10 giugno 2020

Infodemia

 

Con il termine infodemia si indica la circolazione spasmodica e talvolta non vagliata con accuratezza di notizie riguardanti un particolare argomento di cronaca o attualità collegato a un problema di tipo sanitario o a un momento di crisi sociopolitica, che rende difficile orientarsi per la difficoltà di individuare fonti affidabili e che ha l’effetto controproducente di creare disinformazione.

L’espressione è la traduzione in italiano della parola inglese infodemic, derivante dalle parole information ed epidemic. Il primo a usare questo termine, durante l’emergenza SARS del 2003, fu il giornalista e docente di relazioni internazionali David J. Rothkopf sul Washington Post, con l’articolo When The Buzz Bites Back (11 maggio 2003). In quella circostanza di infodemia fu data una definizione operativa: bastano pochi fatti, mescolati in maniera indistinguibile con ipotesi remote, voci non confermate, teorie del complotto e via di questo passo per rendere malato – e, come una vera epidemia, nocivo – l’intero ecosistema dell’informazione.

Rispetto al semplice “sovraccarico cognitivo”, che si verifica quando si ricevono troppe informazioni per prendere una decisione o per sceglierne una specifica sulla quale focalizzare l’attenzione, nel caso dell’infodemia a essere in sovrabbondanza non sono soltanto notizie, informazioni e fonti, ma anche voci ugualmente attendibili e con uguale credibilità a cui poter dare ascolto. L’infodemia è infatti diversa da altre forme tipiche di disinformazione, e non è sempre sinonimo di post-verità o di fake news. A determinare infodemia nei periodi di crisi possono essere sia le notizie infondate, volutamente manipolate o semplicemente non verificate, ma anche le notizie vere e ufficiali, se in quantità esorbitante e in produzione continua.

Davanti alle emergenze, chi fa informazione può inoltre non tener conto dei tempi fisiologici per la verifica delle fonti, e trasformare ogni fatto in una “notizia dell’ultim’ora” in costante aggiornamento, o avere la tentazione di insistere su aspetti particolarmente sensazionalistici con lo scopo di moltiplicare il numero di visualizzazioni, o ancora usare in maniera controversa le tecniche SEO (Search Engine Optimization), per migliorare il posizionamento di un sito sui motori di ricerca. Il contagio informativo ha l’effetto di rendere assai più complessa la gestione dell’emergenza, in quanto pregiudica la possibilità di trasmettere istruzioni chiare e univoche e di ottenere, quindi, comportamenti omogenei da parte della popolazione. Ciò marca una differenza epocale rispetto alle emergenze globali del passato, non solo sanitarie, quando la maggior lentezza di trasmissione delle notizie e il numero limitato di mezzi di comunicazione permettevano di reagire in modo più ordinato.

Lo studio della distribuzione e della diffusione della disinformazione on-line e le attività di intervento correlate a questo fenomeno sono descritti come infodemiology (da information ed epidemiology, in italiano infodemiologia), termine coniato dal ricercatore Gunther Eysenbach, che ha introdotto anche il vocabolo infoveillance (da information e surveillance), riferito al monitoraggio dei dati ricavati dalla infodemiologia.

Per evitare la diffusione del contagio informativo basta che i cittadini e gli operatori dell’informazione si attengano ad alcune regole base, semplici ma efficaci:

 

• verificare: quando si condivide una notizia su un account social o la si diffonde attraverso chat, nella fretta di partecipare o fidandosi di chi ci ha inviato un contenuto, si possono diffondere inavvertitamente notizie false;

• controllare l’URL, ossia l’indirizzo della pagina: spesso capita che siti di fake news utilizzino come escamotage l’avvalersi di URL simili a quelli conosciuti dagli utenti;

• controllare l’autore: occorre sempre verificare l’attendibilità dell’autore che ha scritto il post, accertare se ha firmato altri articoli che possono accreditarlo come “conoscitore” del tema;

• controllare la fonte: le fonti non sono tutte uguali ed è importante fare riferimento sempre a quelle istituzionali, attendibili e accreditate.

L’infodemia colpisce di preferenza chi fatica ad accedere ai canali ufficiali di comunicazione (istituzionali e scientifici, primariamente), che sono lo strumento per verificare la veridicità delle notizie: chi non capisce è più fragile e vulnerabile.

 

Ragionare sui meccanismi linguistici che accompagnano la comunicazione di istituzioni e stampa nell’emergenza può essere uno strumento utile per affrontare in modo più efficace, in futuro, situazioni complesse come l’attuale e per contribuire direttamente all’ecologia del discorso pubblico.

 

Bibliografia

K. Young, M. Pistner, J. O’Mara, Cyber-Disorders: The Mental Health Concern for the Millennium, in CyberPsychology & Behaviour, vol. 3, fasc. 5, 2000

Gunther Eysenbach, Infodemiology: the epidemiology of (mis)information, in American Journal of Medicine, vol. 113, n. 9, 2002, pp. 763-765

http://www1.udel.edu/globalagenda/2004/student/readings/infodemic.html

Gunther Eysenbach, Infodemiology and Infoveillance: Framework for an Emerging Set of Public Health Informatics Methods to Analyze Search, Communication and Publication Behavior on the Internet, in Journal of Medical Internet Research, vol. 11, n. 1, 2009

Annika Richterich, Using Transactional Big Data for Epidemiological Surveillance: Google Flu Trends and Ethical Implications of ‘Infodemiology’, in The Ethics of Biomedical Big Data, a cura di Brent Mittelstadt, Luciano Floridi, Springer 2016, pp. 41-72

Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13, WHO, 2 February 2020

 

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