29 marzo 2021

Covid-19: perché un passaporto di garanzia

La crisi economica che accompagna il dispiegarsi della pandemia Covid-19 nei Paesi europei richiede misure che facilitino la ripresa di quelle attività produttive che sono state penalizzate dalle misure di distanziamento fisico e sociale nel corso degli ultimi 12 mesi.

La progressiva liberalizzazione degli spostamenti dei cittadini dentro e fuori i confini nazionali potrà essere consentita a fronte di una quota sempre maggiore di soggetti immunizzati verso il virus SARS-CoV-2, grazie alla vaccinazione e a causa del crescente numero di soggetti che hanno contratto la malattia in forma sintomatica o asintomatica.

Il ritorno alla vita normale può essere facilitato dalla certificazione di libertà di spostamento tra gli Stati, senza obbligare le persone a rispettare la quarantena al momento dell’arrivo. La proposta di un certificato verde digitale formulata dalla Commissione europea non mira dunque a istituire un “certificato di immunità”, quanto piuttosto una sorta di lasciapassare per i viaggi.

Esiste una tradizione di misure intraprese contro la diffusione delle pestilenze: dalle visite mediche nei centri di accoglienza per immigrati, alle ispezioni sanitarie sulle navi commerciali, fino al passaporto sanitario ad oggi più noto, e cioè il certificato internazionale di vaccinazione o profilassi, creato dall’Organizzazione mondiale della sanità che riguarda vaccinazioni contro il colera, la peste, il tifo e altre infezioni. Rispetto a quest’ultimo, il ruolo del certificato verde digitale europeo differisce per motivi di natura epidemiologica: la sua applicazione avviene nel corso di una pandemia, allo scopo di mitigare gli effetti sociali ed economici causati dal distanziamento fisico e sociale e non solo per prevenire la diffusione di malattie infettive circoscritte in alcune nazioni.  Occorre dunque considerare i presupposti clinici e scientifici che sono alla base di questo strumento.

Un passaporto dovrebbe idealmente certificare che i titolari non sono e non possono diventare una fonte di infezione per gli altri. Secondo le fonti comunitarie, il certificato potrebbe essere rilasciato in una delle tre condizioni: a) avvenuta vaccinazione, b) periodo di guarigione da Covid-19 non superiore ai 6 mesi dalla data in cui si è contratto il virus; c) disponibilità di un risultato recente di un test molecolare o antigenico negativo per il SARS-CoV-2.

Al fine della certificazione, i vaccini individuati dalla Commissione sarebbero quelli autorizzati dall’EMA, ma anche quelli adottati dagli enti regolatori dei singoli Stati membri. Considerando che la campagna di vaccinazione è ancora in corso, le date di scadenza del passaporto dovrebbero essere legate alla non ancora definita durata della protezione vaccinale, che a sua volta potrebbe essere compromessa dalla comparsa di nuove varianti del Coronavirus. Centri statunitensi (CDC, Centers for Disease Control and Prevention) ed europei (ECDC, European Centre for Disease Prevention and Control) per il controllo e la prevenzione delle malattie tutt’ora consigliano l’uso di mascherine e il distanziamento fisico in luoghi pubblici anche dopo la vaccinazione, perché alcuni soggetti potrebbero ancora diventare infetti inconsapevolmente in quanto asintomatici, e a loro volta trasmettere il SARS-CoV-2 a persone suscettibili. In realtà anche se non esistono vaccini perfetti, questi hanno dimostrato un’elevata efficacia nella prevenzione dei sintomi Covid-19 e per fortuna ci sono prove crescenti che essi possano impedire anche la trasmissione del virus. In uno studio pubblicato su Lancet il 15 febbraio 2021, tra operatori della salute immunizzati con il vaccino Pfizer-BioNTech e sottoposti a stretta sorveglianza con tampone nasofaringeo, è stata riscontrata una riduzione del 70% dei tassi d’infezioni sintomatiche e asintomatiche a 21 giorni dalla prima dose di vaccini, e una ulteriore riduzione dell’85% una settimana dopo la seconda dose. Nel mese di marzo Pfizer e BioNTech hanno inoltre annunciato che in Israele il loro vaccino era stato efficace nel prevenire l’infezione asintomatica da SARS-CoV-2 nel 94% dei casi (dati non ancora revisionati).

Per quanto concerne il potere protettivo di una pregressa infezione da SARS-CoV-2, recenti studi hanno stimato una riduzione del rischio di reinfettarsi di 5 volte inferiore per la popolazione complessiva di soggetti che avevano contratto il virus in un’ondata precedente, ma solo di 2 volte per gli over 65 anni. Da confermare inoltre la durata della protezione da reinfezioni per periodi prolungati.

Infine, rispetto alla vaccinazione e alla pregressa infezione, appare meno efficace il livello di sicurezza offerto da un risultato negativo al test dell’RNA e dell’antigene che mirano a certificare che i soggetti sono temporaneamente privi di infezione.

Da un punto di vista logistico, il certificato di vaccinazione dovrebbe essere digitale, economico, collegato in modo sicuro alla rete informatica a salvaguardia dell’identità del titolare. Idealmente, sarà standardizzato a livello internazionale con credenziali verificabili e basate su tecnologie valide tra i vari Stati. Esistono però degli aspetti controversi per quanto riguarda il corretto uso di questo “lasciapassare” che nel tempo potrà condizionare l’accesso, oltre che ai viaggi, anche alle diverse attività produttive, culturali e lavorative. Come sottolineato in un recente editoriale su Science dai professori Christopher Dye e Melinda C. Mills, il rischio maggiore è che possa essere negato l’accesso a lavori, beni e servizi essenziali a quelle persone per le quali la vaccinazione risulta non accettata, inaccessibile o non documentabile. A titolo di esempio ciò potrebbe riguardare categorie di persone non ancora eleggibili per la vaccinazione; soggetti a rischio come i bambini e le donne incinte per i quali non vi è evidenza di efficacia o di sicurezza dei vaccini; nei casi di migranti privi di documenti; laddove passaporti siano esclusivamente digitali, escludendo le persone prive di smartphone; e infine le minoranze restie verso i vaccini.

La giusta e corretta adozione di un passaporto digitale, destinato a riavviare i sistemi economici e lavorativi dei Paesi europei ed extraeuropei, richiede dunque un’attenta integrazione di competenze in campo sanitario, tecnologico ed etico-giuridico al fine di evitare diseguaglianze di natura sociale o nazionale.

 

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Crediti immagine: Michele Ursi / Shutterstock.com

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