martedì 4 maggio 2021

La caduta degli dei

«(...) perché gli eroi dei bambini possono morire tra i nembi di un’epica battaglia o travolti dai tifoni del Mar dei Caraibi, ma così no, una fine simile è per loro insensata e inconsolabile giustizia. Avrebbero avuto altrettanto dispiacere i bambini e gli animi semplici di tutta Italia se l’aereo fracassatosi a Superga fosse stato carico di scienziati illustri? No, sia detto sinceramente. E se fosse stato carico di famosi scrittori e poeti, la gente ne avrebbe sofferto altrettanto? Neanche in questo caso, se vogliamo essere onesti». A dare la misura della popolarità e del senso di appartenenza ad una comunità che non è solo quella sportiva sono le parole che Dino Buzzati, inviato speciale del Corriere della sera, scrive venerdì 6 maggio, giorno dei funerali. Sono passati solo due giorni dalla tragedia di Superga, quando l’aereo che trasporta la squadra del Torino si schianta contro la collina che sovrasta il capoluogo piemontese: 31 vittime, nessun superstite. «Un’orribile sciagura ha colpito oggi lo sport italiano», scrive il Corriere d’informazione nell’edizione straordinaria del pomeriggio del 4 maggio 1949, poche ore dopo la tragedia. La squadra di Bacigalupo, Mazzola e Ossola sta tornando da Lisbona dove ha incontrato il Benfica, ma l’aereo su cui viaggia «è precipitato al suolo quando era già in vista di Torino». L’orologio segna le 17.03. «Una pioggia fitta cadeva sulla pianura piemontese allagata, e banchi di nubi bassissime rendeva ardua la navigazione», si legge ancora nell’edizione straordinaria del Corriere d’informazione. È strano pensare ad un pomeriggio di maggio battuto dalla pioggia, ma da alcuni giorni vaste zone del Torinese sono interessate da un’ondata di maltempo. Di quel pomeriggio e dei giorni successivi sappiamo molto, nel corso degli anni la cronaca di quei giorni è rimbalzata di anniversario in anniversario fin nei minimi dettagli: il riconoscimento delle salme affidato all’ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, la camera ardente a Palazzo Madama, l’ex residenza reale situata in piazza Castello, il telegramma del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, le esequie a spese del Comune, la folla immensa per l’ultimo saluto, Fausto Coppi, tifoso del Torino, che poche settimane dopo corre il Giro d’Italia con lo scudetto granata cucito sul petto. Così di anno in anno la cultura popolare si è alimentata di quel mito facendolo rivivere in canzoni e fiction: il docufilm Grande Torino, romanzo di una squadra, la canzone dei Sensounico Quel giorno di pioggia, la fiction Rai Il Grande Torino. Persino la poesia ricorda gli undici granata. In quel 1949 Mario Luzi scrive Ai campioni del Torino: «Niente c’è più, niente c’è più, o un barbaglio? niente, niente, non c’è più niente, piove qui dove noi diciamo Rigamonti, Castigliano, Maroso, Ballarin».

«La tragedia di Superga ‒ spiega Sergio Giuntini, vicepresidente della Società italiana di storia dello sport ‒ è il mito fondativo dello sport del secondo dopoguerra. È stato il primo grande trauma postbellico vissuto nella psicologia popolare, nei sentimenti della gente comune, è stato un lutto che ha fermato lo scontro politico dopo le elezioni del 18 aprile 1948». Ecco, bisogna fare un passo indietro e riavvolgere il nastro della storia a poco più di dodici mesi prima dello schianto di Superga. L’Italia, che a fatica sta uscendo dalle ferite della Seconda guerra mondiale si trova a fare i conti con una situazione politica delicata segnata dalle elezioni del 18 aprile 1948, le prime della Repubblica in cui gli italiani sono chiamati a eleggere il Parlamento, quando si impone la Democrazia cristiana al termine di una campagna elettorale molto combattuta che aveva alimentato un clima teso. Fino al 14 luglio, il giorno dell’attentato a Palmiro Togliatti, il segretario del PCI, che incrocia, l’indomani, lungo l’asse del tempo la vittoria di Gino Bartali al Tour de France. Per Giuntini quella vittoria «aveva avuto la funzione di raffreddare gli animi (…) La tragedia di Superga ‒ spiega ancora Giuntini ‒ ha segnato l’immaginario degli italiani perché quella squadra invincibile era uno dei simboli, insieme a Bartali e Coppi, di un’Italia che si stava sollevando dopo i drammi della guerra e fa rivivere quell’atmosfera di lutti che credevano di essersi lasciati alle spalle». Un’atmosfera che ripiomberà sul Paese il 1° gennaio 1960 con la morte di Fausto Coppi, «un altro momento in cui il Paese si ritrova unito».

Gli invincibili sono ragazzi che hanno fatto sognare altri ragazzi, quelli sui quali si soffermano le parole di tre giornalisti impegnati a raccontare quei giorni. Sul Corriere della sera Dino Buzzati e Indro Montanelli. Più volte l’occhio di Buzzati cade sui giovani rimasti orfani dei loro campioni: «(...) i calciatori formidabili, i campioni, gli atleti che i ragazzetti dei sobborghi si illudono di impersonare nelle loro partite sul fango del ‘terreno da vendere’» scrive sul Nuovo Corriere della sera il 5 maggio. Così Montanelli sempre quel giorno: «Oggi, affacciandomi alla finestra, non ho visto giocare a calcio i ragazzini in piazza San Marco (...). Li conosco tutti dai nomi di battaglia che si son dati: «Mazzola» è un tracagnotto biondastro dalla faccia larga e ridente; «Gabetto» un bruno esile e nervoso che ha la specialità di non scomporsi i capelli nemmeno nelle fasi più focose del giuoco; «Bacigalupo» è quello che, in genere, difende la porta, sorprendentemente agile per la sua rotonda corporatura; eppoi «Castigliano», «Menti», «Loik», «Ballarin», «Maroso», e così via. Ci sono, ci sono stati tutti i giorni, in piazza San Marco, a giuocare: non so da quando, forse da sempre». E ancora: «Oggi la degradazione è stata generale. Sparpagliati a gruppetti, ai quattro angoli della brulla piazza, a semicerchio intorno a uno che leggeva un giornale sgualcito, i ragazzini di San Marco avevano ripreso ognuno il proprio nome di tutti i giorni, quello col quale il maestro, a scuola, li chiama a recitare la poesia di Aleardi e il padrone della bottega li iscrive nel sindacato dei «praticanti». E così «Mazzola» non era più che Dubini Mario, alunno della «quarta B». Sull’Unità, invece, tocca a Paolo Spriano il 7 maggio 1949: «Giù tutt’intorno nella grande piazza, dalle siepi di popolo che fanno ala, scende la pioggia di fiori. Nella prima fila bambini, bambine. Gli uni portano il distintivo del “Toro”, puntato con uno spillo su uno straccetto nero. raccolgono i fiori che non sono giunti sulle bare e li ributtano giù. Seri, mentre le loro labbra rileggono adagio i nomi neri dei cartellini. Hanno le ginocchia sporche e il visetto lungo. Le bambine stanno quiete come sui banchi di scuola (...). Mentre il corteo passa davanti al monumento al Duca d’Aosta, un ragazzetto appollaiato sulle colonne caccia di tasca un gessetto e scrive là sopra. ‘Viva il Toro’».

Ragazzi come Rubens Fadini, centrocampista, il più giovane di quella squadra che avrebbe compiuto ventidue anni pochi giorni dopo. Fadini è un ragazzo della Bassa Ferrarese, nato a Jolanda di Savoia, che corona il suo sogno di calciatore. «Di Rubens non resta quasi più nulla», racconta l’attore e regista Stefano Muroni autore del recente Rubens giocava a pallone, edito da Pendragon, in cui la vita di Fadini prende corpo in un romanzo che «è di formazione, storico, racconta di un’Italia contadina». «Quel poco che ho saputo l’ho saputo dai nipoti, da qualche ricerca nei comuni della provincia di Ferrara», aggiunge Muroni che con Fadini condivide le origini. La vicenda di Rubens, infatti, si inserisce nella storia quasi dimenticata della Bonifica Ferrarese. La sua famiglia «si sposta continuamente ‒ racconta Muroni ‒ dal 1927 al 1940 tra il Ferrarese, il Rodigino e il Mantovano». Fadini «è un bimbo che ha un grande sogno e in mezzo c’è la storia d’Italia», ma soprattutto «è un figlio della Bonifica, è nato in quella porzione di terra in cui non aveva una possibilità di realizzare il suo sogno, dove chi nasceva era già perdente». Invece Fadini fa il grande salto e arriva a Torino nel 1948. Il 30 aprile 1949 parte da titolare e il giorno dopo per la Gazzetta del Popolo è «la rivelazione della stagione». Di lui si parla come del nuovo Mazzola. Non è andata così. In quel pomeriggio di pioggia e nebbia i sogni di Rubens come la gloria dei suoi compagni si sono polverizzati sulla collina di Superga. «(...) perché gli eroi dei bambini possono morire tra i nembi di un’epica battaglia o travolti dai tifoni del Mar dei Caraibi, ma così no, una fine simile è per loro insensata e inconsolabile giustizia».

 

Immagine: Una formazione del Torino nella stagione 1948-49. In piedi, da sinistra: E. Castigliano, A. Ballarin, M. Rigamonti, E. Loik, V. Maroso e V. Mazzola. Accosciati, da sinistra: V. Bacigalupo, R. Menti, F. Ossola, D. Martelli e G. Gabetto.  Crediti: Pubblico dominio

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