27 settembre 2020

Violenza di genere e diritto: non basta reprimere, occorre prevenire

 

Il fenomeno della violenza di genere rileva su un piano giuridico da più punti di vista e le norme vigenti in questo ambito si estendono a vari settori del diritto, tanto che non sarà possibile non solo descriverle, ma nemmeno enunciarle in esame tutte.

Di solito la mente corre alla presenza di leggi penali che puniscono alcuni comportamenti di colui che la pone in essere: violenza sessuale, stalking, maltrattamenti in famiglia, omicidio, soprattutto.

Tutti delitti puniti sulla base del codice penale italiano, risalente al 1930 ma riformato negli anni in riferimento a molte di queste fattispecie, che rispecchiano però solo la punta di un iceberg, perché la violenza è un fenomeno che non può essere racchiuso dal diritto penale, ma che merita di essere trattato in modo più ampio e profondo. Non si tratta infatti di un semplice reato, meritevole di essere punito, ma di un male radicato nella cultura e nella società, che si nutre di una cultura discriminatoria nei confronti delle donne e di cui pagano drammatiche conseguenze anche soggetti troppo spesso lasciati sullo sfondo o addirittura dimenticati, cioè i figli.

Il legislatore italiano ha progressivamente acquistato consapevolezza che la violenza di genere prospera in una cultura in cui la donna è discriminata, vuoi in famiglia, vuoi sul lavoro, vuoi nella vita pubblica (si pensi alle immagini pubblicitarie in cui il suo corpo è mercificato o alla scarsa presenza delle donne ai vertici delle istituzioni).

Un esempio su tutti, che sembra distante dal mondo di oggi, ma che ha ancora molti strascichi: sino ad una sentenza della Corte costituzionale del 1968, che ha ribaltato un precedente di appena 7 anni prima, l’adulterio in Italia era punito solo se commesso da una donna. In questo modo, a detta della sentenza costituzionale superata nel 1968, il codice penale tutelava l’unità famigliare, bene di rilievo costituzionale. D’accordo; ma se a tradire era l’uomo? Ebbene, per la Corte non c’era lo stesso rischio di disgregare la famiglia, perché il marito era “il punto di convergenza della unità familiare e della posizione della famiglia nella vita sociale” e perché il tradimento della moglie aveva una “influenza più grave” sia all’interno della famiglia, sui figli, sia sulla reputazione della famiglia nella società. Questa più grave percezione delle relazioni extraconiugali della donna ha evidentemente radici ancora vitali nella cultura dei nostri tempi, in cui l’uomo sente di doverla e poterla punire per tale affronto alla sua dignità. Oppure pensiamo ai delitti d’onore, sopravvissuti in Italia fino al 1981, tra cui la norma sul matrimonio riparatore, per cui il reato dello stupratore, quando questi sposava la sua vittima, veniva estinto. La dignità della donna che aveva subito lo stupro in questo caso era sacrificata sull’altare della convenienza della sua famiglia e di quella del suo aggressore, che venivano sollevate delle ripercussioni, in termini di giudizio sociale, dello stupro stesso.

In realtà la Costituzione italiana contiene tutti i principi necessari per far fronte a tutto ciò e affermare una piena e totale parità di uomini e donne, premessa indispensabile per rimuovere il terreno di coltura della violenza: il principio di eguaglianza senza distinzioni di sesso, il principio per cui la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per cui di fatto le donne sono ancora collocate in posizione di inferiorità rispetto agli uomini in molti ambiti e settori, l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, i diritti della donna lavoratrice, le pari opportunità nelle istituzioni. Ebbene, sono queste le norme da cui partire nel guardare al fenomeno su un piano giuridico, che possono strutturalmente costituire il coacervo normativo di partenza per far fronte alla violenza di genere. La consapevolezza della valenza strategica di questi principi costituzionali, in chiave di prevenzione della violenza di genere, è un’acquisizione più recente di quanto si immagini, come dimostra la vicenda dell’adulterio citata prima.

Un ruolo importante in questo cammino è stato giocato dal diritto internazionale, che ha contribuito notevolmente a mettere a fuoco l’importanza della eradicazione delle discriminazioni di genere per contrastare efficacemente la violenza contro le donne. Fondamentale, a questo proposito, è la Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne, adottata nel 2011 nel Consiglio d’Europa e ratificata dall’Italia nel 2013. Questa fonte giuridica internazionale, solo parzialmente attuata oggi dal legislatore italiano, si fonda sulle c.d. quattro P, per cui la violenza deve essere combattuta:

a) Proteggendo la vittima (dentro il processo penale, evitando che possa subire ulteriori disagi e stress ad esempio dovendo testimoniare più volte e incontrando spesso l’aggressore o l’ex partner) e fuori dal processo penale (mediante, ad esempio, misure cautelari in caso di gravi indizi di colpevolezza e pericolo di reiterazione della violenza, come l’allontanamento del partner dalla casa familiare e l’eventuale ingiunzione da parte dell’autorità giudiziaria di pagare un assegno per il mantenimento della vittima e della prole, spezzando i vincoli del timore della donna di lasciare la casa e della ancora molto frequente dipendenza economica della moglie dal marito)

b) Perseguendo i colpevoli, in quanto autori di reati puniti dall’ordinamento (visti prima);

c) Prevenendo il fenomeno, attraverso programmi educativi e con una formazione ad hoc, comprensiva di diritto, psicologia e sociologia degli operatori che possono entrare in contatto con la donna che ha subito violenza ed essere consapevoli dell’ampio spettro del disagio che sta subendo (medici, avvocati, forze dell’ordine);

d) Con politiche integrate, anche di natura economica, che possano aiutare la donna a spezzare il giogo della violenza da parte del partner.

Se è vero che per ognuna delle quattro P l’ordinamento italiano ha spesso fatto molto, anche se talvolta non abbastanza, dobbiamo aprire uno squarcio nel quadro delle norme rilevanti per guardare in modo completo a questo fenomeno su un piano giuridico: un ruolo fondamentale deve essere giocato dall’attuazione dei principi costituzionali di eguaglianza, della parità dei diritti e doveri dei coniugi, del diritto ad una pari retribuzione di donna e uomo, ad una pari partecipazione di donne e uomini alla vita delle istituzioni ed ai loro vertici, nonché alle cariche elettive, e, più in generale ed in qualsiasi campo, della pari dignità della donna e dell’uomo.

 

 

Immagine: Stop alla violenza contro le donne. Crediti: HTWE / Shutterstock.com

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