11 luglio 2021

Un corpo pubblico

È impossibile mimetizzarsi quando il tuo corpo è diventato improvvisamente proprietà pubblica. Sebbene a noi donne capiti spesso di ricevere commenti e sperimentare contatti non richiesti, la gravidanza e la maternità elevano queste intrusioni a un nuovo livello. Avevo l’impressione che il mio ventre rigonfio fosse interpretato come un invito: accarezzami per favore! Si aspettavano che accogliessi con gratitudine qualsiasi tipo di consiglio non richiesto ed esprimessi l’appropriata dose di vergogna e rimorso per aver mancato di seguire la valanga di suggerimenti, spesso contraddittori, sul mangiare, bere, assumere vitamine, lavorare ecc. Non ero più un individuo in grado di fare le proprie scelte; sembrava che queste fossero state date in appalto senza il mio consenso.

Tutto questo mi rendeva straordinariamente consapevole del mio corpo, e non in modo positivo. Se l’atteggiamento blasé verso gli altri è quello che ci permette di mantenere un certo grado di riservatezza in pubblico, la sua mancanza mi faceva sentire molto pubblica. Ero imbarazzata dalla visibilità della mia pancia che, in modo grottesco, catapultava la mia intimità biologica nella sfera pubblica civilizzata. Non volevo spiccare. Volevo nascondermi. Non stavo cercando di mascherare la mia gravidanza, ma ero assalita da un bisogno di pudore che nessuna rivendicazione femminista del mio corpo poteva compensare. Le mie amiche mi avevano sempre preso in giro per la quantità di top corti presente nel mio armadio, ma non sono mai riuscita a indossare una maglietta che mi lasciasse scoperta la pancia neanche all’inizio della gravidanza. Stavo cercando di alzare una barriera tra me e la moltitudine di estranei che si sentivano a loro agio nel toccarmi o nel fare commenti su di me? Ero afflitta dall’imbarazzo di essere un animale biologico tanto ovvio? Avevo inconsciamente abbracciato l’idea cartesiana per cui mente e spirito sono due entità separate e ora l’improvvisa assertività del mio corpo mi faceva dubitare di tutto quello che sapevo di me stessa?

Ironicamente, poi, l’attrazione che gli estranei provavano per il mio corpo non si traduceva in una maggiore gentilezza urbana, piuttosto avvertivo costantemente un monito alla mia condizione “diversa”. Diversa e fuori luogo. Questo mi diveniva evidente soprattutto in metropolitana, quando di rado mi offrivano il posto a sedere nelle ore di punta. Gli uomini d’affari snob nascondevano intenzionalmente il viso dietro ai giornali facendo finta di non vedermi. Una volta cedetti il posto a una donna ancora più incinta di me prima che qualcun altro si accorgesse di noi. Anna Quindlen racconta una storia simile sulla sua gravidanza a New York. Anche lei aveva offerto il posto a una donna che «sembrava sul punto di dover correre in ospedale». «Amo New York», scrive Quindlen, «ma è una città difficile per essere incinta. […] A New York non esiste la privacy; sono sempre tutti in difficoltà e si sentono tutti in dovere di dire cosa pensano» [1]. Chiunque sia stata incinta racconta storie di questo genere con un certo sarcasmo, come fossero vecchie storie di guerra, o riti di passaggio quando vivi una gravidanza in città. Come se ci fosse da aspettarselo per aver osato uscire di casa con quel corpo ingombrante e goffo.

I miei tentativi di tornare a essere una flâneuse ripresero dopo la nascita di Maddy. Se la infilavo in un porte-enfant dormiva per ore accoccolata contro il mio petto. Individuavo un percorso fino a un nuovo Starbucks sull’affidabile stradario London A-Z e correvo a concedermi un semplice piacere: un caffellatte e un diverso scenario. Queste pause nella faticosa routine quotidiana fatta di poppate, coccole e bagnetti mi appariva come un minuscolo spazio di libertà. Riuscivo quasi a ricordare com’era essere giovani in città, prima di avere un bambino.

A volte queste uscite andavano bene, a volte no. I miei tentativi di essere una mamma flâneuse venivano continuamente interrotti dalla disordinata biologia di un neonato. Luoghi che prima sentivo accoglienti e confortevoli ora mi facevano sentire estranea, un’aliena con il seno che gocciolava e un bambino rumoroso e puzzolente al seguito. È difficile interpretare il ruolo dell’osservatore distaccato quando i gesti corporei e corporali della genitorialità sono in bella mostra. Volevo essere indifferente a tutto questo, credetemi. Mentre Maddy sonnecchiava, potevo fingere di non essere a pochi secondi dalla successiva emergenza. Quando si svegliava affamata o doveva essere cambiata, mi precipitavo in un bagno pubblico per assicurarmi che nessuno dovesse essere testimone della natura della genitorialità.

Non mi ero mai resa conto di quanto fosse coraggioso fare cose come allattare in pubblico. Razionalmente sapevo che mi era “permesso” allattare la mia bambina ovunque, ma il pensiero mi faceva rabbrividire. Lo strano mix di reazioni al mio corpo che avevo sperimentato durante la gravidanza mi aveva insegnato che non avrei mai potuto prevedere come mi sarei sentita. Era fastidioso essere venerata e offesa in egual misura. Ero una figura divina bisognosa di protezione, ma ero anche fuori luogo e occupavo lo spazio mettendo a disagio gli altri. Il fatto che con una certa regolarità si leggono notizie su persone a cui viene chiesto di allontanarsi mentre allattano in pubblico – considerato che in Canada l’allattamento al seno è protetto dalla legge sui diritti umani – suggerisce che vi siano ancora in vigore forti convinzioni su quale sia il posto adatto per farlo.

Quando mi comportavo correttamente, occultando il mio corpo imbarazzante e assolvevo ai miei doveri di genitrice in modo da soddisfare dozzine di estranei tutti insieme, ricevevo sorrisi e assistenza. Nell’istante in cui la mia presenza diventava troppo ingombrante, troppo rumorosa, troppo corporea, incontravo sguardi rabbiosi, commenti sprezzanti e talvolta persino aggressioni fisiche. Un uomo continuava a spingermi mentre ero in fila al supermercato. Quando gli ho chiesto di smetterla, mi ha detto di “togliere di mezzo il mio dannato passeggino”. Una donna su un autobus incredibilmente affollato mi ha definito una cattiva madre perché Maddy le aveva accidentalmente pestato un piede. L’addetto alle vendite in un grande magazzino di Toronto mi ha davvero detto di aspettare mentre finiva di servire un cliente quando mi sono precipitata al bancone perché avevo perso di vista Maddy. Ovviamente l’ho ritrovata, ma solo grazie a un’altra mamma che si è messa in azione quando ha sentito il panico nella mia voce.

Questo livello di maleducazione non si verificava tutti i giorni, ma alla base di tanta ostilità sociale c’era il fatto che la città stessa, la sua forma e la sua funzione erano state create per rendere la mia vita incredibilmente difficile. Ero abituata a essere consapevole del mio ambiente in termini di sicurezza, ma questo aveva a che fare con chi era nell’ambiente e non con l’ambiente stesso. Adesso, comunque, la città voleva prendermi. Le barriere che il mio corpo robusto e giovane non aveva mai incontrato si abbattevano all’improvviso su di me a ogni svolta. La libertà che un tempo la città aveva rappresentato sembrava un lontano ricordo.

 

Tratto da La città femminista di Leslie Kern, Treccani Libri, 2021

 

[1] Anna Quindlen, The Ignominy of Being Pregnant in New York City, “New York Times”, 27 marzo 1986

 

Crediti immagine: Davide Zanin Photography / Shutterstock.com

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