16 maggio 2021

Turismo a tempo di Covid

Si può continuare a parlare di “turismo” alla stessa maniera in cui lo si intendeva “prima”, come oramai di dice, e ossia prima della Covid-19, senza opporre resistenza? Oppure la pandemia ha aperto scenari nuovi, e nuove prospettive conoscitive?

Tutto ciò richiama alla memoria un famoso passo dei Promessi Sposi manzoniani, quando, il parroco che tutti bene conosciamo, don Abbondio, consapevole di essere stato graziato dalla peste che aveva afflitto gran parte dei paesi lombardi in quello scorcio del secolo decimo settimo e sollevato dal passaggio a migliore vita di don Rodrigo, prorompeva in una sorta di peana sulla peste, paragonandola ad una ‘scopa di Dio’.

"Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente … È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo piú: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta."

Il passo è volontariamente o involontariamente comico, non so; dipende, come spesso accade, dal punto di vista del lettore; sicuramente è un passo inversivo, che rilegge il rapporto prima/dopo e cause/effetti in maniera teleologica, e, rispetto alla direzione usuale, capovolge le previe credenze per aprire a impreviste modalità di agencies.

Il kairos interveniente e il kerigma annunciato rimandano sicuramente a una teodicea degli umili e dei deboli, che vedono nell’inimmaginabile il segno dello straordinario, orma del divino che irrompe sull’umano e costringe a operare un mutamento di sguardo sull’orizzonte temporale, introducendo la“grande” storia e collocando la cronaca nell’inessenziale.

Si potrebbe sostenere che, a loro modo, gli umili e i deboli ‘resistono’ all’ideologia di un potere esclusivista; tuttavia, il rapporto fra la peste nel maggiore romanzo storico italiano e l’evenienza del Covid nel nostro mondo attuale va chiarito. Nel primo caso, infatti, la pandemia sembra occorrere per eterogenesi dei fini, grazie allo scrittore, che, alla stregua di deus ex machina, fa intervenire la lungimiranza dell’eterno che stermina i reprobi; nel secondo, la Covid – e questo qui interessa – ha scoperchiato le fragili superfici del vivere comune quotidiano, facendo esplodere il senso di nuovi significati nel mondo.

Non sto dicendo, sia chiaro, che l’odierna pandemia possa essere interpretata come una (presunta) giusta reazione di una benefica forza misteriosa al male fare umano (complottismo oppure restaurazione del pensiero animistico, per dire che si voglia). Non sto inseguendo gli incubi dell’antropofobismo o le tautologie del vitalismo. Sto semplicemente argomentando sul fatto che le idee, gli assunti quotidiani sul mondo e le forme di spiegazione più genericamente diffuse sono state annichilite in una sorta di apocalisse del senso, che ha trovato la sua maggiore espressione nel dire e nell’abitare il lockdown sanitario.

Lungi da me quindi ipotizzare soggetti metaumani capaci di agire punendo chi soggiorna sul martoriato globo terrestre; e, infatti, personalmente sto dalla parte di coloro che ritengono che l’incontro fra diversi elementi del mondo e il caso sia una combinazione molto più comprensibile e accettabile, che non la convinzione che esista una stretta e necessaria connessione causale fra diversi stati ed effetti del mondo.

Parlo invece delle trasformazionali inferenziali, delle cognizioni, degli script che aggregano la nostra mente formando una sorta di cosmologia, una visione del mondo a tre punte, che sono, poi, in questo contesto, noi le cose il virus.

In tale modo di vedere, emerge il nuovo, più di quanto prima facie non appaia. Ciò è avvenuto anche nel turismo. Il ‘turismo’ è stato risucchiato in una nuova galassia, cambiando di tono valenza significato, a partire dalla specifica costellazione esperienziale su cui poggia, ossia l’opposizione strutturale (mentale) fra mobilità e stanzialità, che si slunga sulla contrapposizione (sempre mentale) fra stare Dentro e stare Fuori (casa), fra Sicurezza e Fuga, fra Sé e Altro, fra Prossimità e Lontananza.

L’infezione dominante e pervasiva ci ha fatto riscoprire e apprezzare una forma fondamentale dell’esperienza, ossia lo stare in un luogo domestico (lo heimlich freudiano e heideggeriano), per sua stessa natura luogo di equilibrio, ordine interno e “appaesamento”, innestato sulla catena associativa dentro-sicurezza-sé-prossimità, che vivacemente contesta la temibile e contaminante serie del disordine costituita da fuori-fuga-altro-lontananza come spirale dello “spaesamento” eccentrico e senza fine.

Abbiamo a che fare – si badi bene – non con relazioni sociali (o per lo meno non in primo luogo), quanto con i principali presupposti mentali delle forme sociali stesse. Sono strutture concettuali, che ci permettono di vedere interpretare agire, e in quanto tali sono schemi fondamentali o pratiche teorico-simboliche che organizzano l’esperienza umana.

Si tratta, insomma, di dispositivi linguistico-concettuali che orientano l’azione e l’attore sociale, e di essi un momento particolare, qui importante, il movimento. Nella pandemia il movimento è stato tabuizzato, imponendovi un sigillo di blocco: le silenziose strade di Firenze, le solitarie calli veneziane, l’orfanità del Colosseo, la deserta piazza della Basilica di S. Pietro, ma anche l’immobilità dei lidi, delle coste, delle strade e dei mezzi di trasporto, dei luoghi del consumo e degli spazi del loisir. Il consumo di beni, risorse, eventi sono stati tutti casalinghizzati; permesso l’asporto, interdetta la fruizione extradomestica.

Che la vita umana abbia come assi importanti il movimento e la mobilità è intuitivo; che invece la pandemia abbia ossificato questa coordinata, ponendo in seria crisi l’aspetto sociale e culturale della mobilità è l’aspetto su cui spendere qualche parola. E l’aspetto sociale e culturale della mobilità coincide senz’altro con ciò che in genere si suole chiamare “il turismo” e le sue anfibiologie. Anche il turismo era/è considerato un morbo.

Il tema è di lunga data. Turismo: blessing or blight, benedizione oppure rovina? Mano provvidenziale oppure morbo mefitico? Un morbo che si aggiunge al morbo, si potrebbe dire.

L’elogio della ‘stanzialità’ e lo “io sto bene a casa” sono due leitmotiv pubblici che hanno accompagnato le principali campagne di sensibilizzazione politica contro l’infezione; e tale domesticità si è trasformata in una forma sociale di reazione al morbo che - salvo i settori produttivi e quelli principali della distribuzione - ha fermato, bloccato e cristallizzato la vita pubblica.

Se però salva dal virus (e sia pure con tutti i distinguo), la valorizzazione della stanzialità distrugge nondimeno la catena operativa su cui si basa e prende vita il turismo. Mai come ora si è appalesata la reale presenza delle reti, dei circuiti, dell’insieme delle azioni economiche sociali e politiche che rendono possibile il turismo. Non solo. Mai come ora è apparsa nella sua evidenza l’ossatura dell’economia politica nazionale, e in particolare il ruolo che svolge il settore terziario e il turismo in particolare. Il destino produttivo e riproduttivo nazionale. Mai come ora è apparso necessario distinguere fra le critiche classiche al turismo (consumo di territorio, commercializzazione, perdita di identità locale) e reale portata dell’economia ad esso legata. Mai come ora la necessità di riconsiderare i diversi esiti dei territori nazionali: si pensi alla crisi dei lunghi viaggi e alla ripresa invece del turismo urbano, interno, lento, slow, periferico, nelle aree interne; oppure alla diversa entità fra i flussi turistici dai numeri spropositati e quelli più contenuti delle zone interne…

È indubbio che abbiamo assistito e assistiamo alla discrasia fra dispositivi concettuali e dispositivi sociali, fra immaginari mentali e legami fra persone e fra gruppi.

Una benedizione Covid? No, di certo, perché la tragedia dei morti e le sofferenze patite sono prezzi troppo alti per accettare una lettura così cinica della realtà. Evenienza di nuovi significati, sì, questo si può affermare. Per tali sensi intendo la crisi della socialità e la crisi della mobilità. Anche qui la Covid è stata una cartina di tornasole dei problemi che attraversano come falda freatica l’interno della composizione territoriale e sociale nazionale.

In particolare, sottolineiamo la compresenza di effetti: la fine delle file turistiche nelle grandi città, ma anche il fallimento degli operatori sociali ed economici; l’aumento del turismo interno, ma anche la perdita della ricerca del Lontano e dell’Altro; la diminuzione del movimento umano e quindi del consumo del territorio ma anche la contrazione degli scambi, della socialità, dell’apprendimento sociale.

La congiunzione di turismo e Covid ha, insomma, moltiplicato gli aspetti contraddittori del nostro modo di vivere e di pensare, epperò va aggiunto che ci ha resi più avvertiti della loro presenza, ha permesso di scrutare più a fondo le faglie sconnesse e non sempre visibili delle nostre fragilità sistemiche, sociali, economiche, ma anche più generalmente, umane. È una lezione da accettare, non da rimuovere.

 

 

 

Crediti immagine: Giuseppe Modica, Lavori in corso, 2009. Courtesy archivio dell'artista
 

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