6 settembre 2021

Un’estate italiana

La profezia che si autoadempie, con prudente ritardo, ha le note e il testo di un brano pop di oltre trent’anni fa. Un’estate italiana, inno del Mondiale di un Paese che ancora non aveva scoperto TangentopoliItalia ’90, sotto numerosi aspetti, fu l’apogeo del decennio precedente ‒ e ancora recitava il mantra azzurro Zoff-Gentile-Cabrini del 1982, entrò prepotentemente nella memoria collettiva e restò a lungo nelle hit-parade, ma le preconizzate notti magiche, alla fine, furono tali per i tedeschi di un Ovest che non aveva più senso, perché non lo aveva più l’Est.

Forse perché il Paese, reduce dalla fase più problematica della pandemia, necessitava di leggerezza e ottimismo, Un’estate italiana è stata recentemente ripescata per accompagnare l’Europeo calcistico che faceva tappa anche a Roma, diventando la colonna sonora della Nazionale di Roberto Mancini. La quale, in maniera imprevista e pressoché imprevedibile, ha finito per trionfare contro l’Inghilterra post-Brexit a Wembley, che è casa sua, pareggiando in rimonta e vincendo ai rigori (senza frontiere e con il cuore in gola). Ci avrà anche messo più di trent’anni, ma l’estate che allora portava a un’avventura in più in questo 2021 ha esagerato, in un’iperbole di successi sportivi che non ha precedenti e difficilmente verrà eguagliata in futuro.

Dal calcio alla pallavolo, dal tennis alla suprema vetrina onnisportiva di Olimpiadi e Paralimpiadi: successi che si contano e si pesano come mai era accaduto e che, per eterogenesi dei fini, hanno ridato cittadinanza ad un orgoglio nazionalistico sempre più malinteso, ma non per questo più sfumato in un immaginario popolare che si è nutrito anche di ulteriori successi di prestigio ‒ quello musicale dei Måneskin all’Eurovision Song Contest, ad esempio ‒ in contesti che, in occasioni normali, interessano solo una nicchia.

Ma il 2021 dell’orgoglio italiano ordinario non è stato, ed è ancora più significativo, per non dire incredibile, che le vittorie azzurre nello sport siano maturate quasi fossero una reazione ad una pandemia che ha inciso pesantemente sul nostro Paese. L’Italia, in Europa, è il Paese che il lockdown l’ha conosciuto forse con maggiore rigore: ha chiuso prima, ha chiuso di più e la chiusura (quella della prima ondata, ma parzialmente anche quella della seconda, nell’autunno-inverno 2020-21) non ha risparmiato lo sport professionistico, bloccando in maniera esiziale quello dilettantistico e di base. Eppure, per una serie di circostanze e congiunture tecniche, anagrafiche e contestuali favorevoli, prima fra tutte lo spostamento di un anno degli Europei di calcio e dei Giochi di Tokyo 2020, i risultati dello sport hanno posto l’Italia al centro del mondo, improbabile modello di ripartenza.

Se il calcio ha riportato a Roma un trofeo che mancava dal 1968, nel tennis un italiano ha raggiunto ‒ negli stessi giorni in cui la Nazionale vinceva l’Europeo ‒ la finale di Wimbledon per la prima volta. Matteo Berrettini non ha completato l’impresa, ma di impresa comunque s’è trattato e, oggi, l’Italia ha tre tennisti nei primi 25 posti del ranking ATP (Association of Tennis Professionals), uno dei quali (appunto Berrettini) fra i primi dieci e un altro (Jannik Sinner) pronto ad entrarci; il tutto mentre, nel settore femminile, la prima vittoria in un Master 1000 di Camila Giorgi, tardiva ma non ancora fuori tempo massimo, ha riportato un’italiana nei primi 40 posti del ranking WTA (Women’s Tennis Association). Una settimana prima delle finali dell’Italia e di Berrettini, la Nazionale della pallacanestro maschile era stata capace di un’impresa oltremodo rilevante, qualificandosi per Tokyo 2020 andando a vincere il torneo preolimpico in Serbia, contro i padroni di casa che avrebbero dovuto divorarsi gli azzurri, secondo pronostico.

Quando poi, a fine luglio, sono cominciate le Olimpiadi, è arrivata l’apoteosi. 40 le medaglie conquistate dagli atleti italiani, record assoluto ai Giochi. Ma, appunto, dietro la somma c’è il peso, e la medaglia d’oro dell’evento più atteso di ogni Olimpiade, la finale dei 100 metri piani maschile, ha visto vincere un ragazzo che ha sventolato il tricolore dopo la linea del traguardo (e il vento accarezza le bandiere), Marcel Jacobs. L’uomo più veloce del mondo è un italiano, ed è italiano anche colui ‒ Gianmarco Tamberi ‒ che, dopo l’oro nel salto in alto, gli è saltato al collo piangendo di gioia (e sciogli in un abbraccio la follia) quando ancora Jacobs non aveva fermato la propria inerzia. Dall’uomo più veloce del mondo alla staffetta più veloce del mondo, la 4×100 maschile, italiana anch’essa (Patta-Jacobs-Desalu-Tortu).

Basta così? Nemmeno per idea, perché a fine agosto sono iniziate le Paralimpiadi, e pure lì l’Italia ha ottenuto il miglior risultato della sua storia: 69 medaglie ‒ 39 solo dal nuoto ‒ e una chiusura epica, con la tripletta oro-argento-bronzo di Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto nei 100 metri femminili classe T63. Chi ha familiarità con le Paralimpiadi e le storie che si portano appresso gli atleti, dove quello che è successo viene nascosto da quello che si fa, è l’esatta trasposizione in pista di un altro spezzone di quel brano, ben sapendo che non sarà una canzone ‒ e purtroppo nemmeno 69 medaglie ‒ a cambiare le regole del gioco, quelle di un Paese che si emoziona sì per le Paralimpiadi e riempie gli atleti di peana, odi e onorificenze, ma in tema di accessibilità e inclusività fa solo piccoli passi.

Detto della Nazionale azzurra campionessa europea di softball ‒ parente vincente ma povera ‒ a luglio, a inizio settembre ci ha pensato l’Italia del volley femminile di Paola Egonu a trionfare nel proprio Europeo, battendo peraltro quella Serbia che l’aveva estromessa dalla lotta per le medaglie olimpiche e, di nuovo, riuscendo a farlo in casa dei rivali, realizzando quel sogno che comincia da bambino e che ti porta sempre più lontano.

In tutto questo, la sensazione è che i successi ‒ certo non nati nel vuoto, ma sui quali hanno innegabilmente inciso le individualità e una dose di imponderabile casualità ‒ siano stati un fenomenale pretesto affinché le istituzioni sportive potessero intestarsi meriti ben superiori alla qualità del lavoro svolto, nascondendo la polvere sotto il comodo letto degli allori, mentre l’opinione pubblica è stata capace di dividersi in fazioni, sempre e comunque: dalla polemica su Egonu portabandiera olimpica ‒ proposta e scelta quale vessillifera dell’insegna del CIO (il Comitato olimpico internazionale) ‒ a quella sulle differenze fra i premi economici per i vincitori delle medaglie olimpiche e paralimpiche (sproporzione che c’è ed è netta, ma va letta sotto un’ottica più complessa, anche e soprattutto considerando che queste erano le prime Paralimpiadi a cui il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), ha partecipato partendo dallo status di ente autonomo). Per non parlare del decisivo e divisivo tema sociale della cittadinanza, tornato prepotentemente in auge con la vittoria di Jacobs ‒ uno che proprio nulla c’entra nel merito, e questo la dice lunga sulla qualità del dibattito ‒ e diventato oggetto di un’idea piuttosto indecente, quella di accelerare le pratiche per gli atleti capaci, a livello giovanile, di ottenere risultati di prestigio, creando così ulteriori disparità, quasi che la cittadinanza fosse un premio, non un diritto. E, allora, meglio ricordarsi questa estate sportiva attraverso i sorrisi, gli abbracci, i meme, il brivido che ti trascina via.

Anche perché, per far sì che l’estate sfolgorante ai raggi del sole sportivo si trasformi nell’inverno del nostro scontento, basta davvero poco. Basta credere che tutto sia giunto per diritto, e tutto sia dovuto.

 

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