19 agosto 2020

Va ora in onda: lo sport alla conquista dei palinsesti

«Con l’avvento della televisione, con il passaggio sempre più marcato da una cultura contadina a una cittadina e industriale, il giornalismo sportivo è passato dall’epica alla tecnica, dal racconto all’analisi (...). La ricetta era la solita delle tre esse: sangue, sesso e soldi, con i dovuti adattamenti a un mondo che di solito separa e reprime i sessi e di sangue ne perde poco. Comunque il concetto era quello: occuparsi degli istinti, degli appetiti, dei sentimenti elementari; occuparsi del denaro, della vita privata, dei vizi, dei retroscena». Lo scrive Giorgio Bocca nel febbraio 1984 su L’illustrazione dello sport. Oltre trent’anni dopo quell’articolo lo sport e il calcio, in particolare, conquistano i palinsesti televisivi magari non seguendo la ricetta richiamata da Bocca, ma facendo scoprire al pubblico gli aspetti meno noti.

Se l’emergenza sanitaria ha fermato gare ed eventi, la TV ha cercato, durante il lockdown, di colmare quel vuoto rispolverando momenti storici dello sport con un occhio di riguardo al calcio. Una vera e propria ‘operazione nostalgia’ che ha accomunato sia la TV di Stato che quella commerciale. Raisport Classic, il canale tematico della RAI, ogni giorno, dalle 16 a mezzanotte, ha proposto «le emozioni azzurre del presente e del passato, di tutti gli sport». Piatto forte del palinsesto le partite del Mondiale di Messico 1970, quello della ‘partita del secolo’, ma anche Italia-Urss, semifinale del Campionato europeo del 1968. Mediaset Extra in pieno lockdown ha lanciato Emozioni Mondiali, una maratona andata in onda dal 9 all’11 aprile con le partite più emozionanti della Nazionale italiana. Anche Blob, lo storico programma di Rai Tre, ha sposato questo filone con Neuropei, ora su Raiplay, ovvero le più belle partite dell’Italia agli Europei dal 1968 al 2016.

Lo sport, però, sta conquistando fette importanti di spettatori anche su piattaforme come Netflix e Prime Video. La ‘grande abbuffata’ del calcio in TV cambia natura e prova a parlare al grande pubblico anche con linguaggi diversi. Negli anni scorsi è stata la fiction a raccontare il calcio sul piccolo schermo. Un grande successo di pubblico è stato, ad esempio, Il Grande Torino, il romanzo televisivo del regista Claudio Bonivento che nel 2005 ha portato in prima serata su Rai Uno l’epopea della squadra granata distrutta nell’incidente aereo di Superga il 4 maggio 1949, facendo il record di ascolti anche con le repliche. Il debutto domenica 25 settembre 2005 ha tenuto incollati davanti alla TV 6.287.000 spettatori con il 27,07% di share, battendo Harry Potter e la camera dei segreti, in prima visione su Canale 5, che ha registrato 4.864.000 spettatori e uno share pari al 21,40%. Successo ripetuto nella programmazione del Ferragosto 2011, quando la fiction che vede Beppe Fiorello interpretare il capitano Valentino Mazzola ha conquistato il 16,57% di share, pari a 2.224.000 spettatori, sconfiggendo Sette anni in Tibet con Brad Pitt, trasmesso su Canale 5, che si è fermato al 13,80% per un totale di 1.782.000 spettatori. Molto meno apprezzata dal pubblico e al centro di diverse critiche per alcuni errori storici, la fiction dedicata a Gigi Meroni, il giocatore del Torino investito da un’auto il 15 ottobre 1967. La farfalla granata, andata in onda sempre su Rai Uno nel novembre 2013, si è fermata 4.754.000 telespettatori e il 17,42% di share contro i 4.987.000 telespettatori, pari al 18,55% di share, della serie ‘Squadra antimafia 5’ in onda su Canale 5.

Ora sono le piattaforme on demand a proporre miniserie, documentari e film. Come The English Game, disponibile su Netflix, che racconta le origini del calcio. Una sorta di Downton Abbey del pallone (non a caso il creatore è Julian Fellowes, lo sceneggiatore britannico premiato con l’Emmy proprio per la popolare miniserie ambientata in una tenuta dello Yorkshire) che spiega in sei episodi come è nato il calcio oltremanica. Ci sono, però, anche produzioni che raccontano storie epiche come Sunderland ‘Til I die, la docuserie che segue la squadra inglese del Sunderland nel campionato 2017-18 retrocessa dalla Premier League.

Nutrito anche il filone delle produzioni dedicate a singoli personaggi: Maradona in Messico racconta l’esperienza di Diego Armando Maradona alla guida dei Dorados; Maradonapoli è dedicata al periodo napoletano del giocatore argentino; Diego Maradona del regista Asif Kapadia scandaglia la vita del Pibe de Oro lontano dai campi da calcio. E ancora Messi. Storia di un campione, il film prodotto nel 2014 che ripercorre la vita del calciatore del Barcellona dagli esordi ai trionfi in Spagna e Argentina, Griezmann è nata una leggenda, prodotta nel 2019 sempre da Netflix e dedicata al campione dei Bleus, e ultimo in ordine di arrivo Anelka. Genio e sregolatezza sull’attaccante francese. Un piccolo caso televisivo è, invece, The last dance, la serie dedicata all’indimenticabile stagione dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Prodotta da Espn e Netflix e in onda dal 19 aprile, 6,3 milioni di telespettatori americani hanno guardato il primo episodio tra le 21 e le 22 del 19 aprile, mentre in Italia è stata la serie più vista dagli abbonati della piattaforma. Rompe un tabù, invece, Atleta A, il documentario in onda sempre su Netflix da giugno che racconta gli abusi del dottor Larry Nassar nei confronti delle ginnaste della squadra USA.

Anche le società di calcio hanno intuito come la TV possa aiutare a raccontare campioni e successi. Gli argentini del Boca Juniors, ad esempio, si sono lasciati riprendere nella vita di tutti i giorni per Boca Juniors Confidential, la serie in quattro episodi sempre targata Netflix. Lo stesso ha fatto la Juventus con First team Juventus, la miniserie del 2018 che segue la squadra bianconera in campionato e in Champions League. Un docureality che ha comportato oltre quattro mesi di riprese. Per Federico Palomba, co-chief revenue officer del Club, «progetti di questo tipo confermano la nostra vocazione all’innovazione e a essere a tutti gli effetti uno Sport Entertainment brand». Il marketing da una parte, sempre più necessario per squadre come la Juve, i tifosi dall’altra. La società, infatti, ha annunciato ai supporter la produzione come la possibilità di conoscere «la Juve da un punto di vista completamente nuovo, seguendo i giocatori bianconeri non solo in campo, durante le partite e gli allenamenti, ma anche e soprattutto nei momenti più intimi e personali, quando, smessi maglietta e scarpini, svestono anche i panni di campioni, per tornare ragazzi come tutti». Se la Juventus sposa il punto di vista del reality, c’è una squadra che, invece, è diventata protagonista di un film per meriti sportivi tutt’altro che eccezionali. È il Bari di Una meravigliosa stagione fallimentare, disponibile ora su Prime Video, il documentario del regista Mario Bucci che ha ricevuto anche diversi riconoscimenti. La meravigliosa stagione fallimentare del titolo è quella 2013/2014, quando la società pugliese fallita viene premiata dal pubblico che cresce di partita in partita tanto da accompagnare i biancorossi a un passo dalla promozione nella massima serie. Mentre gli stadi e i palazzetti dello sport aspettano che il pubblico torni sugli spalti, gli schermi si popolano di finzione e realtà, gol memorabili e occasioni mancate. 

 

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