06 febbraio 2021

Gli effetti diretti e indiretti della pandemia. Intervista a Paola Michelozzi

 

Quando cominciamo a registrare la nostra conversazione con la dottoressa Paola Michelozzi, direttore dell’U.O.C. Epidemiologia Ambientale della Regione Lazio, in Italia le persone positive al Covid-19 sono più di 400 mila: dall’inizio della pandemia sono stati stimati più di due milioni di casi. La campagna vaccinale, però, è iniziata e già quasi un milione di persone ha ricevuto le due dosi necessarie del vaccino. Con la dottoressa Michelozzi parliamo della situazione epidemica italiana a partire dallo studio sull’eccesso di mortalità nel 2020, che ha condotto insieme a Francesca de’ Donato, Matteo Scortichini, Manuela De Sario, Fiammetta Noccioli e Marina Davoli.

 

Dottoressa, perché nell’indagine sugli effetti del Coronavirus è così importante riflettere sulla mortalità totale del 2020?

Fin dall’inizio della pandemia, abbiamo monitorato la mortalità totale e l’eccesso di mortalità totale perché secondo noi l’informazione sui decessi per Covid-19 e l’eccesso di mortalità totale sono due indicatori che danno due informazioni diverse. Bisogna stare attenti. La mortalità, infatti, è un indicatore molto condizionato dalla capacità del sistema di tracciare gli infetti, dal momento che i denominatori di questa misura sono appunto i casi che vengono identificati. Per questo ha una forte variabilità: i dati ci fanno vedere che la letalità, calcolata nella prima parte della pandemia al 10%, si riduce al 2% nella seconda parte.

 

Da cosa è dipeso?

Diciamo che non dipende dalla letalità del virus o dalla capacità del sistema di rispondere e di proteggere la popolazione; dipende piuttosto dal fatto che abbiamo gestito una popolazione più ampia: nella seconda ondata abbiamo avuto molti più casi non gravi, asintomatici, e quindi il denominatore cambia.

 

Invece l’eccesso di mortalità totale cosa misurerebbe?

L’eccesso di mortalità ci dà una misura che non dipende dalle capacità del sistema. Quindi ci permette di confrontare rispetto agli anni precedenti se, in concomitanza con l’epidemia di Covid-19, c’è stato un incremento della mortalità e di quanto rispetto ai cinque anni precedenti.

 

Valutando questi dati, a un anno dall’inizio della pandemia, possiamo sconfessare del tutto le posizioni di chi l’ha considerata «un’influenza» da tenere sotto controllo? È possibile sconfessare chi dice che sono pochissime le persone che muoiono di «solo» Covid-19?

Penso assolutamente di sì. Come accennavo, abbiamo fatto dei confronti con gli anni di alta mortalità e abbiamo visto che nel 2020 si è registrato un incremento di mortalità che probabilmente raggiunge e supera i 100 mila decessi in eccesso. Che è superiore rispetto al 2015 e 2017, anni nei quali si è osservato un incremento di mortalità. Credo che questo sia un dato molto rilevante. Adesso, facendo un confronto della mortalità nel 2020 con l’ultimo anno Istat disponibile, la mortalità che viene identificata come «mortalità per Covid-19» (stiamo parlando della letalità dei casi identificati di decessi degli infetti) è la quarta o la terza causa di decesso in Italia. Che questo sia un effetto simile a quello di altre epidemie influenzali, diciamo che non regge.

 

Molti sottolineano che i decessi sarebbero determinati, per la maggior parte, da altre cause: l’età, altre malattie, ad esempio.

È un’infezione che dà delle complicanze gravi, l’abbiamo visto nelle fasce d’età più avanzante. Non conosciamo ancora i determinanti della letalità. Ma abbiamo visto anche che ci sono casi, più rari in verità, di persone giovani che muoiono per questa infezione. Poi ci sono sicuramente i fattori demografici e, come ricordava lei, le condizioni di salute e quindi la presenza di malattie croniche. C’è la possibilità che una parte di questi decessi, che vengono definiti come «decessi per Covid-19», sia composta da persone i cui mali presentavano una gravità tale che ci sarebbe potuto essere il decesso a breve, e hanno subito l’effetto ulteriore dell’epidemia. Però c’è anche una quota di casi per i quali il momento del decesso sarebbe stato molto più lontano.

 

Su questo aspetto, come si pone la vostra indagine sull’eccesso di mortalità?

Dicevamo che l’infezione è sicuramente un fattore aggravante per una fascia di popolazione, ma non possiamo dire che i decessi per Covid-19 sono decessi che si sarebbero verificati comunque. Su questo punto, la risposta la dà proprio lo studio sull’eccesso di mortalità: un eccesso di mortalità che è enormemente maggiore nel 2020 rispetto agli anni precedenti e che quindi è dovuto a componenti legate direttamente al virus e forse, in parte, a fattori indiretti.

 

Sui fattori indiretti vorrei che ci soffermassimo dopo. Prima però terrei a chiederle di un dato presente nel vostro studio, che si può leggere sul sito di «Scienza in rete»: a causa del Covid-19, la speranza di vita degli italiani alla nascita si sarebbe ridotta di un anno…

È un dato che viene elaborato dai demografi. E io ritengo che questa sia una sottostima. Nel senso che ci sono altri studi, che sono stati pubblicati, che mostrano come questo dato potrebbe anche essere più elevato rispetto a quello che abbiamo riportato nell’articolo. Quello che riportiamo, infatti, è una prima stima di un dato medio per tutto il Paese; ma, come sappiamo, ci sono state delle aree, soprattutto le regioni del Nord, molto più colpite, con un elevatissimo eccesso di mortalità. È stato stimato che in queste regioni, e in alcune province, la speranza di vita si sarebbe ridotta anche di tre, quattro, cinque anni. Sono dei dati che dovranno essere approfonditi: non è uniforme per tutto il Paese, perché la mortalità è stata molto diversa.

 

Ritornando adesso agli effetti indiretti, ci potrebbe chiarire cosa si intende per «indiretti»?

Gli effetti indiretti sono associati alla capacità del sistema di reggere l’impatto dell’epidemia Covid-19. Nei momenti più critici, nei picchi epidemici, abbiamo notato un incremento forte della mortalità e questo è dovuto in parte alla capacità del sistema sanitario di rispondere alla crisi e ai suoi effetti indiretti. Ad esempio: sono stati rimandati interventi già programmati; la popolazione si è rivolta di meno al servizio sanitario per paura dell’infezione.

 

Perché succede questo?

Se un sistema sanitario è commisurato per rispondere alla normalità, perché noi lo sappiamo che il nostro sistema sanitario ha ricevuto sempre molti tagli di finanziamenti, quando ci troviamo davanti a una situazione eccezionale come quella dell’epidemia Covid-19, il sistema può non reggere. Sicuramente ci saranno stati degli adattamenti nel corso del tempo, quindi sarà importante studiare come sono variati gli indicatori di assistenza tra la prima e la seconda ondata. Questo è un dato che secondo me darà delle informazioni fondamentali sui possibili effetti indiretti dell’epidemia di Coronavirus.

 

È una conseguenza del Coronavirus su cui forse si riflette troppo poco.

Pensi poi che molti pazienti, soprattutto nella prima ondata, sono stati gestiti a domicilio. Ecco, noi abbiamo visto un incremento di mortalità non solo nei pazienti ospedalizzati, ma anche nei pazienti a domicilio. Allora, sottolineiamo questo punto: c’è stato un problema non solo dell’assistenza ospedaliera, ma anche dell’assistenza territoriale. Un problema molto complesso. Nella seconda fase della pandemia, l’assistenza territoriale si è più organizzata e questo fattore può avere avuto un impatto nel ridurre la mortalità.

 

Oggi in Italia sono stati somministrati oltre due milioni di vaccini. In che modo il vostro studio sulla mortalità potrebbe guidare la campagna vaccinale?

La campagna vaccinale, come sappiamo, presenta alcune criticità: innanzitutto, la disponibilità dei vaccini e poi l’allungamento dei tempi di somministrazione. A cui si aggiunge il problema delle varianti del virus. Quello che noi abbiamo visto è che c’è una forte correlazione tra il rischio dell’età e il rischio dei decessi, per cui è giusto che siano vaccinati prima il personale sanitario e la popolazione ultraottantenne.

 

Ci sono fasce della popolazione più esposte durante questa campagna?

Sì, l’aspetto decisamente più rilevante forse è il ritardo che ci potrà essere nella vaccinazione delle classi anziane intermedie, penso alla popolazione tra i 65 e gli 80 anni, in cui noi abbiamo osservato un incremento di mortalità importante. Loro verranno vaccinati molto tardi, perché adesso c’è da vaccinare tutta la popolazione ultraottantenne, che sono quattro milioni e mezzo di soggetti in Italia. E non potranno nemmeno disporre del nuovo vaccino, AstraZeneca, che è indicato per una fascia di popolazione più giovane. Penso, allora, che la criticità sia proprio questa fascia di popolazione anziana dai 65 fino agli 80 anni.

 

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