11 aprile 2021

Il lavoro nell’era digitale: quali tutele per i fattorini?

L’inquadramento giuridico del lavoro tramite piattaforma è una delle sfide più urgenti innanzi ai policy makers, che si confrontano con la necessità sempre più stringente di adeguare le garanzie con cui la Costituzione ha presidiato il diritto al lavoro ad una realtà per molti aspetti rinnovata.

Si tratta di un fenomeno globale, che vede alcuni rapporti di lavoro sfuggire alle consolidate categorie elaborate dal diritto per l’irrompere della digitalizzazione sul mercato del lavoro. La piattaforma digitale, che mette in comunicazione domanda e offerta riducendo i costi dell’intermediazione tra datori di lavoro e lavoratori, conduce il rapporto di impiego in una nuova dimensione, quella della gig economy, offrendo nuove strade occupazionali.

Tra i gig workers, i fattorini – comunemente indicati come riders – sono lavoratori che si impiegano attraverso l’iscrizione a una piattaforma, appunto, da cui ricevono incarichi di consegna, assegnati tenendo conto della loro geolocalizzazione rispetto al luogo dove questa deve essere recapitata. Il volume delle consegne, da cui dipende la retribuzione del singolo fattorino, è determinato dalla piattaforma a seconda del punteggio via via acquisito rispetto alla disponibilità mostrata sull’app e al gradimento che utenti e partner esprimono nei suoi confronti (il cd. ranking reputazionale). In questi rapporti di lavoro, dunque, il ruolo del datore è svolto da un algoritmo, che guida l’azione dei fattorini, li controlla e li valuta attraverso l’intelligenza artificiale. Sebbene, infatti, le piattaforme siano predisposte da grandi realtà industriali del calibro di Uber, Glovo, Deliveroo, esse funzionano attraverso meccanismi automatizzati.

Il compito del diritto sarebbe quello di regolare questa nuova modalità di esercizio della prestazione lavorativa, garantendole uguale tutela rispetto alle più tradizionali forme del rapporto di lavoro. Un compito non facile, che cammina su un terreno doppiamente sdrucciolevole. Da un lato, il problema di regolamentare le valutazioni dell’algoritmo tenendo conto della sua intrinseca incapacità di distinguere tra le diverse sfumature dei dati che processa. Dall’altro, inquadrare il lavoro tramite piattaforma in una chiara cornice di tutela, rispondendo alle istanze manifestate con sempre maggiore insistenza dai fattorini, che chiedono di essere riconosciuti come lavoratori subordinati, vale a dire – secondo quanto dispone l’articolo 2094 del codice civile – legati da un vincolo di soggezione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro (la cd. eterodirezione).

Su entrambi i versanti, la risposta del diritto vede spiccare il ruolo della giurisdizione, che si rivela più agile e flessibile rispetto alle ‘pesanti’ procedure delle istituzioni a carattere rappresentativo.

Sull’esigenza di proteggere il lavoratore dall’automatismo della valutazione digitale, molto rilevante è la decisione dello scorso gennaio con cui il Tribunale di Bologna ha ritenuto discriminatorio l’algoritmo “Frank” utilizzato dalla piattaforma Deliveroo, condannandola a risarcire i lavoratori danneggiati. Se il fattorino non è disponibile sull’app, infatti, l’intelligenza artificiale non è in grado di distinguere un’assenza per futili motivi da una per malattia o per l’esercizio del diritto di sciopero.

La voce della giurisprudenza è dominante anche nell’ambito dell’inquadramento della prestazione lavorativa on-demand. Secondo l’avviso del Tribunale di Palermo, condiviso dalla magistratura requirente di Milano, il lavoro dei fattorini si inquadra effettivamente nella subordinazione, e deve essere garantito con tutte le tutele del lavoro dipendente. La procura milanese, in particolare, ha condotto un’inchiesta sulle condizioni lavorative dei fattorini facenti capo a Just Eat, Glovo, Uber Eats Italy e Deliveroo, che ha monitorato, con la collaborazione di Inail e Inps, tutto il territorio nazionale comminando ammende per violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro da parte delle aziende. In rappresentanza di Deliveroo, Glovo e Uber Eats, AssoDelivery (l’associazione dell’industria del food delivery italiana) ha manifestato dissenso rispetto a questa decisione, in seguito alla quale Just Eat, invece, ha introdotto in Italia il modello “scoober”, attraverso cui inquadrare i fattorini come lavoratori dipendenti, e ha sottoscritto un accordo con Cgil, Cisl e Uil, accettando di applicare ai riders il Contratto nazionale Trasporti, Merci e Logistica.

Sebbene innegabili, i risultati raggiunti dalla giurisprudenza presentano tuttavia il rischio di una tutela limitata e contraddittoria in assenza di un adeguato intervento legislativo. Senza una disciplina generale e astratta, infatti, non v’è certezza sulla posizione giuridica dei gig workers. Basti pensare alla recente decisione del Tribunale di Firenze con cui, diversamente dai giudici di Palermo e Milano, la prestazione dei fattorini è risultata inquadrata nell’ambito del lavoro autonomo.

La prevalenza della risposta giurisprudenziale, tuttavia, è una tendenza che emerge anche estendendo lo sguardo oltre il diritto nazionale, sia pure con riferimento a Paesi dalla struttura ordinamentale molto diversa. Un dato interessante proviene dall’esperienza spagnola e, prima ancora, da quella statunitense. In California, infatti, la giurisprudenza della Corte Suprema ha ricevuto codificazione in una normativa (poi respinta da un referendum popolare), e le Corti spagnole sembrano stare svolgendo lo stesso effetto trainante, dato l’accordo concluso dal Governo con i sindacati impegnandosi ad aggiornare la legislazione vigente nell’estendere ai riders le tutele del lavoro subordinato. È una strada auspicabile, che anche il Governo italiano ha dichiarato di voler percorrere, nel quadro delineato dalla Direttiva europea n. 2019/1152, che qualifica come subordinato il lavoro su piattaforma.

Immagine: Milano, febbraio 2020. Rider al lavoro. Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

 

 


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