04 ottobre 2020

La via europea per un’ecologia dell’informazione. Intervista a Luciano Floridi

 

Intervista a Luciano Floridi, professore di Filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford

 

 

Con l'epidemia di Covid, la scorsa primavera si è diffusa anche una parola nuova, "infodemia", che il dizionario Treccani definisce come la "circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili". Quali sono, a suo parere, le ragioni che hanno portato al diffondersi di questo male parallelo, e cosa fare per contrastarlo?

Possiamo partire dalla comprensione di questo termine, infodemia, che sappiamo essere in circolazione da tempo. Non è stato inventato oggi, ma è stato portato alla ribalta dall’OMS che lo ha recuperato dal dibattito sulla SARS. Si parla di infodemia quando l’informazione non è solo eccessiva, ma dannosa. Non è un problema di quantità ma di qualità. E qui veniamo alla pandemia. L’eccesso può confondere, far perdere tempo, ma di per sé non rappresenta un male. È un po’ come se, partecipando a una festa, ci si lamentasse dell’eccesso di cibo. Al contrario, succede che l’informazione non sia solo tanta, ma anche cattiva. Non dobbiamo sovrapporre questi due problemi: l’eccesso di informazione che confonde e quello che provoca disinformazione. Viaggiano in parallelo, ma non sono la stessa cosa e vanno affrontati in modo diverso. Nel primo caso serve un po’ di ‘capacità di navigazione’ per trovare l’informazione giusta: è come dover scegliere cosa mangiare quando il frigorifero è pieno. Altra cosa è dover stare attenti a non mangiare il cibo avariato. L’infodemia non si combatte solo con la dieta. È una questione di salute per chi assorbe e riproduce cattiva informazione.

Alla generazione di cattiva informazione seguono due processi gravi. Tutte le informazioni, buone e cattive, rimbalzano rapidamente e si diffondono in modo indiscriminato. Inoltre, tutti noi sbagliamo, talvolta, nel condividere disinformazione. Il processo di autoregolazione è difficile; è indispensabile, ma non basta. L’altro meccanismo, ben più grave, è legato al fatto che la cattiva informazione finisce per avvelenare tutta l’informazione, proprio come due sole gocce di aceto rovinano un’intera bottiglia di buon vino. Basta davvero poco per inquinare tutto.

È importante, quindi, saper individuare l’elemento inquinante. In questo senso, lo sforzo individuale conta poco. Ci vogliono regole del gioco diverse. Bisogna intervenire nella strutturazione dei processi: forse non riuscirò a eliminare le gocce d’aceto, ma le posso isolare. Per esempio, ciò che circola nel dark web è impossibile da cancellare, ma lo si tiene separato dal resto. È la società, nella sua funzione di tipo regolativo, a dover stabilire come vadano gestiti i flussi di informazione. Lo abbiamo fatto per combattere la pedofilia e difendere il diritto d’autore; lo stesso potremmo pensare di fare anche nei confronti della cattiva informazione. L’obiezione più diffusa a questa argomentazione è che sull’illegalità della pedopornografia o della circolazione non autorizzata di materiali coperti da copyright siamo tutti d’accordo ed è semplice stabilire delle regole; sul versante della disinformazione, al contrario, tutto si fa più complicato. Esistono molte sfumature, è vero, ma è possibile riconoscere la disinformazione, le gocce d’aceto. Bisogna saper discernere, rispettando i principi democratici di libertà dell’informazione: non devo essere punito per una battuta di spirito, ma se rappresento una fonte costante di disinformazione, magari pagata anche da una potenza straniera o da un’azienda, da un partito, devo essere individuato come tale.

Ci sono tante azioni da poter intraprendere, a partire da una revisione dei modelli di business e di responsabilizzazione. Il modello di business attuale prevede la cessione, spesso gratuita, di servizi in cambio di dati. Per le piattaforme online è vitale, dunque, assorbire il maggior numero di informazioni, attraendo lo strano, lo straordinario, l’urlo, l’emergenza. Banalmente, se pagassimo i servizi chiederemmo servizi migliori; non pagando ci accontentiamo, non abbiamo diritti da consumatori, ma opzioni da utenti e servizi di scarsa qualità. Tutti competono solo per la quantità. L’altra via, complementare alla revisione del modello di business, è quella della responsabilizzazione delle grandi piattaforme rispetto ai contenuti che veicolano. Non è un problema tecnico, ma politico. Sappiamo già come fare, ma è una strada lunga e costosa che, tra l’altro, darebbe anche lavoro a molte persone.

Ma come facciamo, politicamente, a creare la volontà da parte della società di regolamentare tutto questo in maniera intelligente? Ci stiamo arrivando, siamo stati anche testimoni di qualche passo importante, ma non è abbastanza, considerate le risorse economiche e tecnologiche di cui dispongono i giganti dell’informazione. Dobbiamo davvero considerare queste aziende come una componente essenziale della nostra infosfera.

 

Cosa caratterizza a suo parere oggi, in un'epoca di consumo frenetico e sregolato di notizie, l'etica dell'informazione?

Quando ho contribuito a fondare questa disciplina, che è stata variamente denominata come Computer/Digital/Machine Ethics, ho capito che non si trattava di una forma di etica applicata alla comunicazione, ma della necessità di affrontarne il problema guardando ai fondamentali di questa etica secondo una diversa prospettiva, non più antropocentrica, ma per così dire ecologica o ambientalista: fatta di azioni etiche di cui la società nel suo insieme possa beneficiare. In questa ottica, l’umanità si mette al servizio dell’ambiente in cui vive: come a dire, la festa non è nostra, ma siamo noi a doverla organizzare. E non mi riferisco solo all’informazione come comunicazione. In un ambiente comune, come una piazza pubblica digitale, non possiamo fare qualunque cosa vogliamo. Capire che siamo passati da un’etica dell’informazione basata sulla comunicazione a un’etica dell’informazione basata sull’ambiente vuol dire rivedere l’intero impianto di bilanciamento tra diritti, necessità, aspettative… C’è tantissimo lavoro da fare. Questo sviluppo è coerente con quello della più recente etica applicata che ha già spostato l’attenzione dall’agente al paziente. Pensiamo, ad esempio, all’etica medica o femminista. Il mio contributo è stato quello di mettere al centro le relazioni.

  

Alla luce delle considerazioni fatte, quale può essere il giusto punto di equilibro tra il diritto del pubblico ad essere informato e il dovere dei mezzi di informazione di fornire notizie solide e verificate?

Noi abbiamo esagerato nella liberalizzazione del mercato dell’informazione: oggi sta all’utente scegliere che cosa ottenere e usare sul mercato dei dati. Ma pensiamo, ad esempio, al settore farmaceutico o agro-alimentare: un atteggiamento simile sarebbe inconcepibile. Non dobbiamo, infatti, esagerare nel demonizzare i limiti, le buone regole. Dobbiamo, piuttosto, raggiungere una condizione win-win: la varietà nella sicurezza. Con l’idea che nell’informazione questo non possa avvenire corriamo il rischio di un’eccessiva precauzione. Un po’ di equilibrio è il minimo a cui possiamo aspirare. I no-vax non vanno tacitati, ma nemmeno dobbiamo dare loro un megafono: non lasciamo loro spazio in tv o sui quotidiani, perché questa disinformazione uccide. Ci vogliono, come accennavo in precedenza, regole chiare, maggiore responsabilizzazione da parte dei singoli, ma soprattutto delle grandi piattaforme, nuovi modelli di business non basati sulla pubblicità e, naturalmente, pene certe per chi contravviene. Possono sembrare parole forti, ma la situazione non è da sottovalutare, altrimenti corriamo il rischio di una deriva antidemocratica.

Le aziende che difendono a oltranza la libertà d’espressione appartengono a una cultura diversa. Noi cittadini europei abbiamo un’altra consapevolezza, una ricchezza che ci è costata anche tante esperienze tragiche. Io vedo di buon occhio una via europea alla buona informazione nell’infosfera. Esiste una modalità europea, una via rispettosa delle minoranze che, tuttavia, è anche pro-business. È solo una via più faticosa: le soluzioni estreme, i bianchi e i neri, sono facili da individuare e da raggiungere; l’equilibrio, invece, presuppone tanto lavoro. Avremmo bisogno di mass-media più consapevoli e di una politica più intelligente. In Europa, abbiamo delegato la politica dell’informazione alla giurisprudenza, ma non tutto si risolve a suon di multe. Ci vuole anche prevenzione che si fa con le buone regole e su questo stiamo facendo e spero che continueremo a fare molti passi avanti. Questa via europea per un’ecologia dell’informazione mi sembra molto promettente, non sarà facile, ma vale la pena perseverare con intelligenza e lungimiranza.

 

Crediti immagine: Alex_Po / Shutterstock.com

 

 

 


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