12 aprile 2020

Tempi di passaggio

 

Non è raro che le generazioni abbiano la percezione di vivere sul crinale di mutamenti storici, e certamente una tale consapevolezza di essere nel mezzo di un ‘prima’ e un ‘dopo’ degno delle fratture epocali pervade ormai le nostre giornate sospese dal tempo. La metafora si può anche ruotare, perché il virus letale ci ha portato, a ben guardare, ad un bivio politico e ci sta insegnando parecchie cose a nostre spese. Ed è su questi costi, che drammaticamente urtano la nostra sensibilità che per lungo tempo era stata rassicurata dai successi del libero mercato, che la dura lezione può fare affidamento per non essere vana.

 

La rivolta contro la politica ha avuto le sue ragioni. Dimenticarle oggi, in cui si reclama giustamente competenza per affrontare in modo appropriato l’urto imprevisto di emergenze straordinarie, sarebbe fatale e farebbe oscillare il pendolo delle decisioni di governo tra tecnocrazie e populismi. Classi politiche inamovibili e irresponsabili hanno generato sfiducia e rabbia i cui esiti sono stati la delegittimazione della rappresentanza liberaldemocratica. Se nel tempo avessimo avuto, da Bruxelles e Strasburgo a Napoli e Palermo, classi dirigenti adeguate al compito che ricade su chi prende decisioni pubbliche, oggi non ci troveremmo di fronte a due grandi sfaceli che sono sotto gli occhi di tutti: la finis Europae e il crollo del Meridione d’Italia. Nessuno avrebbe mai immaginato, se riascoltiamo il tradizionale messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Italiana, che di lì a poche settimane quel discorso sarebbe diventato suo malgrado archeologico. Nel senso che un paio di mesi dopo, non di più, lo stesso capo dello Stato, una personalità sobria e dall’acuta sensibilità istituzionale, sarebbe stato costretto a lanciare un appello all’Europa in termini così accorati.

 

Se stiamo oltrepassando la soglia della crisi irreversibile lo sapremo in un futuro neppure lontano. Il filosofo dell’Eclissi della ragione scriveva all’indomani della Seconda guerra mondiale che «l’individualità è menomata quando ciascuno decide di far parte per se stesso. Quando l’uomo comune rinuncia a partecipare alla vita politica, la società tende a tornare alla legge della giungla, che cancella ogni individualità». La cosa si può estendere alla vita associata dei popoli che vivono all’interno dell’Unione Europea. La difesa eccessiva degli interessi particolari di qualche stato porterà alla distruzione di tutti, senza escludere neppure quelli che ritengono che l’egoismo tuteli il proprio specifico benessere.

 

La condizione del nostro Mezzogiorno è quella che rischia maggiormente la deriva da questa crisi. Non è consolatorio il sollievo che proviene dalla fortuna che il Sud non sia stato aggredito per primo dall’epidemia. La scienza e altre indagini ci diranno quali siano state esattamente le cause che hanno portato all’esplosione tragica di contagi in Lombardia. Ma già adesso e senza il ricorso degli esperti siamo tutti perfettamente coscienti che se quelle proporzioni avessero investito altre regioni sarebbe stata un’ecatombe. Ciò per il semplice fatto che la sanità meridionale non è assolutamente pronta a gestire una tale crisi. L’asimmetria di strutture e mezzi rispetto a quelli delle regioni settentrionali, che pure sono state drammaticamente stressate dall’emergenza, obbliga a una riflessione ormai ineludibile. Quel ritardo storico non è la conseguenza dell’invidia degli dei o di una disgraziata congiunzione astrale. Le classi politiche che hanno governato i territori del Meridione d’Italia hanno avuto il consenso delle loro popolazioni. Ci sono biblioteche che possono spiegare questi complessi fenomeni, e altri studi se ne possono aggiungere. Il fatto è appunto, come per la questione europea, il bivio a cui siamo arrivati. Per quanto sia doveroso ricercare la genealogia delle attuali condizioni socioeconomiche, culturali e politiche, un assunto è possibile affermarlo. La politica clientelare ha potuto soddisfare bisogni individuali pregiudicando una visione di sviluppo complessivo. Questo circuito è stato sempre scorretto, oggi mostra le sue conseguenze perverse e catastrofiche. Chi ha usufruito di un vantaggio specifico a discapito del bene comune, perfino lui adesso ha l’amara certezza che la cornice generale, senza la quale nessun bene individuale può essere a lungo goduto, è saltata.

 

Sotto questo aspetto possiamo dire che se la scienza, come ha osservato qualcuno, non è democratica, il virus lo è. Colpisce tutti indiscriminatamente e per di più circola liberamente senza passaporti. Questa pressione dovrebbe indurre tutti a riformulare una nuova etica pubblica fondata sul principio esclusivo dell’interesse generale. È possibile – ma è un auspicio – che l’angoscia possa spingere a capire che non ci possiamo più consentire un ceto politico predatorio ed impreparato. Ovvero, che lo spirito ‘repubblicano’ dei cittadini è l’antidoto che può mettere in sicurezza la società vincolando la classe politica a decisioni altrettanto virtuose. «Se un giorno i nostri concittadini si disinteresseranno dei pubblici affari, voi e io, il Congresso e le assemblee, i Giudici e i Governatori, tutti diventeremmo dei lupi»: il monito di Thomas Jefferson è una verità evidente come la libertà naturale proclamata nella Dichiarazione d’indipendenza. Finalmente un simile appello può eludere il sorriso saputo degli individui scaltri ed egoisti, siano essi politici o clientes.

 

La cosa, ancora una volta, si può estendere alle individualità statali. La realtà odierna, il nuovo mondo in cui siamo entrati, ci impone di vedere che quanto erroneamente era considerata utopica la virtù civica, e sognatori coloro che la predicavano, tanto oggi essa ci appare – o dovrebbe sembraci – l’unica via pragmatica da seguire per avere banalmente una sanità funzionante, ponti che non crollano, investimenti sull’istituzione e la ricerca, reti digitali capillari ed efficienti. Nel Meridione d’Italia un tacito compromesso basato sullo scambio tra consenso e benefici particolari tra le parti coinvolte nella dinamica del potere politico ha prodotto asservimento e arretratezza. Anche l’altro avviso di Benjamin Franklin, secondo il quale chi scambia la libertà per la sicurezza non è degno né della libertà né della sicurezza, è stato trascurato troppo spesso. Forse adesso il virus sarà più persuasivo. La nuova storia ci pone di fronte a un passaggio, dicevamo, in Europa come in Italia. Qualunque strada sarà intrapresa, una certezza già adesso l’abbiamo, che non ci saranno più alibi per nessuno.

 

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