancanza di ordine e di orientamento nella propria vita, una sensazione legata alla perdita momentanea di punti di riferimento esterni. La sottrazione del tempo alle consuete attività istituzionali – in primo luogo il lavoro remunerato esercitato secondo le note modalità – impoverisce il tempo personale e può arrivare a renderlo persino angoscioso. Venute meno nella giornata le routine, sul piano interiore si apre un vuoto che i soggetti non di rado non sanno colmare.

Questo smarrimento di fronte ad un tempo diventato improvvisamente eccedente ci dice molto delle profonde interdipendenze tra tempi della società e tempi della vita. I primi, coordinando e sincronizzando le diverse azioni attraverso le quali i tempi personali prendono quotidianamente forma, producono una sensazione di normalità. Stare in modo attivo all’interno dei tempi sociali significa dunque creare un collegamento in linea di principio positivo con i tempi personali, e viceversa. Diventiamo consapevoli di questo nesso quando la struttura del tempo collettivo per qualche motivo si frattura. Tale legame fondamentale diventa in sostanza visibile quando viene reciso - ad esempio, fuori da cause eccezionali come quella pandemica che stiamo vivendo, in ragione dell’uscita dalla vita produttiva per motivi legati all’età o alla salute. Molti soggetti anziani vivono direttamente questa perdita, e conoscono bene la fatica della ridefinizione dei tempi personali.

Dobbiamo ad uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento, le prime, fondamentali riflessioni intorno alla centralità dei tempi della società. Nel secolo che ormai ci separa dalla messa a punto del suo pensiero sono numerose le analisi che si sono susseguite intorno al legame tra tempi sociali e tempi personali – a partire dalle proposte dalla fenomenologia sociale. In grande sintesi, la posta in gioco riguarda lo spazio delle soggettività nell’incontro/scontro con le norme temporali, quelle norme che prescrivono con quale ordine, con quale sequenza e scansione, secondo quale logica compiere questa o quella azione in riferimento alla vita delle istituzioni che abitiamo (l’ordine temporale che governa ad esempio la vita scolastica, o quella politica o, ancora, quella economica). Sempre più, nel corso degli anni, emerge il ruolo delle relazioni e delle interazioni sociali nel generare tempo attraverso la creazione comune di significati. È accaduto ad esempio nel primo lockdown totale della scorsa primavera, quando le voci che rimbalzavano da un balcone all’altro ricreavano gli spazi di socialità negati dalla diffusione del virus, e producevano in tal modo anche tempi alternativi a quelli dominanti segnati dall’isolamento obbligato. In sostanza, attraverso relazioni sociali concrete, contestualizzate, prodotte da soggetti umani in carne ed ossa che entrano in contatto tra di loro possono essere generati anche tempi nuovi, inaugurali, carichi di significati, tempi potenzialmente capaci di produrre mutamento. In questo scenario, il tempo ritorna al centro della scena non tanto per l’ordine che sa imporre, e le regole che è in grado di stabilire. Piuttosto, emerge per l’enorme ricchezza di possibilità che racchiude, per l’apertura di orizzonti che rende possibile. I soggetti, qui, mentre si confrontano con il tempo come norma mettono in campo anche un proprio ‘lavoro creativo’ per trasformare i limiti in risorse, per contenere le regole entro dimensioni soggettivamente considerati accettabili.

Non possiamo tuttavia concludere queste brevi note sul rapporto tra tempi della società e tempi della vita senza almeno menzionare il ruolo strategico che i primi svolgono nel plasmare le forme che le biografie assumono. Questo vale per ogni età della vita, ma riveste certamente importanza strategica per i più giovani, le ragazze e i ragazzi dei nostri giorni, alle prese non solo con la costruzione della propria identità sociale nel futuro, ma anche con la definizione nel presente di esperienze esistenziali gratificanti nonostante la crescente precarizzazione delle loro vite. Ciò accade in uno scenario in cui il tempo sociale è strutturato da una velocità sempre maggiore - la cosiddetta high-speed society - che porta verso la celebrazione del brevetermismo e della simultaneità come nuovi ideali normativi. La capacità di cambiamento simultaneo è in effetti celebrata dallo spirito del tempo, sempre più sintonizzato sulle velocità tecnologiche, entrando platealmente in rotta di collisione con i tempi lenti delle trasformazioni della psiche e del corpo. E, per i più giovani, con un ingresso sempre più procrastinato nei ruoli sociali adulti. Nonostante queste condizioni avverse, va comunque sottolineato, anche i soggetti giovani esprimono – in modi e forme spesso innovativi, e dunque non riconoscibili ad un primo colpo d’occhio – forme di resilienza alla pressione dei tempi della società sui tempi personali.

 

Immagine: Roma, Italia - 17 maggio 2019: Scalinata con iscrizione della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea. Crediti: Shutterstock.com

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