26 giugno 2012

Le parole che usiamo: emergenza

Roma 2020 addio: le Olimpiadi sul Tevere non si faranno. Il governo ha deciso che i giochi non valgono la candela, che i costi sarebbero destinati a lievitare e che l’Italia non può rischiare di innalzare il proprio livello di indebitamento, correndo il rischio di replicare così la voragine apertasi nei conti pubblici greci per finanziare Atene 2004.  La scelta del governo ha gettato nello sconforto tutti coloro che ritenevano le Olimpiadi un’occasione essenziale per una serie di interventi ritenuti decisivi per la riqualificazione del tessuto urbano della Capitale: il prolungamento della metro A da Anagnina a Tor Vergata, la chiusura dell’anello ferroviario, il potenziamento del servizio di trasporto fra l’aeroporto di Fiumicino e la città, il collegamento stradale Salaria-Flaminio, il waterfront di Ostia e molto altro ancora. L’Olimpiade, a parte il valore dell’evento, era un’opportunità, si sente dire, la possibilità unica e forse irripetibile di portare a compimento una serie di opere pubbliche necessarie per lo sviluppo cittadino. E invece ora, con la bocciatura dell’evento olimpico, è come se si fosse chiuso improvvisamente un orizzonte. Quelle opere, ritenute – a torto o a ragione - essenziali, potrebbero rimanere bloccate non si sa fino a quando, come tristi vagoni in attesa su un binario morto. Sicché il dibattito su Olimpiadi sì - Olimpiadi no, sulla scelta «sobria» del governo e sulle speranze deluse ha coperto il vero tema che questa faccenda ha messo in evidenza: ma perché in Italia l’intervento pubblico ha bisogno di lavorare in stato di emergenza? Perché c’è bisogno di un evento eccezionale e anzi di un Grande Evento per fare andare avanti la progettazione ordinaria? La prima risposta che viene in mente è che solo uno stato di emergenza consente di reperire risorse che altrimenti è molto più difficile trovare. E tuttavia, si potrebbe osservare, se quelle risorse alla fine si trovano (quando si trovano) vuol dire che era possibile mobilizzarle. Gratta gratta, alla fine viene così fuori che vi è un problema di legittimità dell’intervento pubblico. Che in questo paese, cioè, la progettazione ordinaria dell’intervento pubblico non è pienamente legittimata, trova continui ostacoli, e spesso inciampa. È una vicenda che ha alle spalle un’esperienza assai significativa, vale a dire il dibattito sull’Intervento straordinario nel Mezzogiorno, figlio della Cassa per il Mezzogiorno e naufragato tra il generale discredito negli anni Novanta. In quel dibattito si era sostenuto giustamente che un intervento dal centro, progettato in sedi riservate e tecnocratiche, privo di raccordi con le esigenze reali del territorio e del conseguente consenso, finiva per costituire un’anomalia (anche in sede di Unione Europea). E tuttavia, non appena abolito, l’Intervento straordinario è rinato, nello scorso decennio, estendendosi all’intero paese col nome di Protezione civile. Nata per far fronte a grandi eventi naturali e traumatici la Protezione civile è divenuta nel primo decennio di questo secolo una sorta di Intervento straordinario rivolto all’intera Italia, l’unico davvero legittimo, e giustificato il va sans dire dall’emergenza. Così, oltre all’intervento d’urgenza dovuto a cataclismi (i terremoti, anzitutto, ma poi le alluvioni e gli incendi) la Protezione civile si è via via occupata dell’emergenza creata dai cosiddetti Grandi eventi (e delle opere che, all’ombra di essi si sono via via realizzate). È come se, di fronte alla lentezza e farraginosità della macchina burocratico-amministrativa, si continuasse ad invocare un intervento dall’alto, da parte di qualcuno che, libero da quei lacci e lacciuoli che avviluppano e affliggono i comuni mortali, arriva dal cielo in elicottero e risolve la situazione: e a cui gridare, come la pubblicità d’antan: «gigante, pensaci tu». Evitandoci così, tra l’altro, il fastidio di riflettere su come organizzare la legittimazione democratica dell’intervento pubblico, su come liberarlo dalla iper-produzione normativa che fa del tempo una variabile indipendente di un’opera pubblica, col conseguente certissimo lievitare dei costi; ovvero, su come rilegittimare l’intervento pubblico dotandolo di strategie e procedure trasparenti ed efficienti. Si è poi scoperto che proprio nell’intervento straordinario si annidano le possibilità maggiori di aggirare la legge, grazie a procedure eccezionali, come l’affidamento diretto, che permettono di aggirare i normali controlli, sicché alla fine la Protezione Civile, intesa come miracoloso braccio salvifico dell’Uomo della Provvidenza, è naufragata tra gli infami risolini sui terremotati dell’Aquila. Peccato… se fosse durata, avremmo avuto la sorte di vedere qualcuno proporre di affidargli le Olimpiadi.


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