26 gennaio 2021

Un anno senza Kobe

Esattamente un anno fa, il sito TMZ è stato tra i primi a dare la notizia della morte della leggenda NBA (National Basket-ball Association), Kobe Bryant, a causa di un incidente in elicottero in California, a Calabasas nella contea di Los Angeles. In Italia erano da poco passate le 20.30.  In pochi secondi la notizia fa il giro del mondo che, in quell’istante, letteralmente si ferma, con il fiato sospeso; dopo pochi minuti, l’incredulità generale si trasforma in dolore, tutti i principali media americani e quelli di tutto il mondo confermano lo schianto. A bordo dell’elicottero personale di Kobe, oltre al campione altre otto persone. Tutte hanno perso la vita nel terribile impatto. Anche la figlia tredicenne Gianna Maria, astro nascente del basket femminile, in volo con papà verso una sessione di allenamenti alla Mamba Academy.

 

Le lacrime del fratello minore e del fratello maggiore: LeBron James e Michael Jordan

La terribile tragedia ha provocato reazioni in tutto il mondo; toccante per i risvolti umani, sportivi ed emotivi quella di LeBron James che proprio la notte prima aveva superato “The Black Mamba” nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi. Sul proprio account Twitter, appena subito il sorpasso, Kobe scriveva: «Grande rispetto per mio fratello King James». A sottolineare l’importanza di quel momento storico, anche Magic Johnson cinguettava: «Un grande Laker sorpassa un grande Laker». Kobe, con i suoi 33.643 punti in carriera doveva cedere all’amico-rivale il terzo posto del podio, durante la gara dei Lakers contro Philadelphia, persa dallo squadrone di Los Angeles, ma sufficiente a LeBron per scavalcare Kobe Bryant nella classifica dei migliori realizzatori all-time della storia NBA, ricevere la standing ovation e i complimenti del “Mamba”.

LeBron scriverà piangendo qualche giorno dopo, allegando una sua foto insieme a Kobe: «Ci eravamo sentiti domenica mattina prima di lasciare Philadelphia per tornare a Los Angeles. Non avrei mai pensato che quella sarebbe stata la nostra ultima conversazione. Ho il cuore a pezzi, sono distrutto fratello mio!».

«Fratello maggiore ‒ prosegue LeBron ‒ i miei pensieri ora vanno a Vanessa e alle bambine. Ti prometto che raccoglierò io il tuo testimone! Sei stato molto importante per tutti noi dei Lakers e per questo sento come una mia responsabilità quella di caricarmi sulle spalle la tua eredità e continuare quello che hai fatto!».

Al fratello minore si rivolge, invece, Michael Jordan, anche lui in lacrime, ricordandolo così durante la commemorazione allo Staples Center di Los Angeles il 24 febbraio (data scelta simbolicamente, il 24 era il numero di maglia di Bryant), a quasi un mese dal tragico incidente: «Potrà sorprendere qualcuno, ma io e Kobe eravamo molto amici. Era come un fratello minore per me. Tutti parlano della competizione tra di noi, ma io voglio solo parlare di Kobe. Abbiamo fratelli o sorelle minori che prendono le nostre cose, i vestiti, le scarpe. È fastidioso. Per me quel fastidio è diventato amore e ammirazione … mi ha trattato da fratello maggiore».

Kobe chiamava spesso “Air Jordan”, gli inviava messaggi nel cuore della notte, gli parlava di basket, gli chiedeva consigli sul gioco di gambe e sul leggendario “Triangolo”, il celebre schema caro al loro comune allenatore, Phil Jackson. Inizialmente queste invadenze irritavano un po’ MJ che, com’è noto, non ama i social, ma successivamente la grande passione del “Black Mamba” gli ha fatto capire quanto il ragazzo ammirasse il suo modo di giocare e che voleva solo diventare il miglior giocatore possibile. «Quando ho imparato a conoscerlo – ha raccontato Jordan, sempre più commosso ‒ ho cercato di diventare il miglior fratello maggiore possibile per lui. Ho imparato a sopportare la rabbia, le chiamate a tarda notte, le domande stupide, il fatto che tramite me stesse cercando di diventare un uomo e una persona migliore. E ora sto piangendo».

«La sua voglia di migliorare me lo ha fatto amare ‒ prosegue “His Airness” ‒ mi vedeva come una sfida. È difficile vedere persone con la sua voglia di migliorare giorno dopo giorno come padre, come persona e come amico. Per me è una fonte di ispirazione per quello che ha fatto con Vanessa e le figlie, per come si è dedicato a loro, per come le ha amate. Vorrei diventare un papà come lo era lui. A Vanessa, a Natalia, a Bianka, a Capri, dico che ci saremo sempre, come per tutte le famiglie colpite da questa terribile tragedia».

«Kobe dopo il suo ritiro sembrava davvero felice – ha concluso in lacrime Jordan ‒ con la sua morte se n’è andato anche un pezzo di me. Riposa in pace fratellino mio».

 

Kobe l’americano, simbolo dell’Italia unita: cresce tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia amandole allo stesso modo. Poi emigra, ritorna negli USA.

“The Black Mamba”, guardia tiratrice, considerato unanimemente tra i migliori giocatori della storia NBA e quindi del mondo (per molti secondo solo a Michael Jordan), tra gli sportivi più conosciuti del pianeta grazie ad una carriera tra le grandi e spettacolari della storia, nasce a Philadelphia il 23 agosto del 1978. Figlio d’arte ‒ il papà, Joe Bryant (JellyBean) e lo zio, Chubby Cox (fratello della madre Pamela), entrambi ex giocatori di basket ‒ è conosciuto come cestista statunitense, avendo disputato tutta la sua carriera professionistica nei Los Angeles Lakers. Una vera e propria bandiera.

Tuttavia, tutti sanno che il piccolo Kobe Bryant nasce cestisticamente e cresce umanamente e scolasticamente in Italia dove si trasferì all’età di 6 anni, imparando i fondamentali del basket europeo, senza i quali, come ha più volte sottolineato, non sarebbe mai arrivato ai vertici mondiali della pallacanestro.

Non ancora maggiorenne, Kobe era già famoso per aver vinto il titolo nazionale con la Lower Merion High School, per aver infranto, in quegli anni scolastici, il record di punti di Wilt Chamberlain. E perché, nel 1996, non ancora diciottenne, aveva fatto il grande salto tra i professionisti, senza passare per il college, nonostante non mancassero le offerte da parte di università prestigiose. Venne scelto dagli Charlotte Hornets che lo cedettero subito ai Los Angeles Lakers, freschi di un grande colpo di mercato, quello del fortissimo centro, Shaquille O’Neal. I Lakers, che rimasero affascinati dalle qualità del giovane, non volevano rischiare di perderlo, così, a poco più di 18 anni, Kobe divenne il debuttante più giovane in NBA.

Con questo curriculum, poco prima di decidere se passare per il college o se andare direttamente in NBA, proiettato come nuovo astro nascente del basket, davanti agli studenti e alle telecamere di ESPN, emittente televisiva sportiva statunitense, si presentava così: «Mi chiamo Kobe Bryant, ho 17 anni. Sono stato fortunato per aver vissuto in diverse parti del mondo. Mio padre ha giocato da professionista in NBA per otto anni, poi ha deciso di affrontare una nuova sfida e ci siamo trasferiti in Italia dove ha giocato per otto anni. Avevo sei anni, i miei genitori mi dissero: ‘Andrai in una scuola italiana, imparerai una nuova lingua’. E così fatto. Parlo fluentemente l’italiano. Ho conosciuto molte facce nuove e un sacco di persone interessanti. L’Italia è diventata una casa, il mio cuore è lì e lo sarà sempre. È stato molto difficile quando mio padre ci disse che stava per ritirarsi e che quindi era arrivato il tempo per noi di tornarcene negli Stati Uniti. Non volevo tornare e neanche le mie sorelle». Ma il destino era già scritto e così Kobe all’età di 13 anni si ritrovò, senza le sue sorelle che erano più grandi, alla Middle School: «È stato molto complicato adattarsi. Avevo molti problemi nel capire l’inglese, soprattutto lo slang. Ma avevo in comune la pallacanestro con parte degli studenti. A causa dei problemi di comunicazione non venivo invitato alle feste e ai ritrovi con gli amici. Così, nei weekend andavo nella sala ricreativa con il mio pallone da basket palleggiando fino allo sfinimento. Penso sia stata la cosa migliore che potesse capitarmi perché così ho scoperto la fame agonistica, la motivazione, il desiderio di diventare il miglior giocatore di basket che potessi essere. Ed eccomi qua oggi a fare una presentazione in inglese davanti agli studenti ed alle telecamere di Espn proprio nel momento in cui ho un’importante decisione da prendere. Andare al college o direttamente in NBA».

A sottolineare ulteriormente il suo grande amore per l’Italia le sue quattro figlie, avute con la moglie Vanessa Laine: Gianna Maria, Natalia Diamante, Bianka Bella e Capri, tutte con nomi che raccontano il nostro Paese, a testimonianza del periodo indimenticabile che il piccolo Kobe trascorse durante la sua infanzia tra Lazio, Calabria, Toscana ed Emilia Romagna.

Kobe Bryant visse in Italia dai 6 fino ai 13 anni, spostandosi dal Centro al Sud e poi al Nord, al seguito dei trasferimenti familiari dettati da quelli sportivi di papà Joe. Nel 1984 fu di casa a Rieti per due anni, nella stagione 1986/87 a Reggio Calabria, poi due anni a Pistoia e infine due a Reggio Emilia dal 1989 al 1991. Era il più piccolo e il più costante: nelle quattro città italiane giocava sempre con i più grandi lui e scivolava subito sul parquet di gioco per palleggiare e tirare durante gli intervalli delle gare ufficiali di suo padre. Chi ha avuto la fortuna di vederlo e di conoscerlo in quegli anni sapeva di trovarsi di fronte un bambino fuori dal comune.

Ha sempre dichiarato il suo amore per l’Italia durante la sua vita breve e intensa. Anche nel 2019, quando venne chiamato a sorteggiare i gironi del mondiale di basket che si sarebbe giocato in Cina e che fece registrare la vittoria della Spagna sull’Argentina, in un’intervista rilasciata alla FIBA (Fédération Internationale de Basketball Amateur) ricordò l’importanza di quegli anni in cui imparò a giocare a pallacanestro grazie a metodi di allenamento che in America non esistevano: «Negli USA facevamo solo una partitella a settimana, se eravamo fortunati», raccontò. E poi, «Crescere dall’altra parte dell’Oceano mi ha dato un incredibile vantaggio perché avevo imparato i fondamentali. Non come fare il giocoliere, ma come muovermi senza palla e usare i blocchi, utilizzare entrambe le mani, passare la palla in maniera efficace».

 

Kobe e il minibasket, qui Rieti

Rieti è stata la prima città del Belpaese ad ospitare il piccolo Kobe. Era il 1984 quando il nome di Joe Bryant venne associato ai colori sociali della AMG Sebastiani allenata da coach Nico Messina. E con lui quello di un piccoletto di 6 anni che qualche anno più tardi si trasformerà nel “Black Mamba”.

Per la città laziale l’invidiabile primato di aver assistito alle prime sgambettate con la palla a spicchi di quel bambino che, dalle scuole elementari alle medie, si è formato umanamente e sportivamente in Italia. Che si allenava con il papà e che, durante l’intervallo dell’All Star Game a Roma, nel quale faceva da raccattapalle personale a JellyBean, un po’ come Maradona, iniziò a palleggiare e tirare davanti ad un pubblico che rimase a bocca aperta, uscendo tra le lacrime solo perché costretto dal coach che doveva necessariamente far riprendere la partita. E che, durante un trofeo di minibasket cui formalmente non poteva partecipare perché più piccolo di due anni rispetto agli altri bambini, entrò da riserva per le sue insistenze. Ma quell’ingresso in campo si trasformò ben presto in un pianto a dirotto per avversari e compagni di squadra, costretti ad assistere alla performance di un bambino prodigio che palleggiava e riusciva a fare canestri senza che nessuno riuscisse a fermarlo e senza bisogno di aiuto da parte del suo quintetto. Alla fine venne sostituito per ristabilire le regole del gioco e, questa volta, le sue lacrime furono le sue. Tuttavia, questa esibizione gli consentì di vincere il suo primo titolo di miglior giocatore del torneo, che non era in programma, ma venne architettato in quel momento come riconoscimento per le sue giocate.

Questo inizio di carriera gli è valsa la dedica della Nike che, con la scarpa bianca “2k4 Rieti”, ha voluto rendere omaggio alle radici italiane di Kobe.

Quella sua prima esperienza con il basket, anche se mini, è tornata alla ribalta grazie al commovente saluto di Kobe rilanciato dai social di tutto il mondo. Tanto che la Nike ha deciso di dedicare alla esperienza italiana di Rieti una scarpa bianca, della nuova serie 2K4, la prima di tredici modelli della collezione “Black Mamba” disegnati per celebrare l’addio al basket del fuoriclasse NBA. Pubblicata sul profilo Facebook di Nike Basketball, la scarpa che celebra Kobe celebra anche l’Italia e Rieti, la città dove nasce il suo amore per il basket, che rimarrà associata per sempre al nome di uno dei più grandi campioni sportivi del mondo. Uno spot gratuito e straordinario.

 

Kobe e il minibasket, qui Reggio Calabria

Santi Puglisi era l’allenatore della Viola Reggio Calabria (all’epoca Cestistica Piero Viola) nella stagione 1986/87. Il suo assistente, Gaetano Gebbia. Nel quintetto base due leggende da queste parti, Joe Bryant e Kim Hughes, la coppia di fuoriclasse americani che, «Malgrado le attese ‒ come ci ricorda il reggino Lucio Laganà che di quella squadra faceva parte insieme a giocatori del calibro di Mark Campanaro, Giovanni Spataro, Stefano Attruia, Donato Avenia e Gustavo Tolotti ‒ in campo non riuscì ad amalgamarsi soprattutto a causa della personalità di papà Bryant che non amava molto passare la palla durante le azioni di gioco». Joe amava i tiri forzati, le giocate ad effetto, l’esatto contrario di Kim che invece giocava per la squadra, già dall’anno precedente, e si vedeva rubare il palcoscenico dall’esuberanza del nuovo arrivato. «Alla fine del campionato – continua Laganà – ci posizionammo a metà classifica. Ma l’entusiasmo in città era altissimo. Noi abbiamo imparato tanto da quegli americani che si allenavano già con i pesi, noi ancora non lo facevamo, correvano in campo solo se c’era la palla e spesso disertavano i nostri allenamenti fatti di esercizi fisici». «Anche l’alimentazione era completamente diversa – sorride ancora Lucio Laganà al ricordo di questo episodio ‒ prima di una gara in trasferta in cui mise a referto una sessantina di punti, Joe Bryant pranzò con otto uova strapazzate, sorseggiando un cappuccino». E prosegue: «Se lo avessi fatto io sarei finito in ospedale».

Durante gli allenamenti e le partite ufficiali, a bordo campo c’era sempre lui, il piccolo Kobe che, come a Rieti, non perdeva mai l’occasione per scivolare sul parquet di gioco, prendere la palla a spicchi, palleggiare e tirare, distraendo tutti con i suoi numeri e facendo arrabbiare il coach. «Certo – ricorda Laganà – un occhio di riguardo lo aveva, non perché a quella giovane età si potesse ancora capire che sarebbe diventato uno dei giocatori più forti al mondo, era ancora troppo presto, ma perché lui era il figlio di Joe… fosse stato un altro coach Puglisi lo avrebbe buttato subito fuori. In ogni caso Kobe imparò molto da quella esperienza in Italia, divenne un giocatore completo, si sacrificava per la squadra. Molto diverso da suo papà».

E durante gli intervalli delle gare era ancora più bello per il piccoletto imitare le gesta di suo padre e dei grandi della NBA, c’erano gli applausi dei tifosi e lo sguardo innamorato di sua mamma, la bellissima Pamela che faceva letteralmente incantare il Palasport della città dello Stretto. «Kobe era sempre pronto per papà Joe – ricorda Laganà – spesso durante l’intervallo gli portava una Coca Cola. E a fine partita, soprattutto se si vinceva, arrivava negli spogliatoi con un frigo portatile, più pesante di lui e carico di birre, che suo padre lasciava in macchina per il dopo gara».

“Il cruccio” di Lucio Laganà, che oggi gestisce la ‘Lumaka’ una società di basket a Reggio Calabria molto attenta alla formazione ed alla valorizzazione dei più piccoli, «è quello di non aver cercato Kobe in questi anni. L’imbarazzo era quello di chi pensa che la grande star non si sarebbe più ricordata di lui». Oggi sa che non sarebbe stato così.

«Anche a Reggio Calabria ‒ ricorda Rocco Romeo, allenatore sia di Kobe che del figlio di Kim Hughes, Ryan ‒ le gare dei tornei si concludevano tra le lacrime, quelle degli avversari e dei suoi compagni che non riuscivano a toccar palla. Mi rimarranno per sempre impressi il suo sorriso e la sua educazione, anche quando, durante le partite casalinghe, durante l’intervallo, innamorato della palla a spicchi, scendeva in campo, faceva tiri a raffica e poi non voleva più uscire».

In tanti nella città dei Bronzi di Riace hanno una testimonianza di quegli anni, come Enzo Petea che abitava di fronte al campetto dove si giocavano le partite di mini basket: «Le gare casalinghe dei più piccoli si giocavano nel quartiere di Modena, il campetto era quello delle suore di Maria Ausiliatrice, un oratorio salesiano. Noi scendevamo per vedere da vicino Kim e Joe che seguivano da tifosi i loro figli». E per farci respirare quell’atmosfera ci invia una foto d’epoca sgranata, di una domenica mattina in cui si intravedono in mezzo al pubblico proprio i due papà-campioni con tanto di telecamerina in mano e tifosi al seguito.

Da quella città affacciata sul mare che ama profondamente il basket passarono poi altri grandi del basket come Volkov, Garret, Young, Sconochini, Manu Ginobili. Coach Gaetano Gebbia conosce bene la stoffa dei grandi campioni e anche per lui è rimasta in mente l’immagine di quel bambino così determinato che inseguiva i suoi sogni: «Nell’intervallo delle gare ufficiali, come a fine partita o durante gli allenamenti, scivolava in campo e tirava, tirava e tirava. Mandando su tutte le furie coach Puglisi che lo cacciava fuori».

Oggi, ad un anno esatto dalla scomparsa del grande campione, in quella città la società Pallacanestro Viola con il patrocinio morale del Comune di Reggio Calabria, accenderà nella serata le luci sul Castello Aragonese per un commosso omaggio e saranno proiettate delle immagini significative che ritraggono lo straordinario atleta nella città dello Stretto. Kobe non ha mai fatto mistero dell’amore per Reggio e del profondo legame con l’Italia e, per questo, la giornata a lui dedicata avrà lo slogan “Kobe uno di noi”.

 

Kobe e il minibasket, qui Pistoia

Anche la Toscana ha conosciuto e si è innamorata di Kobe, tanto che al suo ritiro a 37 anni condizionato da problemi fisici, in tanti hanno sperato di poter rivedere lì quel ragazzino che si intrufolava in campo durante l’intervallo e a fine partita entusiasmando il pubblico.

Infatti quel fantastico giocatore della NBA, bandiera per venti stagioni dei Lakers con cui ha conquistato cinque titoli, che ha vinto con la Nazionale statunitense la medaglia d’oro ai FIBA Americas Championship nel 2007, ai Giochi Olimpici di Pechino nel 2008 e di Londra nel 2012, che nel 2018 è stato gratificato con il Premio Oscar, insieme al regista Glen Keane, per il miglior cortometraggio d’animazione realizzato sceneggiando la sua lettera di addio al basket, che nel 2020 è stato inserito tra i membri del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, giocò a modo suo e per due stagioni, al seguito di papà Bryant, anche nell’Olimpia Pistoia.

Ma anche Kobe Bryant ha amato profondamente l’Italia, la Liguria e la Toscana dove trascorreva spesso le sue vacanze tra le Cinque Terre, Montelupo Fiorentino, Pisa. Dove tornò nella sua Cireglio, per rivedere la sua casa, fare quattro chiacchiere al bar, immortalarsi in una foto con alle spalle il cartello stradale di ingresso della cittadina, chiedere che fosse rimesso a posto il campo sportivo.

 

Kobe e il minibasket, qui Reggio Emilia

In occasione del primo anniversario della tragica scomparsa di Kobe Bryant, la Pallacanestro Reggiana ha deciso di rilanciare un’iniziativa benefica partita nel 2020. Sono tornate in vendita le T-shirt commemorative “Per sempre uno di noi #24”, il cui ricavato verrà devoluto all’ASDRE (Associazione Sport Disabili Reggio Emilia).

Kobe arrivò nella città emiliana al seguito della sua famiglia e di suo papà che giocava con la canotta biancorossa Cantine Riunite della Pallacanestro Reggiana. Anni importanti per quel ragazzino quasi adolescente che si formò anche grazie alle attenzioni di coach Andrea Menozzi.

Come nelle altre città il piccolo Bryant, sempre presente nelle gare ufficiali al Palazzetto, continuava ad aspettare l’intervallo per entrare in campo per tirare e segnare a raffica. Con i più piccoli giocava, invece, nella parrocchia di Montecavolo, nelle colline reggiane. Secondo il reggino Lucio Laganà «Furono anni fondamentali nella sua crescita sportiva». Anni importanti anche dal punto di vista umano per Kobe che non aveva mai dimenticato i suoi inizi, tanto che nel 2016 tornò nel campetto della scuola media Manzoni. Era profondamente legato a Reggio e forse si sentiva un reggiano quando ricordava che uno dei migliori giocatori della NBA fosse cresciuto proprio lì. E che nessuno avrebbe potuto immaginarlo, ma se era accaduto questo significava che ogni sogno è possibile.

 

KobeBryant, DiegoMaradona e PaoloRossi, i tre campioni del mondo senza l’hashtag profondamente innamorati dell’Italia

Questo terribile 2020, che si è portato via dolorosamente anche Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, è cominciato dunque con la tragica scomparsa di Kobe Bryant a soli 41 anni.

Tre talenti mondiali sportivi notissimi e amatissimi in tutto il mondo (anche dopo aver concluso definitivamente le loro carriere agonistiche) che continuano ad essere ammirati e seguiti, con analogo trasporto, da diversi decenni, dagli anni Ottanta alla generazione Alpha; tre popolarissimi influencer sportivi, benché nati senza l’hashtag (il cancelletto tematico che fece la sua prima apparizione su Twitter nel 2007 ad opera dell’avvocato di San Francisco Chris Messina).

Più semplicemente: KobeBryant, DiegoMaradona e PaoloRossi, i tre campioni del mondo senza l’hashtag profondamente innamorati dell’Italia, il cui nome è stato e rimane legato indissolubilmente al brand sportivo italiano.

 

L’eredità umana di Kobe

I riconoscimenti per Kobe non mancano di certo: dall’annuncio di intitolazioni di strade a Los Angeles, alla richiesta della Pallacanestro Viola di Reggio Calabria al sindaco della città Giuseppe Falcomatà di ricordarlo dando il suo nome ad una via o ad una piazza, all’intestazione del premio di miglior giocatore (MVP, Most Valuable Player) dell’All Star Game che l’uomo simbolo dei Lakers ha giocato diciotto volte, vincendolo in quattro occasioni.

Tuttavia, l’eredità di Kobe dovrebbe e potrebbe andare oltre una commemorazione o un’intitolazione, dovrebbe andare oltre lo stesso basket che lui ha tanto amato ed essere rivolta soprattutto ai più giovani per consegnare loro il messaggio che gli ostacoli insormontabili non esistono anche se si nasce nelle periferie del mondo.

Sognare è importante, ce lo ha insegnato la leggenda del basket che ha realizzato i suoi sogni partendo da piccole realtà dove lui era, ancora e solamente, il piccolo “Cobi”, trasformandosi poi in uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi. Il suo addio al basket giocato è diventato un successo planetario, concluso con i suoi sessanta punti realizzati tutti in una notte. Superiore addirittura al secondo ritiro di Michael Jordan che pure si concluse, come la più splendida sceneggiatura di un film, nel 1998, con la vittoria del suo sesto titolo NBA, grazie al suo ultimo tiro, nell’ultima gara della stagione.

Non erano un atto di cortesia le dichiarazioni d’amore del numero 24 dei Los Angeles Lakers per l’Italia, né il suo continuo sottolineare le sue origini sportive e umane. Tanto che dopo il suo addio commovente al basket giocato in NBA in tanti hanno sognato potesse realizzarsi un ritorno in campo in Italia a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia o Reggio Emilia, in campionati dove Kobe avrebbe fatto la differenza anche da infortunato.

Oggi, dopo la sua tragica e prematura scomparsa, a maggior ragione, come i suoi fratelli LeBron James e Michael Jordan, dovremmo essere in grado di saper raccogliere la sua eredità umana, raccogliendo davvero il suo testimone, imparando a sognare in grande, cercando di diventare persone migliori, trasmettendo il suo messaggio alle nuove generazioni.

 

Immagine: Kobe Bryant (2 agosto 2015). Crediti:  plavevski / Shutterstock.com

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