17 dicembre 2012

Le parole che usiamo: conflitto (di interessi)

Infine, l’ha detto. L’uomo è fatto così. Fantasmagorico e imprevedibile, bugiardo a 360 gradi ma incapace di mentire fino in fondo: sicché prima o poi la verità salta fuori. La dichiarazione di Berlusconi merita di essere sottolineata, anche se è stata esternata in video e poi ripresa dai giornali: «Scendo in campo per difendere i miei interessi». Accorgendosi immediatamente della cosa, egli ha aggiunto, pudicamente «e per il bene del paese». Come dire, l’utile e il dilettevole. «Per i miei interessi»: ma non aveva proclamato che il conflitto di interessi era un’invenzione polemica dei suoi avversari? Non aveva giurato e spergiurato che non esisteva, che lui delle sue aziende non si occupava, che aveva lasciato tutto ai figli e ai sodali di sempre? Ed invece eccolo lì a smentire se stesso e soprattutto quella coorte di giornalisti e di commentatori che negli anni del potere berlusconiano hanno così ragionato: sì, in effetti il conflitto di interessi ci sarebbe, ma la principale colpa della sua sussistenza non è di chi ne è portatore (quasi incolpevole, quasi inconsapevole), ma della sinistra che, una volta al governo, non ha fatto una legge per impedirlo o almeno regolarlo. C’è del vero in questa posizione. Vi è stato chi, nel centro-sinistra di governo, fece un calcolo che credeva astutamente machiavellico ed era semplicemente parziale e alla lunga incomprensivo: tenere il Cavaliere in conflitto di interessi - si pensava e si affermava incautamente - equivale a combattere con qualcuno che ha una mano legata dietro la schiena, qualcuno che ha un handicap visibile di fronte all’opinione pubblica, che dovrà sempre difendersi da qualcosa, e dunque che sarà, se non proprio un’anatra zoppa, un’anatra claudicante o comunque imperfetta, difettosa. E invece l’uomo di Arcore da quel conflitto di interessi non ha subìto inconvenienti e, per converso, ne ha tratto evidenti vantaggi. In parte ciò è dipeso da un’opinione pubblica addomesticata e stordita, scettica perché abituata a livelli infimi di etica pubblica, non aiutata da istituzioni autorevoli capaci di indicare un confine etico non percorribile senza pubblica sanzione morale. La massima istituzione religiosa del paese, la Chiesa, ha ritenuto che in questo campo fosse possibile e anzi necessario sorvolare su tutto, anche sulla palese violazione dei princìpi etici fondamentali, quelli della cosiddetta natura umana recepiti nella dottrina cristiana. Anzi, ha fatto di più. Ha offerto numerose ciambelle di salvataggio, smorzando, sminuendo, diluendo. Soprattutto smacchiando: con una formula che, dicono, lava meglio del Dixan, quella della remissione dei peccati indebitamente allargata ai comportamenti pubblici.  L’imperativo religioso che vuole che un peccatore, anche recidivo sia sempre riammesso alla grazia di Dio, purché si penta, è divenuto una norma stiracchiata per consentire sulla scena pubblica un’ampia tolleranza ai politici peccatori, naturalmente se de noantri. La mancanza di un’autorità etica capace di una posizione netta e inflessibile, rigorosa e inattaccabile, credibilmente disinteressata e fuori del gioco delle parti, si è fatta sentire: non ha aiutato l’opinione pubblica italiana a maturare, non ha giovato al Paese; così come, per altri versi, gli hanno nuociuto una stampa e un sistema dei media dominati dall’ossessione dell’equidistanza, incapaci di affermare con nettezza – una volta ribadito che il centro-sinistra al governo ha sbagliato a non fare una legge sul conflitto di interessi – che il suo portatore non sarà per questo lasciato in pace a godersi una posizione di privilegio, ma sarà combattuto e ripreso, quotidianamente, ogni volta che il conflitto si manifesti, senza accanimento ma con puntuale, puntigliosa attenzione. Perché così vogliono le regole di una stampa libera in un sistema democratico. Accade così che l’uomo di Arcore possa affermare che si ricandida per difendere i propri interessi e i media riportino la frase come se fosse ovvia, senza sottolinearne la gravità, come se scandalizzarsi di questo sia un esercizio futile, quasi isterico e anche un po’ irragionevole. Mentre sarebbe conveniente ragionare con pacatezza e osservare con semplicità (visto che dei semplici dovrebbe essere il regno di Dio): se un individuo propone mille soluzioni politiche diverse e del tutto contraddittorie tra sé (con la Lega e con Monti, con l’Europa e contro la Germania, con il Popolo della Libertà o con Forza Italia, spacchettando o aggregando, innovando o mantenendo), ma che tutte lo vedono come protagonista, sia al centro della scena da primattore che nelle retrovie da regista; se poi lo stesso individuo annuncia candidamente che si ricandida per difendere i suoi interessi, allora quell’individuo bisogna prenderlo sul serio. Il prestidigitatore della politica italiana non ripresenta il repertorio dei suoi trucchi per coazione a ripetere, per un primordiale impulso esibizionista, per l’attrazione smodata per il potere, ma perché ha bisogno di «contare» in politica per difendere il suo impero economico. Per fare i propri interessi. Ipse dixit.


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