25 febbraio 2021

La colonizzazione americana del calcio italiano

 

L’ultimo è Robert Platek, classe 1964 da Arlington, Virginia, il finanziere che con la famiglia, a febbraio, ha rilevato lo Spezia nel mezzo della sua prima stagione in Serie A, piazzando la quinta bandiera statunitense sulla mappa delle proprietà dei club del massimo campionato calcistico italiano. Se si allarga il discorso includendo anche il Canada, la colonizzazione della Serie A da parte dei capitali nordamericani arriva ora a sei club su venti, vale a dire il 30% delle società iscritte al campionato 2020-21: lo Spezia appunto e poi, in ordine sparso, il Parma di Kyle Krause, la Fiorentina di Rocco Commisso, la Roma della famiglia Friedkin, il Bologna dell’imprenditore canadese Joey Saputo e il Milan il cui 96% è detenuto dal fondo statunitense Elliott Management Corporation.

La storia comincia dieci anni fa, nell’estate 2011, quando la Roma finisce nelle mani di Thomas DiBenedetto attraverso la newco As Roma DiBenedetto Llc, domiciliata nel Delaware: è la prima cessione ad un gruppo USA (si trattava del controllo del 60% del club) dopo i tentativi falliti di acquisizione del Bologna nel 2008 da parte dell’avvocato Joe Tacopina e quello ‒ a tratti grottesco ‒ del Bari, un anno più tardi, da parte dell’ineffabile imprenditore texano Tim Burton. La Roma divenne americana per davvero ed è tale da allora, sebbene nel frattempo il controllo sia passato da DiBenedetto a James Pallotta e da quest’ultimo a Thomas Daniel Friedkin la scorsa estate. Saputo è a Bologna dal 2014 ‒ della cordata apripista fece parte anche il già citato Tacopina, che in seguito avrebbe rilevato la maggioranza del Venezia e oggi è proprietario del Catania, in C ‒, ma il resto della compagnia a stelle e strisce è entrato nel calcio italiano molto più recentemente: il fondo Elliott ha in mano il Milan dal 2018, Commisso ha acquistato la Fiorentina nel 2019, Krause è a Parma dal 2020 e Platek comanda allo Spezia da poche settimane.

Insomma, se cinque anni fa il futuro sembrava in mano ai capitali asiatici (l’Inter al gruppo Suning, i passaggi singolari quando non misteriosi di Yonghong Li al Milan e Jiang Lizhang con il gruppo Desports a Parma), senza dimenticare l’interregno interista del tycoon indonesiano Thohir, oggi la bolla cinese sulle società italiane si è sgonfiata quasi completamente ‒ a parte l’Inter, che è ancora della famiglia Zhang, ma è destinato a cambiare proprietà al più presto ‒ e di fatto ciò che non è capitale italiano viene appunto dal Nord America. Ma cosa porta gli imprenditori di quell’area ad interessarsi alla nostra Serie A e ‒ più in generale, considerando che pure Pisa, Venezia, Como e Padova sono di proprietà americana e addirittura il Campobasso ha un socio statunitense ‒ al nostro calcio?

Per prima cosa, in un periodo storico nel quale le proprietà italiane non sono così solide, le possibilità di acquisto sono aumentate a dismisura. Sino ai primi anni del nuovo millennio, i proprietari dei club nostrani mostravano una palese diffidenza nei confronti degli interessamenti provenienti dall’estero, il timore che questi potessero impadronirsi del giocattolo: in taluni casi esistevano gruppi non italiani quali azionisti di minoranza (Juventus e Triestina ebbero per un certo periodo nella compagine azionaria la finanziaria libica LAFICO, Libyan Arab Foreign Investment Company), ma esisteva di fatto una sostanziale barriera di ingresso per chi ambisse a controllare un club, barriera crollata definitivamente con la crisi del 2008, quando l’iniezione di capitali esteri è diventata per tanti una manna. In precedenza infatti l’unico caso di maggioranza straniera aveva riguardato il Vicenza ‒ finito nella seconda metà degli anni Novanta alla britannica Enit ‒, ma l’accelerazione post 2008 è stata lampante. Pur non essendo stata capace di allinearsi a campionati quali la Premier League inglese o la Liga spagnola, la Serie A ha comunque vissuto da allora un aumento di valore del prodotto, trovandosi però a fare i conti con proprietà indigene più deboli dal punto di vista finanziario, oberate dai costi dei club: ecco allora uno dei motivi sottostanti il maggior numero di club in vendita.

Il calcio italiano può apparire poi un settore attraente anche come investimento dal momento che, al netto dell’indebitamento, diversi club non sono riusciti ad aumentare significativamente ricavi da gestione caratteristica quali quelli da match day e commerciali. In questo senso ha inciso molto, e tuttora incide, l’arretratezza dell’impiantistica e dei relativi patrimoni immobiliari delle società, e non a caso dovunque sia arrivata una proprietà statunitense sono state poste in essere con i comuni interlocuzioni su stadi e centri sportivi: a Bologna ad esempio è stato raggiunto l’accordo per la ristrutturazione del Dall’Ara con fondi pubblici e privati, mentre la questione relativa allo stadio della Roma vive ormai di continui progetti e strappi ed è all’ordine del giorno la dialettica fra il Comune di Firenze e Commisso per la riqualificazione del Franchi. Aumentare il patrimonio immobiliare di un club, al di là dei risultati sportivi, significa renderlo più solido, più appetibile e, in prospettiva, più vendibile: non c’è cuore ‒ o comunque poco, anche se ai tifosi piace sentirsi dire il contrario ‒ nelle operazioni imprenditoriali e il calcio deve essere a tutti gli effetti considerato uno strumento finanziario vero e proprio.

Peraltro, c’è da sottolineare che nessuno dei tycoon nordamericani che hanno investito in Italia è a digiuno di soccer: tutti hanno sperimentato la potenzialità del business anche in patria, dove la situazione è diametralmente opposta rispetto al deserto di trent’anni fa ‒ quello che avrebbe portato alla nascita di un vero e proprio movimento, spinto dai Mondiali di USA 94 ‒ e dove fra cinque anni la Coppa del Mondo tornerà in un contesto calcistico ormai maturo: il Mondiale congiunto Stati Uniti-Messico-Canada del 2026 (Mondiali 2026 in Stati Uniti, Messico e Canada) potrebbe essere la chiave per iniziative e partnership commerciali dedicate, potendo sfruttare canali privilegiati e una fanbase ancora imponente nel nostro Paese. Essendo il calcio professionistico un settore industriale sempre più votato all’entertainment, si tratta di logiche imprenditoriali: l’era dei patron locali è terminata da alcuni anni, l’identificazione di appartenenza fra un club e la sua proprietà fa di fatto parte del passato e questo aspetto sta modificando notevolmente il microcosmo del calcio italiano.

Ma il discorso non vale però solo per l’Italia: nella Ligue 1 francese hanno proprietà statunitensi Bordeaux, Nantes e Olympique Marsiglia (e, in Ligue 2, Caen, Le Havre e Toulouse), mentre in Inghilterra ‒ in un ecosistema calcistico non paragonabile a quello italiano, per attrattività e giro economico ‒ ormai avere un azionista di maggioranza nordamericano è quasi la normalità, dal Manchester United all’Arsenal, dall’Aston Villa al Fulham, dal Liverpool al Crystal Palace. La famiglia Glazer, che ha scalato lo United a partire dal 2003, ne ha aumentato a dismisura negli anni il valore di impresa, e lo stesso si può dire dell’Arsenal di Kroenke che, al contrario dello United, non ha ottenuto risultati granché degni di nota sul campo, e questo certifica come, in fondo, non sia essenziale in un’ottica imprenditoriale nella quale il valore del brand e la possibilità di ottenere dividendi sorpassano il mero dato sportivo che, per questione di immagine proiettata, ha probabilmente più appeal fra emiri e sceicchi (le famiglie sovrane che detengono le proprietà di Manchester City e Paris Saint-Germain, ad esempio).

Il tutto in attesa di capire e valutare quali saranno gli sviluppi del calcio europeo dal 2024 in avanti, quando i format delle competizioni continentali d’élite attuali potrebbero essere diversi da come li conosciamo oggi. Filosoficamente più americani, verosimilmente, e anche questo è un aspetto che merita di essere preso in considerazione in un discorso molto più ampio.

 

Immagine: Rocco Commisso (14 settembre 2019). Crediti: Nicolo Campo / Shutterstock.com

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