23 luglio 2021

Tokyo 2020, Olimpiadi nella pandemia

Più atleti che spettatori: il paradosso di Tokyo 2020 ‒ i Giochi della XXXII Olimpiade che cominciano ufficialmente con la cerimonia di apertura di oggi ‒ è tutto in questa considerazione vagamente sarcastica, ma nient’affatto marginale. Più nello specifico, sfileranno sotto le bandiere delle 207 nazioni partecipanti (e sotto quella indipendente del Comitato olimpico internazionale, il CIO, che comprenderà anche i russi) oltre 10.000 atleti mentre allo stadio, a godere dei fasti dell’apertura del grande evento ridotto, ci saranno meno di 1.000 persone: potere della pandemia che, oltre ad avere costretto a posticipare di un anno le Olimpiadi, in fondo ne ha messo in dubbio lo svolgimento anche quest’estate, considerando la fase di emergenza che tuttora caratterizza il Giappone, al punto che ‒ cerimonia di apertura a parte, con appunto meno di 1.000 spettatori ‒ tutti gli appuntamenti, in qualsiasi impianto al chiuso o all’aperto, si svolgeranno senza pubblico.

Una decisione, quest’ultima, presa appena tre settimane prima dell’evento, mentre ancora a inizio giugno le scelte erano diametralmente opposte e prevedevano la presenza del pubblico, ma limitata al 50% della capienza dei vari impianti e comunque non superiore alle 10.000 persone, mentre era vietato l’ingresso agli spettatori provenienti dall’estero. Poi il contrordine, nulla da fare, ed è giusto così: ha vinto la precauzione, anche se il vero successo ‒ secondo la maggioranza dei giapponesi, stando ai numerosi sondaggi apparsi sulle testate nazionali in queste settimane ‒ sarebbe stato l’annullamento della manifestazione, o al limite un ulteriore rinvio. Lo avevano chiesto le associazioni di medici e diversi esponenti delle istituzioni, ma il CIO non ha mai preso seriamente in considerazione una eventualità che pure oggi non viene esclusa perché ‒ parole del presidente del comitato organizzatore, Toshiro Muto, proprio alla vigilia dell’apertura ‒ «se ci sarà un picco, ne discuteremo».

Ecco allora Tokyo 2020, con il brand rimasto identico a sé stesso per motivi commerciali ‒ come, peraltro, era accaduto anche all’Europeo di calcio ‒ e, a questo punto, si potrà parlare di un’Olimpiade prettamente televisiva ‒ l’Olympic broadcasting services è destinato a produrre oltre 9.000 ore di contenuti, vale a dire quasi un terzo in più rispetto ai Giochi di Rio 2016 ‒ la quale, per la legittima necessità di minimizzare i rischi in termini di contagio (comunque tutt’altro che irrilevanti, in un momento nel quale le varianti hanno preso piede), perde le caratteristiche intrinseche che hanno creato l’epica dei Giochi, sostanzialmente quelle sociali. In tempi di pace, le Olimpiadi di Tokyo avrebbero portato in Giappone oltre mezzo milione di turisti nel corso dell’evento, una cifra stimata per difetto ma decisiva anche per spingere il settore negli anni successivi, creando inevitabilmente un suggestivo racconto di mescolanza e internazionalità che non ha pari negli altri grandi eventi sportivi. Mancherà insomma la mescolanza del pubblico, ma in buona parte anche quella degli atleti, che vivranno in bolle appositamente definite e che dovranno rigidamente rispettare. Lo spirito del villaggio olimpico, storicamente il centro del mondo durante i Giochi e che ha aperto dieci giorni prima dell’inizio ufficiale, questa volta sarà anestetizzato da protocolli e regolamenti: posto che, dal punto di vista statistico, i casi di positività sono inevitabili (e alcuni, fra atleti, tecnici e operatori, sono stati accertati già all’arrivo in Giappone, nonostante i tamponi fatti prima delle partenze: per loro isolamento immediato), per evitare un possibile cluster l’organizzazione, a stretto contatto con il governo giapponese, non ha lasciato nulla al caso, fornendo a tutti i presenti manuali di regole e pratiche da seguire, pena l’espulsione.

Suoni, applausi e collegamenti virtuali per cerimoniali solenni che pure, nel momento della premiazione, vivranno un singolare momento self-service (visto che saranno gli atleti stessi a mettersi la medaglia al collo dopo che questa verrà presentata loro su un vassoio. Poi certo, una medaglia olimpica resta una medaglia olimpica, il sogno di ogni sportivo o quasi, e c’è da immaginare che comunque vada l’emozione per chi vincerà non verrà cancellata dal protocollo, e così pure la delusione di chi vedrà sfumare il risultato di una vita. Resterà però sullo sfondo un’Olimpiade controversa, dalla quale ‒ proprio a causa della contrarietà dei giapponesi ‒ alcuni degli stessi sponsor temono ripercussioni di immagine (ha fatto scalpore, fra tutte, la scelta dell’amministratore delegato di Toyota, Akio Toyoda, di non presenziare alla cerimonia di apertura e di cancellare tutti gli spot olimpici previsti dalla casa automobilistica), che ha visto le dimissioni e le dismissioni di migliaia di volontari inizialmente precettati e che peraltro verrà ricordata per l’aumento dei costi, non solamente causati dalla pandemia.

La gestione di Tokyo 2020, Olimpiadi e Paralimpiadi, non è stata infatti all’insegna della sostenibilità: le cifre ufficiali parlano di investimenti per 15,4 miliardi di dollari (2,8 dei quali sono dovuti alle conseguenze economiche del rinvio), ma AP cita precedenti report governativi e stima un costo non inferiore ai 25 miliardi che renderebbe quelli giapponesi i Giochi più costosi della storia. Basterebbero queste cifre per capire il motivo per il quale si va in campo e in pista nonostante tutto, senza contare che le stime degli investimenti nel 2013 ‒ quando Tokyo ottenne l’Olimpiade ‒ erano di circa 7,3 miliardi di dollari, la metà della cifra ufficialmente spesa e un poco meno di un quarto di quella che fonti giornalistiche ritengono essere più veritiera. Emblematica la vicenda della ricostruzione del National Stadium, lo stadio olimpico insomma, che demolisce peraltro lo stereotipo della perfetta organizzazione giapponese, se è vero che il progetto vincitore, quello dell’archistar Zaha Hadid, venne accantonato per i costi previsti (2 miliardi di dollari) e le dimensioni dell’impianto, mentre quello che poi è stato costruito ‒ l’architetto è Kengo Kuma ‒ è costato comunque 1,4 miliardi e si candida a diventare il simbolo di un appuntamento disastroso dal punto di vista finanziario, considerando appunto l’assenza del pubblico e, pertanto, degli incassi tipici dei giorni di gara, dai biglietti a tutti i servizi dedicati agli spettatori (dai punti ristoro al merchandising in loco) che, semplicemente, non ci saranno.

Ci sarà, quello sì, lo sport, con la sua epica e i suoi aedi, ma l’eredità ‒ la legacy, per utilizzare un termine amato dal CIO ‒ di Tokyo 2020 rischia di impattare in maniera significativamente negativa a livello politico ed economico, in una fase storica nella quale già l’idea di organizzare un’Olimpiade ‒ prova ne sia l’imbarazzo per l’assegnazione delle edizioni 2024 e 2028 ‒ è vista e vissuta da più punti non come un’opportunità da cogliere ma un azzardo da evitare. Se anche dovesse andare tutto bene, e tenendo presente che sicuramente anche questi Giochi regaleranno meravigliose storie di sport da tramandare ai posteri, Tokyo 2020 potrebbe marcare la linea di confine per un intero movimento che necessita di cambiare paradigma, almeno a livello organizzativo.

 

Immagine: Banner con anelli olimpici alto 15 metri costruito di fronte alla baia di Odaiba per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020, Tokyo, Giappone (1 febbraio 2020). Crediti: ManuelML / Shutterstock.com

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