13 gennaio 2021

Una mappa della censura

Il tema della libertà del giornalismo è molto complesso. Se da una parte «le Costituzioni di tutto il mondo la garantiscono», anche in Paesi molto diversi tra loro, dall’altra questa protezione non è sempre effettiva, anche dove si pensa che lo sia. «Gli Stati Uniti proteggono la stampa in particolare dagli interventi dello Stato, ma è evidente che non è sempre lui il nemico»; la Cina in Costituzione sancisce la sua «teorica difesa»; in Svezia essa è libera, ma per esempio «non può intervenire in materia religiosa», dice Dario Biocca, docente di scienze politiche all’Università di Perugia e direttore del Centro Internazionale di Ricerche e Studi eurasiatici (C.I.R.S.Eu.), in un approfondimento sul tema, avvertendo subito come questa libertà sia «spesso una pura formalità», poiché in gioco ci sono «altre forze che la rendono impraticabile».

 

Il giornalismo moderno è vecchio di più di due secoli e così la sua censura. Nato agli inizi dell’Ottocento in Inghilterra e destinato alla carta stampata, piuttosto costosa, parlava essenzialmente di politica; a fine secolo si era già trasformato in uno «strumento pubblico» alla portata di tutti che aveva il compito di informare le persone su ogni argomento. Fin da subito i direttori dei quotidiani subirono arresti per eccessiva vicinanza a certe questioni sociali, come quella del lavoro, mentre la politica lo ha voluto a servizio di quello che agli inizi era un patriottico «spirito pubblico», trasformato ben presto in propaganda, che si perfeziona dal primo modello fascista a ogni attuale regime totalitario.

 

Il Novecento ha temprato il giornalismo su guerre e scandali: all’inizio acuendo difficoltà e censure, subendolo come «un intralcio» che esigeva autorizzazioni alla pubblicazione. Alla fine, portandolo sul piedistallo grazie alla sua nuova impronta investigativa nata negli Stati Uniti con Nellie Bly, prima donna a entrare in un Circolo della stampa, fino alla guerra del Vietnam, la prima seguita dalla TV, rivelatrice di tante atrocità. Il Watergate segnò invece un caso più unico che raro in cui quel «giornalismo autorevole da cani da guardia del potere» svelò una più complessa forma di «sottomissione»: come spiegò Noam Chomsky lo scandalo che per la prima volta portò alle dimissioni di un presidente in realtà ne nascondeva un altro ben più grave (CoIntelPro).

 

«Oggi che crediamo di conoscere bene il giornalismo, con internet e i social media la sua situazione si fa ancora più complessa». Una difficoltà di controllo per cui dietro a un media può esserci di tutto: gruppi politici, finanziari, chi non vuole farsi vedere... e situazioni ataviche come in Russia dove la libertà di stampa non c’è mai stata, né la vecchia idea americana di «rappresentare i fatti, lasciando l’opinione al lettore». In alcuni Paesi in cui in passato non c’era libertà, essa spesso non si esprime comunque, anche in caso venga più o meno garantita. «Il tema è estremamente delicato e riguarda ciò che le leggi consentono e ciò che le persone effettivamente fanno».

 

Reporter sans frontiers è una delle tante organizzazioni indipendenti che misurano la libertà di stampa nel mondo. Stila una classifica annuale basata su diversi criteri ‒ norme, sicurezza fisica (per esempio, il numero di giornalisti sotto scorta), presenza di conflitti, protezione dei diritti umani ‒ che «rivela molte sorprese, positive e negative». Per esempio, il Messico riconosce la libertà d’informazione ma con il più alto livello di giornalisti uccisi (dal narcotraffico) il che porta al fenomeno, gravissimo, dell’autocensura. Ma non è il Paese nella condizione più grave.

 

«L’Italia arranca al 41esimo posto», anche nel 2020, tra Norvegia al 1° e Nord Corea al 180°. Tra gli ultimi compaiono Paesi che ci si poteva immaginare, per vari motivi, come Turkmenistan, Eritrea, Cina, Gibuti, Vietnam, Siria, Iran, Laos, Cuba. Ma nella top 10 in cui ci sono Finlandia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Giamaica, Costa Rica, Svizzera, Nuova Zelanda e Portogallo... la domanda sorge spontanea: dove sono i Paesi che hanno “creato” il giornalismo? Il Regno Unito per esempio si ferma al 35° posto. Tutti pregiudicati oggi «da un’eccessiva concentrazione di testate nelle mani di pochi editori e troppa vicinanza tra politica e media».

 

«Interessanti le posizioni di mezzo» che vedono sopra Paesi che pensavamo dietro di noi, come Lettonia (22) o Spagna (29), e viceversa (Stati Uniti 45). Al posto 63 il caso emblematico delle isole Seychelles. Non hanno leggi contro la stampa né particolari problemi eppure «tra l’élite vige la visione comune che nessuno debba descrivere il proprio Paese in modo negativo». C’è dunque un doppio vincolo: controllo dello Stato più autocensura. Un «bel posto che non conosciamo».

 

Tra la moltiplicazione di stimoli mediatici e fake news (sempre esistite) è particolarmente difficile trovare la quadra tra diverse esigenze: informazione, obiettività, riscontro, privacy, diritti specifici come quelli dell’infanzia, sicurezza nazionale, segretezza delle fonti... «La libertà è un concetto notevole che vedrà nel futuro un miglioramento perché l’idea più diffusa oggi è questa, ma a un certo punto un limite c’è sempre e dove debba collocarsi è difficile da definire».

 

Immagine: Protesta contro la censura e il divieto di libertà di parola, Cracovia, Polonia (1 giugno 2018). Crediti: Bogdan Khmelnytskyi / Shutterstock.com

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