5 agosto 2021

Il colpo di coda della pandemia sulla violenza di genere

 

Il 10 giugno la Spagna è rimasta scioccata dal ritrovamento in fondo al mare, a oltre 900 metri di profondità del corpo di una bambina di sei anni. Il cadavere è stato successivamente identificato: si trattava di Olivia Gimeno uccisa dal padre per “vendicarsi” dell’ormai ex compagna. Anche la sorellina Anna, di un anno e mezzo, il cui corpo non è ancora stato ritrovato, con ogni probabilità è stata assassinata dal padre e gettata in mare. Il movente, palesato da Tomás Gimeno, prima di scomparire, avvertendo la madre che non avrebbe mai più rivisto le bambine, configura tale delitto come “figlicidio per vendetta del coniuge”. In questo caso, il tentativo di distruggere e punire una donna attraverso l’uccisione dei figli da parte di un “family annihilator” ovvero un uomo il cui status di padre di famiglia è il fulcro dell’idea di mascolinità e i cui omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile nel progetto familiare ormai compromesso.

Non si tratta dell’unica strage di innocenti avvenuta in ambito familiare, in Spagna, negli ultimi mesi. Durante le riaperture di maggio la lista delle vittime di femminicidio si è fatta spaventosamente lunga: María Soledad, Betty, Lucía, Teresa, Katia, Warda Ouchen assieme al figlio Mohamed di 7 anni e un altro piccolo ancora in grembo, sono solo alcune delle persone vittime della violenza maschile. El País ha pubblicato nel mese di giugno un articolo in cui riportava che nel mese di maggio, quello delle riaperture, sono morte più donne di femminicidio che nei quattro mesi precedenti del 2021 messi assieme.

Questa situazione ha portato a una serie di manifestazioni di protesta a partire dal mese di maggio fino a giugno inoltrato. La situazione è arrivata a interessare persino il governo spagnolo; la delegata del governo contro la violenza di genere, Victoria Rosell, ha infatti dovuto dichiarare che l’espansione dei femminicidi di fatto è una «pandemia nella pandemia».

Le proteste di piazza sono guidate dai movimenti femministi di tutto il Paese, i quali da tempo denunciano la gravità della situazione. Si contano circa una dozzina le associazioni maggiormente impegnate nelle proteste. Tra queste, è presente il movimento delle donne “8-M” la cui attivista Marta Carramiñana ha sintetizzato con queste parole a El País la drammatica situazione attuale: «ci stanno uccidendo e noi vogliamo restare vive». Un grido che rende chiaro lo stato di rabbia, frustrazione e disperazione che le donne spagnole stanno attraversando in questo momento.

All’inizio delle misure di contenimento era stato registrato in Spagna un aumento del tasso di violenza di genere in quanto, per via della quarantena, le donne avevano meno occasioni per potersi allontanare dal partner abusante e di conseguenza per chiedere aiuto e fuoriuscire dalla situazione di violenza. Questo fenomeno ha poi subito una sorta di “stabilizzazione” fino a quando non sono partite le riaperture in maniera stabile. Molti abusanti hanno visto questo cambiamento dello status quo imposto durante la pandemia come una minaccia al controllo e al potere esercitato sulle vittime. Ciò ha portato, e sta portando, a un ulteriore incremento della violenza. Questa interpretazione è condivisa da giuriste quali María Ángeles Jaime, esponente dell’associazione Mujeres Juristas Themis.

Il fenomeno dell’aumento dei femminicidi in Italia dovuti alla quarantena ha avuto una eco importante nel Paese. Questo perché l’Italia è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare strette misure di lockdown e l’incremento della violenza è stato maggiormente considerato in quanto effetto correlato a una situazione già di per sé drammatica. L’interesse mediatico e dell’opinione pubblica ha poi trovato un riscontro nel report sugli omicidi pubblicato dall’Istat, che ha visto per il 2020 un aumento del 10% del tasso dei femminicidi sul totale degli omicidi rispetto al medesimo periodo di tempo (i primi sei mesi dell’anno) del 2019.

A differenza della Spagna, tuttavia, nel nostro Paese non è ancora cominciato un dibattito sull’emergere di nuove violenze e di nuovi femminicidi dovuti alle riaperture. A testimoniarlo è innanzitutto la pressoché totale assenza di manifestazioni da parte dei cittadini, con gli appelli da parte delle associazioni di femministe rimasti sostanzialmente inascoltati da parte dell’opinione pubblica. Tutto questo nonostante la copertura mediatica non sia affatto mancata, con lo stesso Corriere che ha pubblicato un articolo in cui viene fatto notare un picco delle denunce per violenze e abusi sulle donne tra il 4 e il 18 di maggio, in coincidenza con le principali riaperture in tutto il Paese.

Se anche in Italia, come auspicabile, inizierà una riflessione e una reazione a livello popolare come in Spagna su questo grave aumento della violenza sulle donne, occorre partire dal chiedersi perché essa potrebbe innescarsi con così ampio ritardo. Probabilmente, l’assenza di un caso di cronaca altrettanto agghiacciante come l’uccisione di due bambine in tenera età da parte del padre ha avuto un ruolo nella mancanza di indignazione a livello generale.

Ciò costituisce un grave problema, perché la violenza di genere è un fenomeno sistemico e non può essere trattata in modo emergenziale, saltuariamente, al solo emergere di eventi particolarmente efferati. Il focus sull’aspetto prettamente criminologico e “noir”, inoltre, fa sì che venga deviata l’attenzione verso le ragioni strutturali che causano questi delitti. Il femminicidio, così come la violenza diffusa sulle donne, nasce innanzitutto come reazione al cambiamento degli equilibri di potere tra uomini e donne con quest’ultime che, passo dopo passo, riescono a colmare il divario di privilegio che le tiene indietro rispetto agli uomini.

I femminicidi e gli abusanti, non agiscono violenza per “amore”, per “perdita di senno” o qualsiasi altra tossica (e abilista) narrazione ormai in voga per giustificare la perdita di centinaia di vite umane, colpevoli solo di essere donne. Piuttosto essi agiscono per paura di perdere il proprio potere sulle loro vittime in una condizione che avvantaggiava misure di controllo e coercizione in misura addirittura maggiore a quanto sarebbe stato tollerato solitamente. Anche nella dimensione della violenza sessuale, spesso distorta dalla cronaca a una sorta di macabra pornografia dell’abuso, viene taciuto il fatto che lo stupro non sia un atto di libido bensì una dimostrazione di potere che l’uomo impone sulla donna. Tanto più una persona abusante sente questa dimensione di potere e privilegio venire meno, tanto più sarà probabile che ricorra ad atti estremi per cercare di riaffermare la propria autorità.

La rimozione delle misure di contenimento è solo l’ultimo di tanti fenomeni che hanno messo in crisi lo status quo di controllo e potere precedentemente affermatosi per gli abusanti, scatenando il loro lato più violento e distruttivo. Per questo un dibattito futuro in Italia su questo tema deve andare oltre il singolo discorso di cronaca e deve interrogarsi anche sulle conseguenze straordinarie per le donne vittime di violenza di eventi straordinari come l’attuale pandemia mondiale. Solo in questo modo, finalmente, sarà davvero possibile comprendere come intervenire dal punto di vista sociale per portare a risultati concreti. Occorre farlo ora, perché a ogni giorno che passa, il computo delle vittime sacrificate ai principi del patriarcato continua ad aumentare.

 

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